SANTIAGO ITALIA (2018)

Un film di Nanni Moretti – ITALIA, 2018 Documentario. Durata: 112', 2018

Il film racconta il ruolo svolto dall'ambasciata italiana a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime del generale Augusto Pinochet. Un viaggio storico che parte dall'11 settembre 1973, il giorno del colpo di stato che pose fine al governo democratico di Salvador Allende e segnò l'inizio della dittatura in Cile, e termina nel marzo 1990 con l'elezione democratica del presidente Patricio Aylwin.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Mentre lavorava al nuovo lungometraggio di finzione,
Nanni Moretti si è concesso una parentesi documentaria
singolare: un ritorno alla politica, ma di sbieco,
schivando in apparenza l'attualità, senza parlare del
presente né dell'Italia. Solo in apparenza, però: perché la
parte più emozionante di Santiago, Italia ci riporta al
nostro Paese e al nostro tempo Il film ha una forma
semplice, quasi didattica, che alterna interviste frontali e
materiali di repertorio raccontando l'entusiasmo per
l'elezione di Salvador Allende e il governo di Unidad
Popular, il golpe di Pinochet, il terrore e la repressione.
Quasi un'operazione di riepilogo, che sarebbe utile
mostrare nelle scuole. Gli intervistati sono quasi tutti ex
militanti che hanno vissuto il golpe dalla parte delle
vittime, il che dà al film un'aria di testimonianza
generazionale, come un'autobiografia di un pezzo di
sinistra che porta implicitamente con sé anche il ricordo
di una fase di battaglie nette, in cui si sapeva da che
parte stare. Si ascoltano operai, artigiani, intellettuali,
registi. Dalle testimonianze emerge in particolare la
figura luminosa del cardinale Raúl Silva Henrìquez (poi
marginalizzato da Wojtyla). I protagonisti raccontano
con passione, lucidità, perfino ironia; a volte si
commuovono, e Moretti (che si tiene fuori campo) li
intervista mite e partecipe. Anche con gli unici due
militari intervistati cerca anzitutto di capire, ma il suo
distacco si increspa, specie in un fuori campo in cui
rivendica il proprio non essere imparziale. Il cuore del
film è però la seconda parte, quando viene raccontato
(attraverso la voce dei testimoni diretti) il ruolo che ebbe
l'Italia nel salvataggio e nell'accoglienza dei rifugiati
politici cileni. La nostra ambasciata ospitò centinaia di
persone in pericolo di vita, che scavalcavano il muretto
della sede diplomatica, venivano sistemate al suo interno
e poi inviate in Italia, dove erano accolte e ospitate.
Trovarono lavoro, casa, e soprattutto interesse e
solidarietà da parte di cittadini di ogni orientamento
politico. Sentivano spesso, da parte di persone sconosciute, una
domanda sincera, semplice come il film, che sembra tristemente provenire da un passato lontanissimo: «Che cosa posso fare?». Come
ricorda uno degli intervistati: «Sono arrivato in un Paese molto simile a quello che sognava Allende in quel momento. Oggi
viaggio per l'Italia e vedo che l'Italia assomiglia sempre
di più al Cile, nelle cose peggiori del Cile». Forse
proprio per l'enorme coinvolgimento emotivo che il
golpe ha causato nella sua e in altre generazioni di
italiani, Moretti ha scelto una struttura piana, priva di
retorica. E ciononostante (o forse proprio per questo)
Santiago, Italia comunica nello spettatore emozioni
profonde. Più di tutto, forse, una certa amarezza, e
perfino una rabbia: non solo per l'ingiustizia e i crimini
rievocati sullo schermo, ma per l'energia e la dignità con
cui il nostro Paese ha saputo reagirvi; per quello che
l'Italia era e per quello che è diventata.
(Emiliano Morreale – La Repubblica)

Nanni Moretti è un regista che punta diritto al cuore, alla
ricerca della strada più efficace e diretta. Una volta si
sarebbe detto «economia di mezzi», oggi forse
«essenzialità espressiva». Se vuole raccogliere i ricordi
di un testimone lo fa sedere davanti alla macchina da
presa e lo inquadra a metà tra il piano americano e il
primo piano: in questo modo lo spettatore non è distratto
da niente e ha l’impressione che la persona ripresa stia
dialogando con lui, faccia a faccia. È così che ha
costruito il suo documentario «Santiago, Italia»,
presentato in chiusura del Torino Film Festival e da
giovedì 6 dicembre nei cinema italiani. Ed è così che il
film trova la sua forza e la sua emozione. All’origine, c’è
la scoperta di come l’ambasciata d’Italia a Santiago, nei
giorni successivi al golpe di Pinochet, avesse dato asilo a
molti militanti che cercavano rifugio dagli arresti e dalla
repressione poliziesca. La notizia della disponibilità
italiana ad accogliere i fuggiaschi si era diffusa, e in
breve tempo sono stati quasi 600 gli asilados, i
richiedenti asilo cileni, che hanno trovato riparo tra le
mura italiane. Il merito era di due giovani funzionari,
Piero De Masi e Roberto Toscano che, assente
l’ambasciatore e di fronte al silenzio del Ministero degli
Esteri (ai tempi guidato da Aldo Moro), aprirono le porte
della nostra ambasciata. «Per una volta che avevamo
fatto bella figura» aveva detto Moretti… Da qui la voglia
del regista di ritrovare chi quel muro l’aveva saltato
davvero e aveva potuto lasciare il Cile grazie ai
lasciapassare italiani. Niente voce off che introduce o
spiega: solo le testimonianze di chi ha vissuto quei giorni
drammatici con qualche spezzone giornalistico che
ricostruisce l’elezione di Allende nel 1970, la breve
esperienza del governo di Unidad Popular, il golpe
dell’11 settembre 1973 e la successiva repressione.
Alcuni nomi noti come i registi Patricio Guzmán e
Miguel Littin (entrambi arrestati subito dopo il golpe)
aiutano a ricordare le speranze e le tensioni di quegli
anni, ma sono soprattutto le persone comuni che
interessano a Moretti. Di alcuni si intuisce la fede e la
militanza partitica ma il regista ce li presenta con la
semplice indicazione della loro professione. Non cerca
intemerate ideologiche o politiche (e infatti le interviste
più scontate sono proprio le più «militanti»), vuole
invece ritrovare quella che con un pizzico di retorica
potremmo chiamare «umanità» ma che dà meglio il
senso delle parole che ascoltiamo. Ricordi di paura, di
rassegnazione, anche di rabbia, il più delle volte di
stupore e di dolore, dietro cui spunta una commozione
che invano cercano di controllare e reprimere. Con due
eccezioni, le interviste a due militari: chi non ha debiti
con la giustizia rivendica ancora oggi la legittimità del
golpe «contro i comunisti», chi invece è in prigione per
aver torturato e sequestrato si difende dietro il dovere
dell’obbedienza, l’unico che spinge Moretti a entrare in
scena, rivendicando la propria orgogliosa «parzialità» di
fronte a quello che successe. Un percorso di ricordi
emozionanti, che si chiude sull’accoglienza di chi arrivò
in Italia, accolto con generosità prima dal governo e poi
da chi offrì un lavoro, permettendo un’integrazione che
fa dire a un’artigiana dai capelli bianchi: «Noi siamo
ricchi perché abbiamo due identità nazionali. Sono cilena
per nascita ma il Cile è stato un patrigno cattivo. E
invece l’Italia è stata una madre generosa e solidale».
Era il 1975…
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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