We want sex (2010)

Un film di N. Cole – Gran Bretagna, 2010

Con Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Rosamund Pike, Andrea Riseborough, Daniel Mays, Jaime Winstone, Kenneth Cranham, Rupert Graves, John Sessions, Richard Schiff, Geraldine James, Roger Lloyd Pack

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta con i toni della commedia lo sciopero del 1968 di 187 operaie alle macchine da cucire della Ford di Dagenham. Guidate da Rita O'Grady, le donne protestarono contro la discriminazione sessuale e il desiderio di parità di retribuzione, costrette a lavorare in condizioni precarie per molte ore, a discapito delle loro vite familiari. Declassate a operaie non qualificate, le lavoratrici attuarono un sciopero riuscendo a farsi ascoltare dai sindacati ed attirando l'attenzione della comunità, arrivando al governo, dove trovarono l'appoggio della deputata Barbara Castle, pronta a lottare con loro contro una società maschilista, ponendo le basi per la legge sulla parità di diritti e di salario tra uomo e donna.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
We Want Sex cioè come raccontare lotte operaie e per i diritti all’eguaglianza, stessa paga a uomini e donne perché sono come i colleghi maschi, in chiave di commedia a orchestrazione perfetta, sensibilità, umorismo, commozione, risata e paradosso mescolati
senza sbagliare un singolo «ingrediente», un cast magnifico e un ritmo trascinante. Gran Bretagna, 1968. Il mondo sta per esplodere e le operaie della Ford di Dagenham decidono di scioperare. Le pagano meno
dicendo che non sono specializzate ma appena fermano la produzione di fodere dei sedili l’intera macchina si arresta. La verità è che le paga è diversa perché sono donne e anche il sindacato (dipinto in modo poco
lusinghiero) è pronto al compromesso. Lo sciopero va avanti, e si estende nel resto del paese divenendo una battaglia per l’eguaglianza non solo in fabbrica. Guidate da Rita (Sally Hawkins) le operaie si confrontano con le loro paure e contraddizioni ma, soprattutto, col fatto che questa lotta coinvolge la loro vita personale di donne, i
rapporti familiari, i mariti che si stancano delle loro assenze e che le colpevolizzano perché fermando la produzione mettono a rischio pure i loro stipendi. Nigel Cole è un regista che predilige le figure femminili (sua L’erba di Grace), e qui concentrandosi su un fatto vero –
nei titoli di coda, vedremo le operaie di allora - riesce a disegnare senza retorica una battaglia che non è eroica ma «umana» e che come tale comporta momenti di sconforto e cedimenti. La scrittura è fondamentale perché filmare il lavoro non è cosa facile, anzi sembra
esserci quasi una idiosincrasia tra il cinema e il lavoro, ancora più strana pensando che la sua origine è nelle riprese dei Lumière davanti l’uscita dei loro stabilimenti. O forse questa messinscena, è causa dell’impasse. Cole, che è anche bravissimo a ricostruire l’atmosfera dell’epoca in modo non solo vintage, è attento a mantenere la relazione tra la fabbrica – la sezione delle operaie temutissima dai colleghi
uomini specie i più giovani con l’eccezione del sindacalista Bob Hoskins, dalla loro parte perché cresciuto da una madre operaia - e la dimensione familiare, le ambizioni, i sogni segreti. Con intuizioni
fulminanti: il titolo italiano viene dallo striscione che le
operaie esibiscono davanti a Buckingam Palace: «We want sex equality» ma il vento fa vacillare l’ultima parte . Oppure il dialogo tra Rita, con un fantastico Biba rosso che le ha prestato la molto chic moglie del capo della Ford di cui è divenuta amica, e l’allora ministro del
lavoro britannico Barbara Castle, che si opporrà al ricatto americano accogliendo le rivendicazioni delle operaie: «Un Biba?» dice il ministro. E Rita: «Sì. Il suo è C&A vero? Ce l’ho uguale». È grazie a questi dettagli che il film si libera dall’impasse di cui si diceva, la
rappresentazione del mondo operaio quasi sempre rigida e codificata. Pure se Cole sa iniettarvi la realtà, l’atmosfera dell’epoca, il dopoguerra con le ferite ancora dolorose, e il fascino (pericoloso) del boom.
(Cristina Piccino – Il Manifesto)

Eccolo il miglior film della stagione. Una sciccheria, una delizia. Questo sì da non perdere. Una commedia di purissima stoffa inglese in zona Full Monty o Grazie, signora Thatcher. Per carità, non fatevi fuorviare dallo spiritoso titolo, volutamente malizioso. We Want Sex è
soltanto una parte dello striscione inalberato dalle tenaci protagoniste: gli manca la quarta parola, Equality, piegata dal vento. Quindi non “Vogliamo sesso”, come potrebbe sperare un frettoloso fan di Tinto Brass, ma “Vogliamo la parità dei sessi”. Soprattutto in senso
salariale. Il regista Nigel Cole è uno che maneggia bene l’umorismo e usa con estrema cura i guanti bianchi, come dimostrano almeno due dei suoi film precedenti, Calendar Girl e L’erba di Grace. La storia (vera) si svolge a Dagenham, nell’Essex, contea orientale dell’Inghilterra, nel maggio del 1968. Nella fabbrica della Ford, accanto ai 55 mila operai uomini, sgobbano 187 donne, addette alla cucitura dei sedili. È un’ala fatiscente, dove fa un caldo infernale, tanto che spesso volano via le camicette e restano i reggiseni. Un lavoro faticoso, ma considerato non qualificato, per antica consuetudine pagato la metà di quello dei maschi. Finché un bel giorno la giovane e battagliera madre di famiglia Rita O’Grady (Sally Hawkins, che attrice!) è la prima a tuonare il suo basta, subito spalleggiata dalle più ardite tra le colleghe, come Connie, Brenda e Sandra. L’ambiguo capo della commissione interna Mont Taylor le ostacola, fingendo di appoggiarle, al contrario del compiaciuto, anche se non proprio cuor di leone,
sindacalista Albert (Bob Hoskins). Pretendiamo la parità e la chiederemo al ministro del Lavoro Barbara Castle (Miranda Richardson). O sarà sciopero a oltranza. Si ride spesso, anche se in un paio di scene le lacrime sono in agguato, ma la regia, secca e senza fronzoli, è pronta a mutare rotta appena si sfiora la commozione. Se non è un capolavoro, poco ci manca, grazie anche a un cast straordinario, per talento e simpatia.
P.S. Finalmente quando si parla di Escort s’intendono le auto e basta.
(Massimo Bertarelli – Il Giornale)

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