LA CASA SUL MARE (2017)

Un film di Robert Guediguain – Francia, Drammatico. Durata: 107', 2017

Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin

In una pittoresca villa di Marsiglia tre fratelli si ritrovano attorno all’anziano padre: Angela fa l'attrice e si è trasferita a Parigi; Joseph è un aspirante scrittore innamorato di una ragazza che ha la metà dei suoi anni; Armand, l’unico a vivere ancora in paese, gestisce il piccolo ristorante di famiglia. Il tempo passato insieme è l'occasione per fare un bilancio. Finché un arrivo imprevisto, dal mare, porterà scompiglio nelle vite di tutti.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
La casa sul mare di Guédiguian, la villà, con l’accento sulla a, come va pronunciato il titolo originale, è come il Moonrise Kingdom di Wes Anderson: un frammento di mondo isolato, delimitato da confini precisi; non fuori dal tempo ma sfiorato dal presente e prossimo per
nostalgia e rimpianto a un passato mai dimenticato. Non è l’alba di un mondo, ma il suo tramonto, con il sole per fortuna sempre pronto a tornare. I protagonisti del film, i fratelli cinquantenni Angèle, Joseph e Armand, che dopo anni di separazione si ritrovano nella casa-ristorante alle porte di Marsiglia dove sono cresciuti per accudire
l’anziano padre ammalato, sono i reduci di una guerra perduta: intellettuali diventati operai per scelta e poi dirigenti per destino; attrici di successo che hanno perduto una figlia e non hanno saputo perdonare i responsabili; gentiluomini che non hanno mai dimenticato le proprie radici, ma più per paura che per coerenza. Oltre i confini della goletta dove passano le giornate, il mondo cambia, da anni la città non è più tranquilla, la sinistra continua a morire, gli immigrati sbarcano clandestinamente e la polizia pattuglia: Guédiguian non lo scopre certo oggi, in fondo lo sa da sempre, ma di fronte ai sobborghi di Marsiglia saldamente in mano al Front national o trasformati dalla gentrificazione in residenze per turisti sente ancora una volta il bisogno di tirare le somme, e forse anche di porre
la parola fine a una storia e lasciare che un’altra cominci. Il ritorno di una sequenza di Ki lo sa?, vecchio film del 1985 girato negli stessi luoghi e con gli stessi interpreti, è un ricordo che appartiene al regista, ai suoi attoriamici-familiari (i soliti Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan), ai personaggi del film e, non da ultimi, agli spettatori, sia quelli avvezzi al cinema
di Guédiguian, sia quelli che lo incontrano per la prima volta, emozionati dal suo clima crepuscolare oppure respinti dall’autoindulgenza e dalle immancabili cadute di stile (i flashback sulla morte della figlia di Angèle). Nonostante le apparenze, però,
Guédiguian non fa prediche, non piange su macerie già ampiamente restaurate; registra piuttosto l’effetto del tempo sul suo mondo, che
nonostante sia isolato e ideale muta anch’esso d’aspetto, cambia, invecchia e va a morire. Ciascun personaggio del film vive la propria storia all’interno del racconto: Angèle trova uno spasimante con la metà dei suoi anni, Armand e Joseph si riavvicinano, la coppia di vicini sceglie il modo più tragico per andarsene, tre piccoli profughi senza più genitori sono accolti e nascosti nella casa, una nuova
coppia si forma e subito dopo parte. Tutti gli eventi, però, non spostano nulla, il mondo della villa resta uguale a se stesso, solo più vecchio e stanco. Così, alla fine, i nomi dei protagonisti urlati al vento e rimandati indietro dall’eco realizzano la giusta e facilissima metafora di un mondo che è insieme prigione e rifugio:
una forma di libertà monca e paradossale, ma forse l’unica ancora possibile.
(Roberto Manassero – Film Tv)

Uno dei migliori film di Robert Guédiguian, spesso cantore della Marsiglia popolare, legato a un fido gruppo di collaboratori, tra cui alcuni attori affiatati e bravissimi: sua moglie Ariane Ascaride, Gérard Meylan e JeanPierre Darroussin, che ritroviamo anche in questo
ventesimo film. L'ambientazione è in una casa sul porticciolo della Calanque di Méjean, fuori Marsiglia, dove tre fratelli si ritrovano dopo che il padre ha avuto un ictus. Uno è un ex sindacalista, una un'attrice, e il terzo, l'unico rimasto a vivere lì, gestisce la trattoria paterna. Altri personaggi ruotano intorno (una giovane
fidanzata, un giovane pescatore, una coppia di anziani vicini), in uno schema corale che richiama l'ariosità di Jean Renoir o il mondo meridionale dei film e delle pièce di Marcel Pagnol. I toni sono crepuscolari: La villa (questo il titolo originale) è in fondo una stoica contemplazione della morte, però anche un film sorridente e affettuoso. Il ricordo dei traumi personali e il rimpianto per la fine di un mondo (gli abitanti del paesino sono spariti uno a uno, vendendo le case agli speculatori) non diventano mai patetici, neanche quando
si tocca la politica. Perché l'osservazione delle dinamiche tra personaggi, psicologiche ma soprattutto sociali, è precisa, sostenuta dalla forza dei luoghi e dal cast. I tre fratelli, di sinistra e di mezza età, sono smarriti davanti alle nuove generazioni che hanno "la testa a destra e il cuore a sinistra, come tutti". Tra figli "macroniani" (visti comunque senza astio, con curiosità e affetto) e ombre lepeniste, i protagonisti, più che agli anni Settanta, sembrano fedeli allo spirito, anche cinematografico, del Front Populaire, e a un umanesimo indubbiamente sincero. Quando arrivano alcuni piccoli profughi senza genitori, che si nascondono dai controlli dell'esercito, i personaggi si troveranno davanti alle tragedie del
presente che impongono piccole fondamentali scelte quotidiane, e sapranno cosa fare. Anche questa svolta, che poteva essere capziosa o ricattatoria, ha una sua giustezza. Ma la scena più emozionante del film è quando improvvisamente, sulle note di I want you cantata da Bob Dylan, compaiono le immagini di un vecchio film del regista, Ki Lo Sa? (1985), con gli stessi attori trent'anni prima, in quegli stessi luoghi, ma nell'estate della loro giovinezza, come se fosse un vecchio filmino di famiglia. Uno dei piccoli miracoli che il cinema regala quasi per caso.
(Emiliano Morreale – L'Espresso)

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