LA PARANZA DEI BAMBINI (2019)

Un film di Claudio Giovannesi – ITALIA, 2019 Drammatico. Durata: 111', 2019

Con Francesco Di Napoli, Artem Tkachuk, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Ciro Pellecchia

Ispirato all'omonimo romanzo di Roberto Saviano, il film racconta di un gruppo di ragazzini - interpretati da esordienti tra i dieci e i quindici anni - che vive di espedienti e non si fa scrupoli a rubare, spacciare, sparare e addirittura uccidere pur di detenere il potere e controllare il quartiere.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
I ragazzi, la camorra: difficile schivare la retorica, il patetismo, il compiacimento, difficilissimo evitare il già visto, il già detto,lo sciacallaggio. Giovannesi, autore dell'apprezzato Fiore, ha adattato il libro di Roberto Saviano (con lo scrittore e Maurizio Braucci)
prendendosi molte libertà, e avendo cura di evitare i rischi di spettacolarizzazione, le scorciatoie e le ambiguità. L'esperienza come regista di vari episodi della serie Gomorra sembra averlo vaccinato, e il suo modello sembra essere l'opposto: cioè il film di Garrone. La storia, ispirata a fatti di cronaca, racconta la scalata di una banda di adolescenti nel quartiere Sanità. Nicolas(Francesco Di Napoli) viene dapprima arruolato come spacciatore, ma poi decide di allearsi con la famiglia perdente per "riprendersi il quartiere". Nel frattempo
vive una storia d'amore con una coetanea che vive in un altro rione. Questi personaggi sono un mondo a parte, lambiscono la borghesia fin dalla prima scena nella galleria Umberto, ma in fondo gli impulsi che li muovono, l'aspirazione al consumo e al potere, non sono diversi dai loro coetanei di qualche liceo bene. Sono mossi dal denaro, certo, ma in fondo anche dalla mitologia di una camorra "buona", appunto da Sindaco del rione Sanità. La regia si mantiene nel solco di un realismo piano, senza volgarità e senza estetismi, assumendo una prospettiva interna all'ambiente, con un alone inevitabile di compassione per i ragazzi (il protagonista ha una faccia buona, fin troppo; la storia d'amore è candida). Se in fondo non dice niente di nuovo rispetto a quanto non facesse già, mettiamo, Vito e gli altri di Antonio Capuano 25 anni fa, la pulizia e l'onestà dello sguardo sono esemplari. Il meglio, come nei film precedenti, Giovannesi lo dà nei dettagli precisi, rivelatori, messi lì quasi senza farsene accorgere:
l'affacciarsi di Nicola alla finestra a guardare la strada deserta, il matrimonio del boss, i bambini più piccoli che a loro volta ruotano intorno alla "paranza". Esemplare l'uso dei giovanissimi attori,scelti con un accorto casting, e sui quali il film sembra a tratti cucito.
(Emiliano Morreale – La Repubblica)

Come aprire una ferita e guardarci dentro. Ma non con lo sguardo distaccato del medico né con quello inquisitorio del giudice. Lo sguardo con cui Claudio Giovannesi osserva quella ferita non cicatrizzata che è la criminalità giovanile nel ventre di Napoli è lo sguardo di chi si prende cura. Di chi è emotivamente coinvolto, ma non al punto da lasciare che l’emozione offuschi la comprensione della gravità del male. Rispetto al romanzo di Roberto Saviano da cui prende le mosse, il film di Giovannesi ha – appunto – una dimensione emotiva più marcata e un gusto e un ritmo action che il regista ha maturato lavorando ad alcune puntate di Gomorra – La serie sotto il magistero di un maestro del cinema d’azione come Stefano Sollima. In alcuni
momenti, il suo film sembra un western partenopeo, con i motorini al posto dei mustang, le piste di coca al posto del rum e i vicoli a saliscendi del rione Sanità al posto delle praterie e della polvere del vecchio West. La differenza è che i protagonisti non sono vecchi cowboys o cinici pionieri rotti a tutte le esperienze, ma ragazzini
15enni che perdono la propria innocenza nel momento stesso in cui oltrepassano la propria linea d’ombra. L’incipit del film è esemplare per capire l’approccio che Giovannesi istituisce con il mondo che mette in scena: prima l’abbattimento dell’albero di Natale nella Galleria borghese di Napoli, e il successivo rogo notturno, con i
ragazzi che danzano intorno al fuoco a torso nudo, e urlano insieme, con il volto e il petto decorati col sanguinaccio, in una scena satura di primitivismo pagano e di ritualità tribale. Subito dopo gli stessi ragazzi sono tutti insieme davanti a uno specchio, e si profumano e si
agghindano per uscire la sera, assumendo quei modelli borghesi che sembravano voler abbattere poco prima quando hanno bruciato l’albero di Natale. Ma forse è proprio questa ambiguità, questa doppiezza che rende così vivi e credibili Nicolas, Tyson, Biscottino e tutti gli
altri ragazzini della paranza: attaccano quei modelli e quei valori che in realtà vorrebbero possedere. Nicolas, ad esempio, usa pistola e violenza per regalare un nuovo arredamento alla madre, o un grande schermo per giocare ai videogames all’anziano boss interpretato da
Renato Carpentieri. E quando vuole corteggiare la ragazzina di cui è invaghito, la invita al San Carlo a vedere un’opera lirica: lì lui e lei si scambiano un bacio, e i loro volti, di profilo, oscurano il palco del teatro, quasi a suggerire l’aspirazione a un romanticismo degli affetti che è possibile lì, a teatro, ma non fuori, tra i vicoli e nelle strade dove si paga il piazzo e si respira cocaina. Ci vuole una regia solida e accorta perché questa storia di perdita d’innocenza risulti credibile e al tempo stesso coinvolgente. Giovannesi ci riesce
scegliendo di girare con giovani attori scovati nei vicoli ma sottoposti a lunghi training preparatori e poi coinvolti in un piano di lavorazione che sceglie e ottiene di poter girare tutte le scene in sequenza, dalla prima all’ultima, nell’ordine in cui le vediamo nel montaggio definitivo. Spesso – dice chi era sul set – Giovannesi non batte neppure il ciak, per eliminare il confine fra il tempo della
realtà (prima del ciak) e il tempo della finzione (dopo il ciak). Il risultato è un film che riesce a farci capire perché Nicolas e gli altri si comportano così, senza per questo entrare in empatia con loro. Un film che assegna a Nicolas il privilegio dello sguardo (vediamo il mondo come lo vede lui, dalla sua stessa angolazione) senza che questo comporti da parte nostra un’assoluzione o una
condivisione. È questo equilibrio fra comprensione e distacco, fra adesione e distanza critica che fa la forza del film, sulla base di una sceneggiatura firmata da Giovannesi, Saviano e Braucci, giustamente premiata al Festival di Berlino. Il resto lo fa il giovane attore che interpreta Nicolas: si chiama Francesco Di Napoli, nella
vita fa il pasticciere e ha un talento interpretativo strabiliante. È lui che dà a Nicolas un’anima, lui che gli infonde rabbia ed energia. E il suo primo piano finale, muto, aperto, è una di quelle immagini che solo un cinema in stato di grazia è in grado – raramente,
purtroppo – di regalare a tutti noi.
(Gianni Canova – Welovecinema.it)

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