Noi credevano (2010)

Un film di M. Martone – Italia, 2010

Con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Toni Servillo, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Luca Zingaretti, Guido Caprino, Renato Carpentieri, Ivan Franek, Stefano Cassetti, Michele Riondino, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Andrea Renzi, Franco Ravera, Roberto De Fra

Tre ragazzi del sud Italia, in seguito alla feroce repressione orbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Attraverso quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine oscure del processo risorgimentale per l’Unità d’Italia, le vite di Domenico, Angelo e Salvatore verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari, sospese come saranno tra rigore morale e pulsione omicida, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche. Sullo sfondo, la storia più sconosciuta della nascita del paese, dei conflitti implacabili tra i “padri della patria”, dell’insanabile frattura tra nord e sud, delle radici contorte su cui sì è sviluppata l’Italia in cui viviamo.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Parte dal Sud il Risorgimento di Noi credevamo, tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti. Vessati dalla repressione borbonica, tre ragazzi del Cilento ardenti di patriottismo giurano fedeltà alla Giovine Italia. Giuseppe Mazzini è a Ginevra, ma è nel salotto parigino di
Cristina di Belgiojoso che i giovanotti vanno a cercare sostegno finanziario per la rivolta. La volontà abbonda, difettano lucidità e pragmatismo. Così, il fallimento dell’attentato a Carlo Alberto e dei moti savoiardi del 1834 porta i cospiratori a separarsi con successive accuse di tradimento. Ma il capovolgimento geografico introdotto da Martone ne contiene anche un altro, di natura storiografica. L’Unità d’Italia viene tutta dal basso, dai cospiratori e dalle camicie rosse. Al punto che in quasi tre ore di film (versione più breve rispetto
all’originale) Cavour non compare mai, mentre Garibaldi s’intravede appena. Su una griglia di documenti e testi autentici, il regista sviluppa per quadri successivi la storia dei tre giovani che appaiono più degli avventati temerari che dei coscienti patrioti. Ma spira un’aria da Demoni quando compare un azzimato Mazzini proto terrorista in esilio, interpretato da Toni Servillo. Oppure quando seguiamo la cupa delusione di Domenico (Luigi Lo Cascio), mentre assiste al discorso di Francesco Crispi riconvertito alle ragioni del potere. Noi
credevamo è un film corale, una sorta di Meglio gioventù ell’Ottocento, adattissimo alla riduzione televisiva in due puntate. Curato nei costumi e nelle scenografie, dove il regista ha voluto inserire il carcere di massima sicurezza di Saluzzo nel quale viene ghigliottinato uno dei cospiratori, e la struttura di cemento armato che deturpa la spiaggia del Cilento, il polpettone stenta ad avvincere nel tentativo di romanzare il sussidiario. Un’opera non ideologica in senso stretto, come ha ribadito il regista. Ma di sicuro cosparsa di lezioncine rivolte all’attualità. Come quella in cui, aizzati dalla principessa di Belgiojoso, i patrioti invocano «libertà per l’arte» dopo le proteste della platea che non approva una commedia che ridicolizza il re. O quella in cui Domenico chiede maggior libertà d’espressione anche tra i garibaldini.
(Maurizio Caverzan – Il Giornale)

Noi credevamo che 30 copie o 3000 non dovessero fare alcuna differenza. Noi credevamo che i premi veneziani non dovessero decidere del valore di un film. Noi credevamo, e crediamo ancora, che Noi credevamo fosse
e sia un capolavoro. Scusate il ripetuto gioco di parole, ma è determinato dalla volontà di tornare al film e al suo significato profondo. Intorno all’affresco risorgimentale di Mario Martone si sono agitati venti di polemica che non servono a nessuno. Detto che le 30 copie sul territorio nazionale sono una vergogna – di chiunque sia
la colpa: di Raicinema che ha prodotto, di 01 che distribuisce, degli esercenti che aspettano i cinepanettoni di Natale con la bava alla bocca –, noi possiamo solo invitare i nostri lettori a formare file fuori dai cinema, a dimostrare ai mercanti che si sono impossessati del
tempio che c’è ancora domanda di qualità. (…) Noi credevamo esce in una copia lievemente ridotta rispetto al film visto a Venezia. Martone giura di esserne soddisfatto: «Il film è migliorato, ho asciugato
soprattutto la prima parte: se prima era un andante, adesso è un allegro». Il regista pensa al film come ad una sinfonia in 4 movimenti, piuttosto che ad uno sceneggiato tv in 4 puntate. Non ha torto, se si pensa che sinfonie e melodrammi (assieme ai feuilleton) erano gli
intrattenimenti popolari dell’Ottocento. Noi credevamo copre un arco temporale che va dal 1828 al 1862. Martone e il suo sceneggiatore, Giancarlo De Cataldo, hanno creato tre protagonisti fittizi, tre amici –
Domenico, Angelo e Salvatore – di origine aristocratica e giacobina i primi due, figlio di contadini il terzo, che nel primo capitolo si affiliano alla Giovine Italia di Mazzini e strada facendo incrociano personaggi ed episodi rigorosamente storici. Non siamo molto lontani
dal lavoro di De Cataldo per Romanzo criminale: protagonisti immaginari ma molto vicini al vero, contesto reale e documentato al mille per mille. Dal Cilento i tre ragazzi salgono prima a Torino, poi a Parigi
dove incontrano la mitica principessa Cristina di Belgioioso e chiedono a lei aiuti per sostenere la causa mazziniana. Nel secondo «movimento» Domenico è in carcere, dove discute del futuro dell’Italia con Carlo
Poerio e altri patrioti. È il momento più alto del film, dove un’impostazione teatrale quasi brechtiana si sposa a una verità – di scrittura e di recitazione – degna di Rossellini. Ci si interroga: l’Italia deve essere monarchica o repubblicana, meridionale o piemontese? È la dialettica dei «due Risorgimenti» che per Martone è
il cuore speculativo del film. Fin da prima di Garibaldi e dei Mille, l’Italia nasce divisa: chi la vuol repubblicana (Mazzini) e chi persegue l’annessione del Sud al Piemonte (Cavour), e questa – passateci il paradosso – mancanza di unità sul progetto di Unità è alla radice dell’Italia di oggi, e fa di Noi credevamo una riflessione
sul nostro presente. «Questa divisione si è ripresentata in tutte le forme che la nostra storia successiva ha conosciuto, passando ovviamente attraverso fascismo e antifascismo e arrivando fino ai giorni nostri», dice Martone. Come dargli torto, vedendo le crepe sempre più profonde che segnano anche la vita civile e politica del
presente? Nel terzo movimento Angelo partecipa all’attentato contro Napoleone III, nel quarto l’unità è compiuta e cominciano riciclaggi e trasformismi. Il Crispi di Luca Zingaretti e il Mazzini di Toni Servillo
sono due fra le tante anime del film, l’opportunismo politico contro l’idealismo tragico. Abbiamo citato due dei bravissimi attori e servirebbe un’intera pagina di giornale per citare tutti gli altri. Diciamo solo che il livello della recitazione è un altro motivo per non
perdere questo magnifico film.
(Alberto Crespi - L'Unità)

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