LUCKY (2017)

Un film di John Carroll Lynch – USA - DRAMMATICO 88', 2017

Con Beth Grant, James Darren, Barry Shabaka Henley, Yvonne Huff

Lucky segue il viaggio spirituale di un 90enne ateo e dei personaggi che abitano nella sua cittadina sperduta nel deserto americano. Sopravvissuto agli amici di una vita, compie un ultimo viaggio alla scoperta di se stesso, della mortalità e della solitudine.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Alla soglia dei novant'anni Lucky tiene fede al suo nomignolo. Pur fumando un pacchetto di sigarette al giorno e bevendo alcolici, le sue diagnosi mediche sono impeccabili. Ma dopo una caduta comincia a temere la morte e la solitudine. Quando in un film tutto è prevedibile, ma il fatto che lo sia non ha alcuna importanza. Lucky è un film di attori, anzi di attore: un Harry Dean Stanton alle prese con la performance di una vita, in cui infonde elementi autobiografici e schegge delle maschere indossate in passato. Una parabola sulla
paura della morte e su come affrontarla per ritrovare interesse e stupore nella vita. Un omaggio cinefilo a un'icona del cinema, la cui associazione con il deserto, che circonda la cittadina in cui il film è ambientato, rimanda immediatamente a Paris, Texas. E insieme ad
altre mille interpretazioni di una carriera lunghissima: come quelle con David Lynch - nessuna parentela con John Carroll Lynch, il regista di Lucky - che qui si ritaglia il ruolo di un altro anziano solitario, più eccentrico e meno cinico di Lucky, fissato con una testuggine centenaria fuggita di casa. Metafora forse ovvia, ma ottimamente gestita, di un mondo che sopravvive al passaggio dell'uomo, alla caducità di esistenze che si affannano a lasciare un segno indelebile.
Tra tumbleweed che rotolano e tartarughe che si trascinano, scorre un piccolo film in cui cinismo e sentimenti possono felicemente convivere. Dove il lucido ateismo del protagonista è destinato a smussarsi e scendere a patti con la paura del vuoto, senza per questo
compromettere gli ideali di una vita. O in cui è possibile
commuoversi senza avvertire la forzatura di uno script costruito per estrarre lacrime, come nella scena della festa di compleanno, gioiello di spontaneità, o in quella - che pare quasi un omaggio a Una storia vera - del ricordo di guerra condiviso con un redivivo Tom Skerritt
"Sentirsi soli e stare da soli sono due cose differenti" è solo una delle sentenze memorabili di un film semplice, schietto, all'antica, che si serve di un attore maiuscolo per zoomare su uno spicchio della vita, quello terminale, troppo spesso ignorato o trasfigurato in forme posticce.
(Emanuele Sacchi – MyMovies.it)

Harry Dean Stanton, caratterista di molti film nell'arco di sessant'anni, di cui i più memorabili negli anni Settanta, protagonista di Paris, Texas di Wim Wenders, è morto il 15 settembre scorso. Lucky, suo ultimo film, è un omaggio alla sua presenza scenica. L'attore vi interpreta una specie di filosofo cinico che vive in un paesino, benvoluto da tutti nonostante il suo spirito caustico, e forse a causa di quello. Abita da solo, passa il tempo tra il bar, il diner e il divano di casa. E, sotto sotto, comincia ad aver paura. Lo stile del film è volutamente inattuale come il suo protagonista, fatto di piccole scene senza climax. Questo, insieme all'interazione tra il corpo del protagonista e i luoghi (tra California e Colorado) gli dà un piccolo e genuino fascino. Il regista Lynch è a sua volta un noto caratterista di cinema e tv e non è parente di David, il quale però interpreta un curioso ruolo secondario.
(Emiliano Morreale – La Repubblica)

L’uomo, l’animale e la natura. Il vecchio, la testuggine e il cactus. Sono tre i fulcri attorno ai quali girano Lucky e la sua riflessione sulle conseguenze della fortuna di vivere, o meglio, di sopravvivere. L’uomo è Lucky, il protagonista. Un novantenne abitudinario, lento,
impacciato, che vive da solo e tutti i giorni ripete sempre la stessa routine, incontra gli stessi amici, beve lo stesso drink e pronuncia le stesse battute. Un personaggio ambiguo; ambiguità chiara già dalla sua presentazione che, attraverso un utilizzo costante di dettagli, non lascia spazio a una visione chiara e definita del protagonista,
ma a una prima presentazione elusiva. Lucky fuma, beve e cammina sotto il sole, ma non sembra avere nessun problema fisico o di salute. Lucky sostiene che il realismo esista, ma anche che «…ciò che tu vedi, non è
lo stesso per me…». Lucky è un uomo stabile che, pur nella sua ambiguità, rimane in equilibrio. Fino a una caduta (metaforica e non) che mette in discussione tutto ciò che lo ha tenuto in piedi fino a quel momento. La paura lo investe di dubbi, la solitudine che tanto lo ha accompagnato comincia a soffocarlo, la morte potrebbe sopraggiungere in qualsiasi momento. Qualcosa scompare, un vuoto deve essere colmato. Una testuggine domestica di nome Roosevelt scappa, lasciando un enorme senso di solitudine nel suo proprietario, miglior
amico di Lucky. L’animale può colmare il vuoto, l’amicizia – anche quella tra uomini – può essere essenziale per l’anima. Lucky è circondato di amici e conoscenti ma a un certo punto sembrano non bastare. Forse acquistare un animale potrebbe colmare quel vuoto: ma neanche le cavallette sembrano riuscirci. La natura, infine, è il cactus, tra le poche forme di vita vegetali che possono sopravvivere in un ambiente così ostile come il posto in cui vive Lucky, la provincia desertica americana del Southwestern. Ambiente secco,
caldo, silenzioso, abbandonato a se stesso. Una “provincia in pensione”, che beve e romanza aneddoti del passato. Nonni ed ex-militari che vivono lentamente e vanno avanti, guardando al passato più che al futuro. Lucky, la testuggine e il cactus sono tre esseri vecchi e longevi. Tre esseri ricchi di passato ma incerti sul futuro
(sui quali gli avvocati vorrebbero mettere le mani). Il futuro è il destino dubbioso, è proprio quel vuoto che va colmato e affrontato. Forse, più che andare incontro a quell’uscita di sicurezza rossa e oscura, bisognerebbe accettare «la verità dell’universo»: tutto scomparirà, il nero abisso inghiottirà ogni cosa. Rinunciare all’animale, lasciarlo andare, accettare il destino e sorridere. Nel
finale, accompagnato da un semplice accompagnamento musicale – un’armonica di serena malinconia, suono della solitudine di provincia – Lucky si trova insieme al cactus e alla tartaruga sotto il grande sole caldo che li ha sempre seguiti. Forse, qualche risposta alle tante domande, il protagonista l’ha trovata. Qualcosa tutti abbiamo capito e Harry Dean Stanton, non più Lucky, ci guarda e ci sorride, prima di scomparire, come la tartaruga, verso il suo destino. Lucky, come il suo protagonista, è un film semplice, leggero nell’estetica e
nella forma. Una storia carica di contenuto e di domande e segnata da uno stile sospeso fra Jarmusch, Lynch (che interpreta un breve, simpatico ruolo) e non da ultimi i Coen, per i quali John Carroll Lynch, regista all’esordio, è stato attore in Fargo (era il mite marito della poliziotta Marge). La macchina da presa si sofferma
principalmente sulla performance attoriale di Harry Dean Stanton, il cui corpo viene indagato, sviscerato, sezionato in tutta la sua scheletrica evidenza.
(Alberto Savi – Cineforum web)

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