GREEN BOOK (2019)

Un film di Peter Farrelly – USA, 2019 Commedia. Durata: 130', 2019

Con Viggo Mortensen, Linda Cardellini, Mahershala Ali, Don Stark, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne

1962. Tony Vallelonga, conosciuto da tutti come Tony Lip, lavora come buttafuori al “Copacabana”. Il locale deve chiudere due mesi per i lavori di ristrutturazione e, per mantenere la famiglia, Tony accetta di fare da autista al pianista di colore Don Shirley, nel corso del tour musicale che lo vedrà impegnato per due mesi nel profondo sud degli Stati Uniti. I due, inizialmente diffidenti, affrontano un viaggio attraverso le varie sfaccettature del razzismo che li porta a costruire un'amicizia duratura.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
New York, 1962. Tony Vallelonga è un italoamericano dai modi spicci: lavora in un locale notturno e non disdegna le maniere forti quando deve risolvere qualche grana per il suo capo. Vive dalla nascita nel Bronx e frequenta da vicino, senza immischiarsi troppo, i mafiosi di zona che sembrano comparse de I Soprano. Ha una moglie che ama e una famiglia allargata pronta a invadergli la casa per vedere una partita di baseball. È un uomo tutto terreno: parla, fuma, mangia senza sosta e nasconde, dietro toni bonari, le tracce di un razzismo istintivo, quasi naturale. Quando il night club dove lavora chiude per un periodo, Tony è costretto a cercare lavoro. Ne troverà uno tanto inaspettato quanto ben pagato: fare l’autista per un eccentrico pianista giamaicano, Don Shirley, e accompagnarlo per un tour di
concerti nel Sud degli Stati Uniti, ancora funestati dal segregazionismo. Don è il contrario di Tony: salutista, silenzioso, colto, ricco, con un alcolismo sotterraneo da controllare e pulsioni sessuali da nascondere. Tony è un bianco integrato nella sua comunità, ma che non conosce e non appartiene a nessun mondo se non al suo; Don
vive in un paese in cui non è nato, parla mille lingue ma non si sente capito da nessuno: è nero e ricco, un binomio che suscita fastidio nei bianchi e sospetto nei membri della sua stessa comunità. Per la prima parte del film la strana coppia si studia, poi impara a conoscersi e
a rispettarsi, finendo per riconoscersi e accettarsi nella sua complementare diversità in un crescendo emotivo costruito con mestiere. In Green Book – il titolo deriva dal The Negro Motorist Green Book, la guida stradale che segnalava i (pochi) locali accoglienti nei confrontidei viaggiatori di colore – Peter Farrelly usa un tono lontano dalla comicità demenziale dei suoi grandi
successi, ma l’abitudine alla commedia regala ritmo e ironia a un buddy movie che, ancorato alla verità storica da raccontare e alla necessità morale da ribadire, rischierebbe altrimenti un eccesso di
retorica. E invece Green Book scivola via dolcemente, aggiungendo alle frizioni dei due improbabili compagni di viaggio un tocco di approfondimento psicologico, caricaturizzando personaggi e situazioni in maniera funzionale, riuscendo a moderare l’enfasi. Le dinamichefunzionano grazie all’interazione – un’attrazione tra opposti – dei due attori protagonisti: l’ingrassato Viggo Mortensen, logorroico e ciondolante, indolente e minaccioso, biascica il suo slang e occupa fisicamente l’inquadratura mentre Mahershala Ali tratteggia il suo personaggio con una fisicità ieratica, quasi astratta, raggiungendo momenti di intensitàemotiva cesellati in levare. Green Book si alimenta in fondo della sua stessa prevedibilità, intrattiene con una patina scintillante intrisa dei toni impastati del Sud, riempie la narrazione di musica e colori, scandisce il racconto alternando commedia e dramma: mantiene insomma quel che promette. È una forma di intrattenimento brillante, un prodotto confezionato ma onesto, in quanto consapevole della propria natura. Con delle regole d’ingaggio così chiare è facile farsi sedurre
dagli screzi e dalle riconciliazioni dei protagonisti, empatizzare con i loro tic e con le loro debolezze, indignarsi per le ingiustizie del becero razzismo deglistati del Sud (la discesa geografica, dall’Arkansasall’Alabama, è un’immersione negli inferi delle Jim Crows Laws, che all’inizio degli anni 60 mostravano conferocia l’arroganza del proprio potere). Green Book, insomma, è un compito ben svolto, senza sussulti o sorprese, che ci conduce con naturalezza verso l’ovvio finale edificante senza pretese né mistificazioni. Un
intrattenimento onesto, vitale, compiuto che però addolcisce fin troppo un tema ancora attuale, limitando al passato il suo raggio di riflessione per evitare, in maniera consolatoria, di sporcarsi le mani con gli echinrazzisti che ancora risuonano minacciosi nel nostro
presente.
(Federico Pedroni – Cineforum web)

Il libro verde fu la guida per un paese (gli Stati Uniti) e un’epoca (dal 1936 al 1966) a uso e consumo dei neri, vademecum inventato da Victor Hugo Green sui luoghi - hotel, motel, ristoranti, bar - disposti ad accogliere glinafroamericani. The Negro Motorist GreenBook, si chiamava. Veniva aggiornato di anno in anno, e aveva -
chiaramente - la copertina green. Verde come la luce che ai semafori ti permette di procedere. Verde come l’autorizzazione americana a rimanere, green card. Verde come il dollaro. Green: cioè lasciapassare, facoltà, disponibilità, vita. Lo porta con sé il dottor Don Shirley (Mahershala Ali), il suo libriccino verde: gli indica dove dormire, dove mangiare, dove bere. Green street, via
libera, su e giù per un sud bello e bigotto, profondo e razzista, a suonare il piano, a ricevere gli applausi di circostanza, a farsi vedere in pubblico. È anche però il buttafuori Tony (Viggo Mortensen) a guidarlo, e letteralmente, su quattro ruote; Tony, padre italoamericano di famiglia, marito devoto con moglie devota (e regina del focolare, naturalmente), stereotipo vivente; Tony, che non ha niente di green, è bianchissimo e con un fondo di diffidenza che con razzismo fa una discreta rima. A spasso con Tony. È noto, gli opposti si attraggono, vena d’oro del cinema. Quindi i colori si contaminano, si sporcano reciprocamente, inquinano il loro spettro e si mescolano. Green car: l’auto quale ecosistema in cui sconfiggere lo scetticismo e fare conoscenza, quindi sopravvivere a sé - al proprio timore, alla sfiducia, all’odio, alla prevedibilità - e sopravvivere al mondo, che i colori li vuole definiti, chiari, separati. In questo film così elementarmente, limpidamente, inevitabilmente hollywoodiano, la pelle resta diversa(l’una dall’altra), non si fa di tutta l’erba un fascio solo, le controversie non implicano un’intesa prescritta: eppure una convergenza è possibile; bussare alla porta di un’altra realtà, e perciò abdicare alla propria determinatezza isolata a favore di un’ipotesi democratica e civile e sentimentale, non vuol dire automaticamente cedere al conformismo, casomai è un tentativo - umano,
e non deve spaventare - di adattamento, di abbandono della resistenza, di traduzione. Don accetta l’invito di Tony dopo averlo in un primo momento declinato, e per la vigilia di Natale si reca a casa sua non scortato dal nuovo amico, come accade all’ingombrante Del (John
Candy) in Un biglietto in due di John Hughes, bensì da solo, dopo aver vinto, finalmente, la solitudine. Green light: accomodati, sei il benvenuto, unisciti a noi. Duecolori sono e saranno, ma in mezzo c’è, grazie al cielo, un solvente. E la commedia, il genere anarchico dove
l’happy end è probabilmente soltanto un sogno, torna a dirci che il cinema (industriale o no, di massa o no, poco importa) serve anche a suggerirla, la realtà, non esclusivamente a presupporla. Green life: verde non come il denaro, non come il miglio, ma come uno spazio per la rifondazione della retorica dei sentimenti. Non c’èniente di male, a vedere verde.
(Pier Maria Bocchi – Film Tv)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010