VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA' (2018)

Un film di Julian Schnabel – USA, GRAN BRETAGNA, FRANCIA 2018 Biografico, Drammatico. Durata: 110', 2018

Con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Stella Schnabel

È di sole che hanno bisogno la salute e l'arte di Vincent van Gogh, insofferente ai toni grigi di Parigi. Sostenuto dai fondi del fratello Theo, il pittore si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia, a contatto con la forza misteriosa della natura. La sua vita è turbata dalle nevrosi incalzanti e dall'ostilità dei locali. Allontanato dalla “casa gialla” e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin e le visite del fratello. Fino alla morte, tra i colpi di pennellate nervose.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Un altro film su Van Gogh? No, in effetti. Nonostante la somiglianza spudorata che sfoggia Willem Dafoe, iluoghi e i fatti della vita del pittore (qui in formaaneddotica e didascalica, là letteralmente inventati),Theo e Paul (Gauguin), le lettere e i quadri (presenti in
quantità generosa), perfino la storia degli schizzi ritrovati nel 2016 (veri o falsi, poco importa). Il film di Julian Schnabel è tutt'altro che biografico, se ne frega del “realismo”, usa i documenti come fonte di ispirazione,non certo di ricostruzione informata. Il suo scopo, da
regista-pittore, è parlare dell'atto di creare un quadro, di cosa significhi essere un artista (la storia parte da una ragazza che chiede “perché?”, domanda che gli verrà ripetuta ossessivamente, spesso in soggettive in primo piano). O per dirla alla Schnabel – che non è certo uno modesto: – «L'unico modo di descrivere un'opera d'arte è fare un'opera d'arte». Ed ecco allora questa meditazione su Van Gogh, o meglio, sulla sua capacità di vedere cose che noi non possiamo vedere, se non attraverso i suoi quadri. L'eternità che legge in un paesaggio piatto. L'energia che pervade l'universo. La luce, divina,
sovrannaturale. Schnabel sceglie spesso la camera a mano e un montaggio sincopato, cerca il movimento, il tratto, il gesto, l'immagine sghemba, usa filtri fuori fuoco, insegue la frenesia con cui Van Gogh realizzava i suoi quadri, non vuole una banale mimesi della sua opera ma il senso, l'intuizione, la visione fulminante. Quando ci riesce, il film si solleva improvvisamente dal lirico
torpore in cui lo fa precipitare una musica invasiva e ridondante. Ci pensa poi Jean Claude-Carrière – mica uno qualsiasi – a dare sostanza agli incontri di Van Gogh, alle sue riflessioni, alla sensazione di essere sempre sull'orlo della follia, a dialoghi notevoli come quello che lo oppone a un prete, a cui Vincent affida la parte di Pilato (visto che lui si paragona volentieri a Gesù). L'approccio è affascinante – lontano dal solito tragico maledettismo dell'artista incompreso – se non fosse che Schnabel raramente riesce a farci vedere ciò di cui sta parlando. Il problema è tutto lì. Va bene partire
dall'immagine nera, dalla tavolozza bianca, far emergere la pittura e la realtà (quella visibile e quella invisibile) dalle parole di Van Gogh, per poi incarnarla nel cinema, ma il cinema deve essere all'altezza dell'ambizione. Tanto per citare un caso recente, Mike Leigh era riuscito a farci vedere la luce di Turner, a farci intuire cosa cercava il pittore inglese. Qui invece quasi mai
riusciamo a vedere davvero quell'infinito, quella verità in forma di spazio e colori, quell'altrove sempre vivo e presente, di cui parla Van Gogh. Il film dice ma non mostra. Certo è che, d'ora in poi, quando penseremo a Van Gogh, ci verrà in mente il volto scavato – ispirato più che sofferente, gentile più che arrabbiato, mistico e
visionario più che folle – di Dafoe.
(Fabrizio Tassi – Cineforum web)

Ci vuole coraggio e tanta ambizione per portare ancora una volta al cinema la storia di Vincent Van Gogh dopo i film, tra gli altri, di Vincent Minnelli, Robert Altman e Maurice Pialat. Ma Julian Schnabel, il cui ego è grande come le tele che l'hanno reso celebre, da pittore ama confrontarsi con i suoi colleghi grandi e più piccoli. Ha iniziato al cinema nel 1996 con 'Basquiat' e ora torna sul grande schermo, e applaudissimo in concorso al festival di Venezia, con 'At Eternity's Gate' che vede come protagonista assoluto, nei panni del grande pittore olandese, Willem Dafoe: «È la persona a cui avevo pensato da subito. Ci conosciamo da trent'anni e l'ho visto tante volte aiutare gli altri attori a recitare, sapevo che sarebbe stato il mio migliore alleato». Il regista sceglie di soffermarsi sugli ultimi e più tormentati anni di Van Gogh, dal rapporto - bello ma complicato - con Gauguin (Oscar Isaac) fino al colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. (...) sia a Schnabel che al suo grande sceneggiatore Jean-Claude Carrière interessava di più rappresentare l'artista nell'atto del dipingere per cercare di mostrare la difficilissima emozione pittorica: «Penso di aver detto tutto quello che si poteva dire della pittura in questo film. Sono un pittore da quando sono piccolo e so tante cose su Van Gogh ma tutto questo,
comprese le informazioni e gli studi sulle lettere e sui diari, sono stati solo un punto di partenza. Quello che volevo veramente mostrare era l'assenza di pensiero che Van Gogh diceva di provare mentre dipingeva. Per lui era una forma di meditazione. lo ho cercato di mettere in scena, con un approccio sensoriale, l'equivalente delle
sensazioni che si possono avere quando si vede un' opera di arte», dice il regista che si è presentato in conferenza stampa in maniche di camicie e pantaloni corti. A sorpresa il Van Gogh che viene fuori dal film, che uscirà in Italia il 3 gennaio del prossimo anno con Lucky Red, è quello di un uomo certamente tormentato ma non poi così matto come il mito vorrebbe: «Se guardiamo ai suoi dipinti e leggiamo le sue lettere è evidente che lui fosse lucido e sapeva esattamente dove era. Aveva però capito che non sarebbe andato tanto avanti nella vita e per
questo era molto interessato a mettere nella pittura il riferimento al suo rapporto con l'eternità». Da qui il titolo originale del film Sulla soglia dell'eternità.
(Pedro Armocida – Il Giornale)

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