Il discorso del re (2010)

Un film di T. Hooper – Austria/Gran Bretagna, 2010

Con Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, James Currie, Tim Downie, Michael Gambon, Anthony Andrews, Eve Best, Claire Bloom

Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V e l' abdicazione di suo fratello Re Eduardo VIII che preferì seguire le ragioni sentimentali a quelle di Stato, il Duca di York Bertie, che soffre da sempre di una grave forma di balbuzie, viene incoronato Re Giorgio VI d’Inghilterra. Con il paese sull’orlo della guerra e disperatamente bisognoso di un leader, sua moglie Elisabetta, la futura Regina Madre, organizza al marito un incontro con l’eccentrico logopedista Lionel Logue, nella speranza di farlo guarire da quella malattia che lo rende inadatto e perfino ridicolo in un ruolo così importante. Dopo un inizio burrascoso, il Re accetta di sottoporsi ad un tipo di trattamento non convenzionale. Con l’aiuto di Logue e della sua famiglia, il Re riuscirà a superare la sua balbuzie e farà un memorabile discorso alla radio che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Non capisco quel che dice, ma lo dice bene: così risponde Bertie (Colin Firth), alias Her Majesty Giorgio VI, alla piccola Elizabeth (Freya Wilson). La famiglia reale sta vedendo un cinegiornale in cui Adolf Hitler arringa la folla, naturalmente in tedesco. Bertie è balbuziente. Il suo primo discorso pubblico, nel '25, è stato un disastro. Ancora adesso, nel '39, come s'avvicina a un microfono, il re è colto dal panico. Ben diverso è l'eloquio di Hitler. Ma che cosa dice, il Führer, con tutta la sua foga? Questo domanda la figlia tredicenne. E nella
risposta di Bertie c'è il senso di Il discorso del re (The King's Speech). Il film di Tom Hooper e dello sceneggiatore David Seidler non è solo la storia ottimamente scritta e recitata di un uomo costretto a
vincere la propria inadeguatezza retorica. E neppure è solo la storia della sua amicizia non convenzionale con Lionel Logue (Geoffrey Rush), il logopedista australiano che riuscirà ad aiutarlo. Certo, è anche questo. Lo è nella narrazione più immediata, e più spettacolare. Ma ce n'è poi un'altra che corre parallela, di narrazione, più velata ma non meno decisiva. Bertie è un uomo, ma è anche un re, ovviamente. E che cos'è un re, nella prospettiva di Hooper e Seidler? Nel film lo spiega lo stesso Bertie, parlando con il padre Giorgio V (Michael Gambon).
"Noi non siamo una famiglia", gli dice, "siamo una ditta". E intende che i Windsor sono in affari da tempo nel ramo monarchia, e che vogliono restarci. Allo scopo, serve una complessa messinscena. E certo la parlantina ne è la condizione necessaria. A che cosa "lavora" Bertie,
con l'aiuto di Lionel e del potente apparato elettronico della Bbc, se non alla possibilità di proseguire nella messinscena regale, e nella professione familiare? In questo senso, Il discorso del re rimanda all'ironico e insieme affettuoso The Queen Stephen Frears, 2006), ma anche alsarcastico La pazzia di re Giorgio (Nicholas Hytner, 1995). Il popolo ha bisogno di credere, di affidarsi a una guida, dice Bertie al logopedista. Non conta che l'affidamento e la credenza siano fondati nella realtà dei fatti. Conta che il popolo ne sia convinto. Ecco perché, più che a quel che dice, il capo (re o Führer o presidente
del Consiglio) deve far attenzione a dirlo bene. Su questa illusione collettiva, e sul controllo sociale della parola e della messinscena, si regge un ordine politico, il più civile come il più brutale, o il più grottesco. Così accadeva nel '39. Così accade oggi.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

"La balbuzie, dunque, studiata con finezza e accenti incontriamo prima come Duca di York, ancora vivente suo padre Giorgio V, e secondo nella linea di successione perché il primo è quell'Edoardo Principe di Galles di cui ci si rivelano quasi subito i rapporti con l'americana divorziata Wally Simpson. (...) Tutto molto da vicino, i personaggi analizzati con cure attente, gli ambienti attorno ricostruiti con rispetto per i dati autentici e i tanti momenti storici da cui la vicenda è attraversata espressi sempre con emozioni e tensioni pronte a conquistarsi spazi privilegiati, ma con misura. Li domina, percorrendoli tutti con grande sensibilità (anche quando 'recita' la balbuzie), l'attore inglese Colin Firth che aggiunge felicemente Giorgio VI ai tanti personaggi che ha saputo creare nel corso della sua fortunatissima carriera. Queen Elizabeth, al suo fianco, è Helena
Bonham Carter, che riesce con grazia e intelligenza a somigliarle. Il logopedista è l'australiano Geoffrey Rush, una maschera forte e risentita."
(Gian Luigi Rondi – Il Tempo)

"Il microfono è enorme, la folla immensa, l'ansia insostenibile. Così la voce si increspa, si strozza, inciampa sulle consonanti, erompe rotolando a singhiozzo sulle sillabe fino a quando, Dio sia lodato, la
frase finisce. E si ricomincia... Se per chiunque balbettare è un supplizio, per un principe ereditario è una vergogna, una mutilazione, una tragica perdita di autorità. Se poi siamo negli anni 30, l'età d'oro della radio, l'epoca in cui Hitler soggioga le folle e incendia
l'Europa con la sua oratoria, il dramma del duca di York, secondogenito di Re Giorgio V, afflitto fin dall'infanzia da quel difetto misterioso, diventa anche un vero problema politico. Tutto questo però Il discorso del Re ce lo lascia indovinare, concentrandosi opportunamente
(specie nella prima metà) sui protagonisti. Anzi incarnando una gran massa di spunti e di idee nei corpi e nelle voci di due grandi attori al loro massimo storico: Colin Firth, il principe balbuziente, costretto a curarsi dalla moglie (una squisita Helena Bonham-Carter). E
Geoffrey Rush, logopedista australiano (...) e attore mancato; un semplice guitto, agli occhi del principe, catapultato dal caso in una posizione di potere. Il potere assoluto del medico sul suo paziente. (...) Nella costruzione di questo rapporto il film di Tom Hooper
(padre inglese e madre australiana, curioso...) è coraggioso e a volte geniale."
(Fabio Ferzetti - Il Messaggero)

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