FOXTROT – LA DANZA DEL DESTINO (2018)

Un film di Samuel Maoz – Israele, Germania, Francia, Svizzera, Drammatico. Durata: 113', 2018

Con Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonathan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Danny Isserles

Quando tre ragazzi in divisa suonano alla sua porta, Dafna capisce subito cosa sono venute a dirle, e cade a terra priva di sensi. Sedata per qualche ora, con un sonnifero, tocca al marito Michael sopportare sveglio il peso indicibile della notizia della morte del figlio Jonathan. Tutto appare incredibile. Non può essere vero, e forse non lo è: forse il destino ha in serbo una beffa ancora peggiore.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Foxtrot: avanti-avanti, destra-destra. Fermo. Indietroindietro, sinistra-sinistra, fermo, un passo dopo l'altro per tornare al punto di partenza. In questo schema SamuelMaoz costruisce il suo nuovo film, che del ballo porta anche il titolo (...). Uno spazio chiuso, anche stavolta,come nel precedente 'Lebanon' (Leone d'oro a Venezia nel 2009) con cui 'Foxtrot' condivide una uguale, studiatissima, logica di «riposizionamento» dell'immaginario (israeliano) rispetto ai suoi soggetti fondanti, il conflitto israelo-palestinese ma non solo pure
se in questa cartografia continua a essere il centro (...). Maoz dispone con cura le sue figure, il soldato,l'intellettuale, la diaspora, la memoria assai più labile della Storia, e dunque molto più manipolabile - quanto insomma ha costituito il «bagaglio» dell'immaginario israeliano negli anni - per dirci che no, non c'è una via d'uscita a un passato che non passa, all'errore «originario» di cui tutti finiscono per diventare vittima. Molto facile, assolutorio come direbbe il regista israeliano Eyal Sivan, perché la vittima - da una parte come dall'altra - permette una rappresentazione lineare
che giocando sull'empatia (nel film di Maoz di geometrie rarefatte e piacevolezza quasi pop) mette lo spettatore a suo agio offrendogli la catarsi di cui ha bisogno senza conflitto. Nei film dei classici, i «padri» moderni come Amos Gitai questi temi trovavano invece sempre un
controcampo, l'assunzione di responsabilità, che Maoz elimina nel tono surreale della sua storia.
(Cristina Piccina – Il Manifesto)

Catartico su ferite profonde e perennemente sanguinanti, 'Foxtrot' è però anche e soprattutto una magnifica opera cinematografica. Vertiginoso di inquadrature in coerenza al contenuto, capace di sorprendere per fulminee variazioni ritmiche e stilistiche, avvalorato da un cast superlativo. E come diversi testi imponenti, questa seconda fatica di Maoz ha spaccato anche la critica: direttamente dal capolavoro al film furbo e pretestuoso, senza passare per mezze misure. D'altra parte 'Foxtrot' è lo specchio emblematico di un Paese fatto di estremismi e contraddizioni, quell'Israele che lo stesso regista sintetizza in un'immagine assoluta quanto ironica, 'arance e soldati morti'.
(Anna Maria Pasetti – Il Fatto Quotidiano)

Samuel Maoz nel 2009 si era aggiudicato il Leone d’oro con il Lebanon, è poi tornato alla mostra del Cinema nel concorso principale con Foxtrot, dall’impianto teatrale e spesso ammantato di un senso oscuro che allontana lo spettatore da ogni piacere della visione. Alcuni soldati israeliani annunciano alla famiglia la morte del loro congiunto. Nella sequenza successiva vediamo il soldato dato per morto ad un checkpoint che, nel silenzio, riflette e disegna. Si ritorna in famiglia e i soldati comunicano che c’è stato un errore. Jonathan Feldman è vivo. Intanto all’interno del nucleo familiare qualcosa è mutato poiché i genitori si sono separati. Ma in effetti il giovane
militare è stato vittima di un incidente. Foxtrot è anche un ballo che lascia i ballerini quasi fermi nel punto in cui si trovano, quattro passi: avanti, di lato e indietro in pratica per non muoversi. Così è anche il film che pur avvalendosi di una ottima qualità delle riprese
soprattutto negli interni, con una esaltazione dello spazio, assomiglia molto ad una di quelle opere che hanno la necessità assoluta di dimostrare la propria tesi e poco importa di tutto il resto. Maoz ha la necessità di raccontare Israele e la sua religione, lo stretto legame, a volte incomprensibile tra la vita quotidiana e i precetti religiosi, attraverso le vicende di questa famiglia atea,
ma ha anche l’urgenza di raccontare il dolore paterno, furioso e incontenibile davanti alla notizia della morte del figlio. Ma tutto questo accade sempre in un clima mai riscaldato da un calore umano che resta solo dichiarato ma non sensibilmente percepibile. In altre
parole Maoz, per raccontare il gioco del destino verso gli uomini, immerge la sua storia a volte grottesca a volte drammatica, in un gelo esistenziale assoluto e questo, pur nella sua ottima resa attraverso una impeccabile messa in scena, resta però l’impressione più duratura del film. La voluta oscurità che evidentemente fa parte dell’impianto drammaturgico di Foxtrot non ne favorisce l’ascolto e l’opera di Maoz mette sempre una distanza tra l’immagine, la storia e lo spettatore. È come se non si riuscisse a percepire il respiro dei protagonisti e il loro dolore e le piaghe che affliggono la famiglia, siano solo
dimostrate nella loro fredda essenza. Foxtrot è l’ennesima dimostrazione di come un tema così caldo possa trasformarsi, se filtrato da un forma intellettuale eccessiva, in un film freddo, anatomicamente forse anche perfetto, ma incapace di trasmettere le necessarie emozioni. L’ottima capacità di raccontare il clima
familiare attraverso gli spazi dell’appartamento, in fondo diventa la dimostrazione di questa indubbia capacità artistica, ma nel contempo, racconta anche della difficoltà ad istituire con il pubblico un rapporto immediato e diretto. Sono questi i problemi di cui soffre
Foxtrot che pur raccontando l’immobilità del movimento, attraverso la metafora del ballo, sembra esso stesso costituire la metafora di una immobilità intellettuale, della quale, in parte, è anche vittima il
padre protagonista del film, dalla quale si guarisce, forse, istituendo un dialogo più immediato con l’interlocutore che in questo caso è il pubblico. Sicuramente Foxtrot resta un film spiazzante, che mescola molti registri narrativi, ma che non riesce ad arrivare mai veramente al cuore dello spettatore e forse, in fondo, anche del
problema cui vuole dare rilievo, disperdendo tutto nello sforzo di rendere assoluto il racconto. Maoz ha scelto di raccontare una specie di intimità collettiva, ma ha scelto di farlo attraverso un cinema algido, il che in se non è un errore assoluto, ma non quando il tema è anche quello di un popolo con il suo respiro, la sua vita e il calore umano che ne deriva. Foxtrot resta costantemente estraneo a tutto questo forse perché tutto avviene all’interno di una cerebrale messa in scena e, a tratti, di una per niente adeguata forma grottesca.
(Tonino De Pace – Sentieri Selvaggi)

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