Inception (2010)

Un film di C. Nolan – Gran Bretagna/USA, 2010

Con Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Cillian Murphy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Tom Berenger, Lukas Haas, Tohoru Masamune, Claire Geare, Johnathan Geare, Carl Gilliard, Daniel Girondeaud, Mobin Khan, Yuji Ok

Dom Cobb è un abilissimo ladro, il migliore al mondo quando di tratta della pericolosa arte dell'estrazione: ovvero il furto di preziosi segreti dal profondo del subconscio mentre si sogna, quando la mente è al massimo della sua vulnerabilità. Le abilità di Cobb ne hanno fatto un giocatore di primo piano nel pericoloso mondo dello spionaggio industriale, ma lo hanno reso un fuggitivo ricercato in tutto il mondo. Ma ora Cobb ha una chance di redenzione, ma solo se riuscirà a rendere possibile l'impossibile.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Che siano uomini che perdono la memoria - Memento -,il senso del tempo - Insomnia -, il senso della propria identità - The Prestige e Dark Knight -, o addirittura il rapporto con la realtà - Inception -, gli eroi di Nolan sono in lotta contro sé stessi, per ritrovare le coordinate che hanno perso, dispersi in un mondo di cui non trovano più
il senso logico. Inception non è solo il capolavoro del regista, ma anche (o proprio per questo) la summa delle sue ossessioni, l’universo dentro al quale il suo mondo trova l’estremo compimento in un percorso
estremamente lucido e coerente, nonostante la complessità della sua profondità. Un percorso, poi, che riesce a sfidare l’enstabilishment hollywoodiano da dentro, vincendo: caso più unico che raro, un blockbuster costato 170 milioni di dollari (e ne ha incassato più di un
miliardo in tutto il mondo, nel primo weekend di uscita)che frulla insieme Freud e James Bond, ricostruisce le geometrie impossibili di Escher e per 150’ non offre neanche un attimo di cedimento o noia. Progetto cullato fin dai tempi dell’università, Inception è la sintesi
definitiva della perdita di coordinate fra sogno e realtà, fra vero e falso (altra dualità che da sempre affascina il regista), la confusione - che si avvicina fino a diventare identificazione - fra ciò che immaginiamo e ciò che invece percepiamo come reale. Nolan maneggia questa materia incandescente con abilità, fa apparire e scomparire l’action come se fosse carta velina, e narrativamente - con parecchia furbizia - dimentica volontariamente di spiegarci i come e i perché, e
semplicemente ci sprofonda nel territorio segnato dal labilissimo confine fra sonno e veglia, oltretutto senza aiutare visivamente chi osserva perché niente differenzia i due stati, che anzi si sovrappongono. E’ allora in questo modo che il regista (ri)propone le sue ossessioni e le declina secondo i ritmi del fu agente 007: il film scorreveloce e liscio mentre si avvinghia allo spettatore senza che questo si accorga di annegare pian piano nel mare magnum di Nolan. Lui inserisce le sue pedine in maniera quasi subliminale (la brava Ellen Paige si chiama Arianna, come il personaggio mitologico), costruisce un
intarsio della mente affascinante, monta e rimonta il film come un palazzo vibrante e vivo, accartoccia su sé stesse le città e le strade - tutto come un paradosso composto di fisica, chimica, psicoanalisi e fisiologia, golem di schegge e leggi di gravità infrante. E sempre come un abilissimo prestigiatore, nasconde dentro quest’architettura barocca e assieme classica una storia d’amore devastante, quella fra Cobb e la sua defunta moglie Mal (un’intensa Marillon Cotiard). Perché in fondo, le città che si costruiscono nei sogni invasi o invasivi di Inception, le casseforti e i vari livelli di sonno e veglia non sono altro che fortini dove rinchiudere i sogni più toccanti e disperati. L’intuizione di Nolan, che suona altissime note emozionali, è quella per cui nel suo
action movie, solo i ricordi sono in grado di farti comprendere se quello che hai vissuto è stato reale o meno. Solo i ricordi riescono ad ucciderti, mentre vetri e pallottole ti sfiorano appena. Ed è per questo che nei mondi - onirici o meno - di Inception è arduo scegliere
se restare, per vivere la malinconica e dolce menzogna del sogno - o andare via per sempre, distruggendo semplicemente aprendo gli occhi le città del nostro Amore Perduto.
(Gianlorenzo Franzi - Nocturno)

La morale non è nuovissima (a scavare nell'inconscio degli altri si rischia di dover fare i conti con quello che è nascosto nel proprio. Detto banalmente: tanto va la gatta al lardo...) ma la forma è decisamente sontuosa e alla fine delle due ore e 25 minuti di proiezione c'è bisogno di un po' di tempo per riorganizzare le idee e mettere informa più o meno razionale l'intrico di sogni, mondi
paralleli e trappole psicoanalitiche in cui il regista Christopher Nolan ha immerso lo spettatore. (...) Intrecciando in questo modo in maniera sempre più stretta due storie che hanno sempre lo stesso
protagonista: quella del «furto» nella mente di Fischer con quella dei propri sensi di colpa per la morte della moglie (perché il giochino di entrare nei sogni uno dell'altro lo avevano sperimentato a lungo anche Dom e Mal, sfruttando - per vivere in maniera più intensa il loro amore - la sensazione di dilatazione temporale che offrono i sogni, che nella realtà durano minuti o addirittura secondi ma sembrano molto più lunghi ai loro creatori. Però finendo per far perdere alla moglie il senso di realtà e spingendola verso il baratro della follia e della
morte). Trasformare in immagini questi tortuosi labirinti mentali era la grande sfida del film, soprattutto cercando di fare ricorso il meno possibile agli effetti digitali (indispensabili per mostrare Parigi che si ripiega su se stessa come una scatola che si chiude, ma evitati per
molte altre scene, come quelle delle scale che cambiano inclinazione o dei corridoi ruotanti, realizzate con «normali» trucchi meccanici). Nolan lo fa ricorrendo a «citazioni» celebri: i disegni di Escher naturalmente (e del suo «maestro» Piranesi), ma anche molto cinema, da
007 - Al servizio segreto di sua maestà (per il «sogno» sulla neve) a 2001 Odissea nello spazio (l'incontro, sempre nel sogno, tra Fischer e suo padre sul letto dimorte) da Il pianeta delle scimmie (le spiagge con i ruderi che si fondono con le rocce) a Matrix (il mondo «reale» che cambia sotto i nostri occhi). Ma sarebbe curioso sapere quanto abbia lavorato sull'inconscio di Nolan un autore con Philip K. Dick e il suo capolavoro Ubik. Detto questo, la parte visiva del film si rivela alla fine quella più debole, troppo preoccupata di riempire
ogni secondo del film per riuscire davvero a creare nuove mitologie visive (e la «citazione» della girandola infantile fa rivalutare la cosa più debole di Quarto potere: la sfera di neve Rosebud). Molto più interessante, invece, l'idea che la messa in discussione della realtà e
delle sue certezze non nasca da qualche disfunzione tecnologica o invenzione fantascientifica ma dal più antico e risaputo meccanismo di «compensazione» del reale: l'elaborazione onirica dell'uomo. Così come mi sembra più interessante (e produttivo) fare i conti con gli
incubi di Cobb che smarrirsi nei sogni multistrato di Fischer. I secondi chiedono allo spettatore solo un piccolo sforzo di creduloneria, i primi ci interrogano sui segreti dell'amore umano, sul rapporto di coppia, sui sacrifici che ogni relazione esige e soprattutto
sull'importanza che le nostre «proiezioni» hanno nelle aspettative dell'altro. Tutti temi su cui, alla fine del film, viene voglia di ripensare, dimenticando in fretta le città che esplodono o gli specchi che modificano le prospettive.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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