LA DONNA ELETTRICA (2018)

Un film di Benedikt Erlingsson – ISLANDA, FRANCIA, UCRAINA, 2018 Commedia. Durata: 101', 2018

Con Omar Gudjonsson, Jörundur Ragnarsson, Magnús Trygvason Eliasen, Jóhann Sigurðarson

Halla sembra una donna come le altre, ma dietro la routine di ogni giorno nasconde una vita segreta: compie spericolate azioni di sabotaggio contro le multinazionali che distruggono la sua terra, l'Islanda. Quando una vecchia richiesta d’adozione porterà una bambina nella sua vita, sarà – però - costretta a una scelta.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Sabotaggio. Che parola desueta. Oggi va più di moda il boicottaggio, che si può fare anche da casa, ma Halla è una donna in guerra, come da titolo originale: lei sabota, trancia cavi, abbatte pali elettrici, dà filo da torcere alle industrie che se ne infischiano del suolo islandese. Mascherata e guantata, per non lasciare tracce, si trasforma da mite insegnante di canto in eroina ambientalista. Non si ferma davanti a niente; nemmeno quando ottiene l’adozione di una bimba ucraina, un sogno così antico che ormai lo aveva riposto in soffitta.
Erlingsson, al secondo lungo di fiction dopo Storie di cavalli e di uomini, torna sul rapporto tra uomo e natura, ritrovando il tono surreale e la cifra profondamente umanista. La dimensione eroica di Halla va dall’Odissea(le pecore come nascondiglio) ai classici del cinema(Intrigo internazionale o Una pallottola per Roy nellafuga e nell’assedio tra scenari brulli), il suo amore per la natura non è missione, ma necessità primaria. Eroina analogica, sa di doversi rendere invisibile e irrintracciabile, perciò ricorre a vecchie macchine da scrivere e abbatte con arco e frecce l’insolenza panottica
dei droni. Non serve lo sguardo dall’alto, totalizzante; ma quello sul singolo, sull’angolo di terra da amare,sulla vita di una bambina che è solo uno dei motivi percui salvare il mondo. La guerra di Halla è privata, forse è solo nella sua testa: esiste davvero quel trio ritmico che(come il batterista di Birdman) la segue ovunque
producendo la colonna sonora? Esiste la sua gemella Ása, che all’attivismo preferisce il ritiro spirituale inIndia? O è solo la sua metà più pavida? Una guerra privata che ci riguarda tutti.
(Ilaria Feole – Film TV)

Avere un’opinione forte, un’idea o un ideale da seguire è una delle più forti attrattive della forza di volontà di una persona. Ti porta a rischiare la vita, a metterti contro i più potenti, in una battaglia continua che rischia di prevaricare, a livello d’importanza, la tua vita personale. In una sorta di metamorfosi, tutto il resto rischia di non avere più senso, di essere solo una copertura. La donna elettrica (Woman at War), l’ultimo film di Benedikt Erlingsson, racconta la storia di una donna di quarant’anni, sola e incredibilmente forte. In Islanda,così come in tutto il resto del mondo, le multinazionali
stanno distruggendo l’ambiente, ma Halla (Halldora Geirhardsdottir) non si limita a protestare o a discutere intorno a tavole rotonde, lei cerca di sabotare le multinazionali con la propria sola forza e ingegno. Hallaha ormai deciso di dedicare la sua vita a questo, mentre
durante il giorno fa l’insegnante di canto. Finché una sorpresa ormai inaspettata le scombussola la vita, e di conseguenza la sua missione rischia di passare in secondo piano. Così come nel precedente Storie di cavalli e uomini, anche stavolta il regista cerca una fortissima connessione con la natura, che diventa quasi la seconda protagonista di questa storia avvincente. L’autore infatti, ha deciso di inclinare la sua carriera cinematografica proprio sull’argomento, convinto del fatto che i diritti della Natura dovrebbero essere considerati di pari importanza di quelli dell’uomo. La donna si mostra impavida contro le forti istituzioni e proprio come una guerriera, lotta, da sola, contro ciò che tutti ritengono ingiusto ma nessuno è disposto a contrastare. È molto interessante l’uso che viene fatto della musica, che diventa completamente diegetica,facendo comparire e interagire sempre i musicisti con gliattori. Un complesso di musicisti e talvolta da un coro didonne ucraine vestite con abiti della tradizione. Questo
elemento ha radici antichissime. Infatti nell’anticaGrecia si credeva che le persone creative fosseroaccompagnate da un daimon (essere per metà divino eper metà umano), che conferiva all’uomo coraggio e forza per superare le proprie imprese. La musica diegetica in questo film sembra avere la stessa funzione, essendo anche capace di aggiungere comicità e divertimento per lo spettatore.
(Francesca Pasculli – Sentieri Selvaggi)

Una guerrigliera fai da te e una piccola eroina bambina che resta sullo sfondo, fino alla fine. Woman at War (alla Semaine de la critique) parla di eroismo femminile attraverso la formula curiosa di un action movie fai da te che conferma il talento originale e bizzarro di Benedikt Erlingsson, già apprezzato con l’esordio Of Horses and
Men del 2014. Qui Erlingsson racconta di Halla, un’insegnante dimusica nella quale si nasconde una bioterrorista che fa saltare centrali elettriche e fabbriche. Mentre la polizia le dà la caccia, lei si deve occupare anche del suo sogno di diventare madre, visto che la sua
domanda di adozione di una bimba ucraina sopravvissuta alla guerra è stata accettata. Nessuna melensaggine però nello script di Erlingsson e Òlafur Egil Egilsson che anzi mescola un film d’avventura curioso col racconto di famiglia iniettandovi una certa dose di umorismo.Una miscela per nulla semplice ma perfettamente in linea con lo spirito ardimentoso di Erlingsson, il quale saequilibrare un humour scandinavo sempre sul filo della bizzarria (i musicisti che compaiono a suonare la colonna sonora e che fungono da vero e proprio coro, in senso classico) con il sentimentalismo ben temperato e con un senso dell’avventura e della suspense molto originale che trova nella natura e nei luoghi, nel modo di riprenderli e usarli il suo centro e il suo senso, sia neigeyser dove riscaldarsi sia nel muschio in cui nascondereun ricordo prezioso. Erlingsson sceglie accuratamente i toni e i registri, li alterna senza confonderli, punta tutto sul ritmo e sull’adesione dello spettatore e fa dell’Islanda il luna park del suo immaginario (il western del primo film, l’avventura di questo) aprendosi a un finale tanto quietamente emotivo quanto epico, seppure in sedicesimi. Alza la posta il regista islandese. Per ora,
continua a vincere.
(Emanuele Rauca – Rivista del Cinematografo)

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