UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA (2017)

Un film di Sean Baker – Usa, Drammatico. Durata: 111', 2017

Con Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones

Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo benessere. I tre hanno circa sei anni e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e miseria in un'avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Osservando il mondo dalle loro case: i motel che popolano le periferie della Florida.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Girato nella galassia di motel cresciuti alla periferia di Disney World, nei dintorni di Orlando, e oggi popolati di famiglie rimaste homeless, 'Un sogno chiamato Florida' usa le architetture approssimativamente esotiche, i rosa e gialli vivaci, i fast food a forma di arance giganti e la vegetazione tropicale che sembra sbucare dall'asfalto, per evocare un senso di fiabesca avventura infantile. Ma
i bambini del nuovo lavoro del regista di 'Tangerine' ricordano piuttosto le 'Simpatiche canaglie' di Hal Roach, monelli impuniti in una serie di cortometraggi, realizzati tra gli anni venti e i quaranta, in piena Grande depressione. (...) Willem Dafoe, in un'interpretazione sfumatissima e geniale che gli ha procurato una
nomination all'Oscar ma non la statuetta che gli si deve da molto tempo (...). Usando con abilità un cast di non professionisti reclutato in gran parte via instagram, e con una sceneggiatura basata su decine di interviste condotte nell'arco dei mesi vissuti nella zona dove è stato girato ilfilm, Baker adotta il punto di vista dei bambini per dare una dimensione avventuroso fantastica allo squallore. Ma non è mai lezioso, edulcorato o falso - ogni primo piano tenuto solo quel tanto che basta per evitare l'impressione di un «giudizio» o - peggio ancora - di «pena»; il timing di ogni malefatta dei bambini dosato
prima che diventi slapstick, a partire dalla scena iniziale in cui Moonee e amici coprono inesorabilmente di sputo la macchina di un nuovo cliente del motel. E il film squarcia da dentro la sua atmosfera sognante con drammatici istanti di pericolo (...) per coglierne la
precarietà, il dolore e la drammatica ingiustizia.
(Giulia D'Agnolo Vallan – Il Manifesto)

Il fashion district a Manhattan, la San Fernando Valley, Tinseltown L.A. e ora i sobborghi di Orlando. Un sogno chiamato Florida è un’altra fermata del viaggio di Sean Baker attraverso gli Stati Uniti, una specie di Great American Road Trip in chiave marginale. Seguire il
cinema di questo regista è infatti un po’ come salire su un Megabus che fa fermate eccentriche. E questa volta si fa tappa a Orlando, Florida. Lo sguardo di Sean Baker (che qui abbandona l’IPhone con cui seguiva le trans protagoniste di Tangerine per un 35mm pieno e
avvolgente) non si dirige però a Disneyland, la meta per eccellenza di chi va in quella parte degli States, ma gli dà le spalle per guardare al di là della strada. E il controcampo del Disney World Resort, “il posto più felice sulla terra”, è un complesso di motel popolato da
un’umanità liminale che vive la propria esistenza sulla soglia. Il motel è infatti un sistema sociale, un microcosmo in cui si vive ma non si abita, in cui si alberga, senza una reale separazione tra interno e esterno, tra rassicurante e spaventevole. Si vive sulla
porta, continuamente aperta e chiusa, continuamente bussata. La relazione che si instaura tra l’al-di-qua e l’aldi-là del limite, come diceva Bachelard, è una lotta, un confronto doloroso e lacerante in cui identità e alienazione interagiscono vacillanti accarezzando la
continua possibilità di trasformarsi nel proprio opposto. Ed è così che vivono i personaggi del film, aprendo e chiudendo le porte delle loro camere, locazioni temporanee divenute definitive per le storture
dell’esistenza. Ma Un sogno chiamato Florida prende tutto questo e ne fa una specie di fumetto sfavillante scegliendo di raccontare quell’umanità e quel sistema sociale attraverso la prospettiva dei bambini. Monelli selvaggi e indomabili, “piccole canaglie” irrefrenabili che vivono la loro infanzia senza regole e senza limiti,
forse proprio perché il limite è la loro stessa esistenza. Scenette, quadretti, nessun evento ma un susseguirsi di momenti che suggeriscono come tutto vacilli sotto i rutilanti colori di quel mondo in cui ci si riconosce attraverso la sfumatura cromatica che hanno i muri del
motel che si occupa. Moone, la protagonista del film, è la bambina dell’edificio viola, ed è la più vulcanica, la più ingestibile, la più disperata. Tutto vacilla ma tutto si regge grazie a Bobby (un Willem Dafoe in forma smagliante come non mai, la misura nell’universo
dell’eccesso). Nella palette di tipi umani che popolano il motel e l’orizzonte di Moone e dei suoi amici c’è infatti solo un punto di riferimento: Bobby, che diventa il cardine di tutta la struttura narrativa del film ma anche il fuoco di tutta quella realtà malferma. Bobby è infatti il manager del motel, ovvero la chiave di volta della
relazione tra interno ed esterno, ed è il detentore dei segreti di ognuno. Mentre amministra il motel, gestisce anche quelli, sempre sul limite, sempre sulla soglia, sempre pronto a bussare alla porta. Bobby
continuamente tirato verso l’interno ma al contempo estromesso, è il mediatore, l’unico a saper gestire la situazione, a proteggere i bambini, a fare in modo che, come l’albero preferito di Moone, continuino a crescere anche se piegati dalle intemperie.
(Chiara Borroni – Cineforum web)

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