L’AFFIDO (2017)

Un film di Xavier Legrand – FRANCIA Drammatico 90', 2017

Con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikaly

Miriam e Antoine Besson si separano in malo modo. Davanti a un giudice discutono l'affidamento di Julien, 11 anni, deciso a rimanere con la madre mentre il padre vuole partecipare alla sua vita, a ogni costo. Questo desiderio diventa fonte di ansia per il piccolo, costretto a trascorrere i weekend con l'uomo e desideroso di proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Non c’è tema più disperatamente attuale e insoluto della violenza coniugale. Xavier Legrand, regista e sceneggiatore, lo declina nei modi e nei tempi di un thriller hitchcockiano tra le spaventose mura domestiche di una coppia divorziata con una figlia indipendente un
filino ingrata, e un ragazzino 12enne che vive con la madre ma ogni weekend viene traslocato all’ex marito sospetto di modi violenti. Una escalation di ambiguità, sospetti, fino a un finale che ricorda Shining: in L’affido - Una storia di violenza, l’autore mostra la bestia umana che alberga dentro di noi e naturalmente il gioco delle
colpe che si riversa sul giovane, cui servirà uno psicanalista di quelli bravi. Al di là dello schema sospetto-pericolo-emergenzaassassinio-forze dell’ordine contro quelle più diffuse del disordine, il film (alla base c’è un corto, Avant que de tout perdre) ha una sua indipendenza di tensione emotiva, perfino qualche
furberia in più nel gioco familiare a porte chiuse sul «domicilio coniugale» sempre ambiguo. Legrand si è ben informato seguendo corsi per uomini violenti, interrogando vittime e giudici, facendo con gli attori il punto psicologico. In questo drammatico Kramer contro
Kramer che ha il merito di usare i rumori della vita e non
l’invadenza musicale (solo la festa), gli attori sono un valore aggiunto notevolissimo. Menzione all’adolescente Thomas Gioria che subisce e sconta i peccati dei grandi, l’inferno di umani disumani.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera) Grandi attori, regia millimetrica, storia tosta e racconto misurato, è tra le cose migliori viste nel grande Concorso della 74esima Mostra di Venezia, da cui è uscito come meglio non avrebbe potuto: Leone d’Argento per la regia
e, assegnato da un’altra giuria, Leone del Futuro, ovvero migliore opera prima. Troppa grazia? No, a meno di non essere piccini e rosiconi: introspezione psicologica, nessun manicheismo, pathos senza additivi, dolore senza
placebo, è un esordio sorprendente proprio là dove gli
esordi abitualmente falliscono, nel controllo della
materia e nella padronanza del mezzo. Legrand, nomen
omen, dimostra maestria, perizia, fin troppo: calcolato,
limitato, implosivo prima ed esplosivo dopo, sicché il
suo film assume qualcosa di antico, incarna qualcosa che
ti fa sperare arrivino i buoni, che ti fa confidare non tutto
sia perduto, che l’irreparabile non succeda. Del resto, si
sta in poltrona ma, capirete vedendo, è come se fossimo
anche noi in quella vasca. Prima e durante, una teoria di
violenze, anzi, una violenza senza soluzione di
continuità, sorda, meccanica, iterata: Jusqu’à la garde vi
affonda il coltello, e ancor prima affonda la macchina da
presa nelle ragioni dell’uno e dell’altro, sebbene
quell’altro non ne abbia. Tutto è senza fretta, senza
enfasi né spiegoni, tutto è giocato nel binomio violenza e
rappresentazione: la rappresentazione della violenza è
inesorabile, impietosa, financo nichilista, viceversa, la
violenza della rappresentazione violenta non è mai, bensì
raffreddata, appunto calcolata, paratattica, misurata. Fino
all’epilogo, in fondo, è l’anticlimax a farla da padrone
drammaturgico, travasato negli occhi, le mani, le lacrime
e il terrore degli attori. Sono loro a fare il film, a
riflettere la storia, impreziosire il racconto: avercene. Ci
possiamo davvero affidare, ché tutto è perfetto,
cadenzato col metronomo dell’umano, calmierato da
un’idea di cinema che non ha bisogno di esibire ed
esibirsi per provarsi necessaria, urgente. Ellissi, non detti
e, da noi, non uditi abbondano, eppure, capiamo tutto: il
cuore non è mai leggero, la fine è solo un’alternativa, la
violenza e soprattutto l’assenza di un reale antidoto
fanno male. Ancora, dopo, comunque. Non è un film
facile, tantomeno consolatorio, e più di qualcuno l’ha
criticato, se non denigrato, stigmatizzandone il
naturalismo spiccio, l’architrave a tesi, l’esplicito intento
sociologico, la tavolozza piscologica senza sfumature.
Sono, in gran parte, questi nostrani detrattori gli stessi
che per le opere prime, seconde, terze e ancora italiane
hanno occhi prosciuttati, corsivi di velluto e stelle facili:
poverini, e correi del nostro cinemino. Di più, in questo
Xavier Legrand
28 marzo 1979, Melun, Francia
2017 L'affido
2013 Avant que de tout perdre (cm)caso pure stolidi: come se la violenza, questa violenza,
andasse necessariamente indagata, studiata, indi
“preparata”, come se l’avvio in medias res scelto da
Legrand, anche sceneggiatore in solitaria, non ne
inquadrasse meglio la brutale irrazionalità, la devastante
ineluttabilità, la mera evenienza, che per lungo tempo
seguiamo attraverso il piccolo Julien. Come se, in
definitiva, gli orchi non esistessero e, ammesso e non
concesso, andassero capiti o, richiesta uguale e contraria,
resi più ambigui anziché filmati e basta. Ecco, tenendo
fede al titolo, prendeteli in custodia questi critici, e
teneteveli.
(Federico Pontiggia – Cinematografo.it)
Generosamente insignito di due premi all'ultima Mostra
di Venezia (Leone d'argento alla migliore regia e premio
alla miglior opera prima), L'affido, esordio nel
lungometraggio di Legrand, già vincitore di un Oscar per
il miglior corto, ha come miglior pregio l'efficacia e la
tenuta drammaturgica, anche se magari non le sfumature.
Dopo lungo contendere, i due figli di una coppia
(un'adolescente e un bambino) sono affidati ai due
genitori congiuntamente. Ma di restare anche col padre
non sono molto contenti, e presto scopriamo perché.
Siamo dalle parti di un "film dossier" chiaro, esplicativo,
ben interpretato (il corpulento Denis Ménochet riesce a
trasmettere tutta la fragilità e la pericolosità di un
maschio in crisi). All'inizio il punto di vista è spesso
quello del bambino (identico al Cestié dei nostri film
strappalacrime anni 70), poi i toni tendono al thriller, e,
pur senza sorprendere, il regista mostra un
professionismo impeccabile nel tenere la suspense.
(Emiliano Morreale – La Repubblica)

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