L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI (2018)

Un film di Nuri Bilge Ceylan – TURCHIA, MACEDONIA, FRANCIA, D, BOSNIA, BUL, SVE 2018 Drammatico. Durata: 188', 2018

Con Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Serkan Keskin, Tamer Levent, Akin Aksu

Dal regista di “C’era una volta in Anatolia” e “Il Regno d’Inverno”. Il film racconta la storia di Sinan Karasu, giovane neolaureato appassionato di letteratura, che ha sempre desiderato diventare uno scrittore. Ritornato a Can, il villaggio in cui è nato, si impegna per raccogliere il denaro di cui ha bisogno, ma deve fare i conti con i debiti del padre e con una terra in bilico tra tradizioni e modernità.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)“È da tanto tempo che il mio cuore non dice più niente…”. Lui e lei dialogano da qualche minuto, all’aperto, accanto a un albero, nella luce dorata
dell’autunno incipiente. Lui è tornato a casa dopo essersi laureato in città, lei è una sua ex-compagna di scuola, che sta per sposare un altro. Poco prima lei si è tolta il velo e ha liberato i suoi capelli nel vento. Stacco. Campo lungo sul bosco. Foglie al vento, gialle, rossicce, color ruggine. Stacco. La macchina da presa sulla nuca di lei. Si sofferma sui capelli, ci scivola su. 5 secondi. 10 secondi. Non è facile tenere così a lungo un’inquadratura così. Di nuovo stacco. Dall’alto, in plongé, tra le fronde degli alberi lui e lei si stanno baciando. Un bacio. Solo un bacio. Ma la bravura di un regista si vede anche (soprattutto?) da qui: da come arriva al bacio. Da come
lo rappresenta, da come lo mette in scena. Da come ci avvicina agli amanti pur tenendoci a distanza. Pochi altri registi, oggi, saprebbero filmare un bacio con la poesia e insieme il pudore con cui lo fa Nuri Bilge Ceylan. Che è – non a caso – uno dei più grandi registi viventi. Turco, classe 1959, anche se qualche anno fa ha vinto la Palma d’Oro a Cannes (con Il regno d’inverno, 2014), non è ancora noto al grande pubblico come meriterebbe. Viene ritenuto un autore difficile. Ostico. Non immediato. Eppure il suo L’albero dei frutti selvatici – nonostante la lunghezza impegnativa: 188 minuti – è un film limpido,
coinvolgente, profondo senza mai essere pesante. Ossigeno per il cervello, vitamina per la mente, proteina per gli occhi. Come mescolare Antonioni con Bergman, come spostare Ibsen in Anatolia, o Cechov in Turchia. (...) Ceylan disegna linee precise nella composizione delle inquadrature e non nasconde la sua appassionata
dromofilia, il suo amore per il camminare e per chi cammina. Lontano da Istanbul, nella terra che sta fra Troia e i Dardanelli, seguendo le peregrinazioni e le deambulazioni del suo protagonista, Ceylan sonda in profondità l’anima nascosta di un paese turbato, inquieto, legato a tradizioni e usanze arcaiche ma anche attraversato da impetuosi slanci di innovazione e di modernità. Sinan, dunque, cammina. E poi interroga, provoca, insinua. Rompe, con la sua stessa presenza, la
routine quotidiana. Dialoga. Insiste. E non fa sconti a nessuno. Non al padre, insegnante deluso e rovinato dal demone del gioco. Non alla madre, che accusa di aver sposato un uomo mediocre. Non agli Imam che
discettano sul rapporto fra Corano e verità. Non fa sconti neppure a un celebre scrittore che incontra per caso in libreria e che pretende di dargli lezioni di arte e di vita. Le lunghe scene di dialogo – talora girate in pianosequenza – si alternano a scene in esterni dove è la natura che diventa protagonista, con una sensibilità luministica che ricorda quella di certi pittori impressionisti. Dentro/fuori, dialogo/silenzio, stasi/movimento, consuetudine/innovazione: lavorando
su coppie oppositive come queste, il film procede con passo sicuro e coinvolgente, disegnando un quadro sociale dominato dall’urgenza del bisogno economico e dalla cronica mancanza di denaro, incappa in immagini di indimenticabile forza (su tutte, quella del neonato con
il volto divorato dalle formiche) e arriva a un finale nevoso e nebbioso, freddo, petroso, che nella sua voluta ambiguità, nel suo chiudere tragicamente ma lasciando la sensazione di non aver chiuso, o di poter chiudere in altro modo, è davvero un capolavoro di apertura e di polisemia. Una vera opera aperta, insomma, che lascia a noi il compito di dare un senso a quello che abbiamo visto. Magari non scordando il titolo originale: Ahlat Agaci, Il pero selvatico. Che è anche il titolo del libro di Sinan, il libro che nessuno (o quasi…) ha letto. Ma dice qualcosa del film: solitario, informe, apparentemente
privo di armonia, ma orgoglioso di essere lì, e di esistere, e di dare frutti. Nella convinzione che c’è sempre qualcuno, nel mondo, che preferisce i frutti selvatici a quelli tutti uguali, levigati e omologati, che luccicano insapori nelle vetrine dei blockbuster globalizzati.
(Gianni Canova – Welovecinema.it)

Passato in concorso a Cannes l'ultimo giorno del festival, tra un pubblico ormai rado e proiettato verso la premiazione il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan (che col precedente Il regno d'inverno aveva vinto la Palma d'oro) era stato notato da pochi. Si spera che in sala ottenga l'attenzione che merita. Certo, è un film turco di tre ore. (...) Anche qui, come nel lavoro precedente, il regista rimane nel solco di un'ispirazione cechoviana (anzitutto Zio Vanja), con un giovane appena laureato che torna a casa, un villaggio nei Dardanelli vicino a Troia, non si sa se pieno di ambizioni o già disilluso. Tra
l'autunno e l'arrivo delle nevi, incontra il suo amore di gioventù che sta per sposarsi, e soprattutto fa i conti con la figura del padre, insegnante fallito che un tempo aveva anche lui un animo di poeta e oggi si è rovinato con le scommesse e insegue progetti velleitari (scavare un pozzo in un'arida campagna). Attraverso i vari incontri,
emerge, senza sociologismi o semplificazioni, e con un'ironia sottile, appunto cechoviana, una descrizione amara della Turchia di oggi: i conformisti e gli arricchiti, i giovani e i vecchi, le donne e gli intellettuali. Sullo sfondo, lontana o minacciosa la politica: un sindaco retore, un amico poliziotto che racconta divertito i pestaggi degli studenti, due imam in crisi o troppo disposti al compromesso. Tra loro, si muove un protagonista senza qualità, e la faccia qualunque dell'interprete favorisce una certa distanza, un'empatia solo parziale coi suoi rovelli. Che sono quelli di un intellettuale piccolo-borghese, e dunque anche antipatico e presuntuoso, come viene mostrato esplicitamente nella bella scena dell'incontro con uno scrittore famoso. Ma, pur senza speranza, a questi personaggi il regista regala comunque una capacità di soffrire e di vivere, e la
volontà di tirare avanti con dignità. In una sceneggiatura magistrale, i personaggi attraverso piccoli dettagli crescono di spessore, fino ad assumere le dimensioni del grande romanzo. Perfino le visualizzazioni dei sogni, terreno sempre difficile, sono risolte in maniera mai
fastidiosa. Lo stile, sobrio e quasi sempre sommesso, segue gli incontri in piani-sequenza o in campicontrocampi che sfruttano lo schermo panoramico, sicché risaltano ancor di più i radi, intensi movimenti di macchina, e i momenti in cui lo sguardo si apre a un
lirismo quasi commosso.
(Emiliano Morreale – La Repubblica)

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