OMICIDIO AL CAIRO (2017)

Un film di Tarik Saleh – Svezia, Danimarca, Germania, Drammatico, Thriller. Durata: 107', 2017

Con Fares Fares, Mari Malek, Yaser Aly Maher, Slimane Dazi, Ahmed Seleem, Mohamed Yousry, Hania Amar

Alcune settimane prima della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. Noredin Mustafa è un detective corrotto della polizia de Il Cairo. Sta seguendo il caso di una cantante trovata uccisa in una stanza dell’hotel Nile Hilton, e ben presto scopre la relazione segreta della donna con il proprietario dell’albergo, ricco imprenditore e membro del Parlamento. Durante la ricerca dell’unica testimone, una cameriera sudanese senza permesso di soggiorno, gli viene ordinato di archiviare il caso. Il detective tuttavia non demorde e l’indagine conduce a un’élite di “intoccabili” che gestisce il Paese.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Omicidio al Cairo (The Nile Hilton incident) è un ottimo giallo classico un poco ispirato a un fattaccio vero: la bella prostituta sgozzata in hotel, clienti ricchi ricattati, un ricco imprenditore parlamentare di Mubarak nei guai, le foto spinte, la teste scomoda. Chandler, Hammett, Ellroy, quella roba lì. Ma è il grigio fuori campo che impressiona: siamo dieci giorni prima di quel 25 gennaio 2011 quando il popolo si ribellò al regime, e gli esterni del Cairo sono impressionanti per la vastità della corruzione che lega i lati del Paese, dai taxisti ai capi della polizia che danno l’ordine di sparare sulla folla mentre gli ambulanti si lamentano dei cinesi. Non è un
documentario ma è come se: viene in mente mille volte Giulio Regeni (si parla di un giovane torturato e ucciso), è oltre ogni limite l’assenza d’una regola morale: tutto è lecito, uccidere, torturare, ricattare e a nulla vale la battuta «la dignità non si può comprare». Il poliziotto che indaga fumando no stop , mentre passa da maggiore
a colonnello, è Noredin e lavora con lo zio capo con cui divide rotoli di banconote: l’onore della divisa è pieno di fango. Tanto che il documentarista Tarik Saleh, svedese di origini egiziane, è stato cacciato e la troupe ha girato il film a Casablanca. Interpretato da Fares Fares che si troverà senza via d’uscita, il complotto ha la sensualità e le luci di un paesaggio kafkiano, nel grigiore di un
panorama di zombie, da hotel a 5 stelle ai bassifondi, l’albergo dei poveri.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera)

Il Cairo, Egitto, gennaio 2011. Nouredin è un ufficiale della polizia corrotto come tutti i suoi colleghi. Chiede denaro per proteggere i commercianti da attacchi delle stesse forze dell'ordine di cui fa parte. Per le strade intanto iniziano ad avvertirsi i primi segnali di quella rivolta che avrà il proprio fulcro in piazza Tahrir. Nouredin si trova però impegnato nel caso dell'omicidio,in un hotel di lusso, di una cantante che gode di una certa notorietà. Una cameriera ha visto tutto e per questo rischia la vita. Il poliziotto si avvicina pericolosamente al possibile colpevole: un deputato del Parlamento. Il film di Tarik Saleh, vincitore di un prestigioso riconoscimento al Sundance, provoca a prima vista una sensazione di nostalgia. Si tratta del pensiero che corre a quella stagione di cinema di impegno civile che percorse l'Europa tra fine anni Sessanta e inizio Settanta che ci
diede film di grande impatto come Z - L'orgia del potere e capolavori come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto ma anche una serie di opere, se vogliamo minori, ma che, particolarmente in Italia, iniziavano a denunciare il lato oscuro dei vari poteri.Questo film si ispira a un omicidio realmente accaduto nel 2008 di cui risultò colpevole un uomo d'affari e parlamentare egiziano vicino alla famiglia Mubarak. Non ci si limita però a ricostruire e romanzare i fatti ma si contestualizza il coté noir in quel clima di rivolta
popolare che è stato semplicisticamente etichettato dai media come 'primavera araba'. Si fa di più: si mostra una corruzione dilagante che è diventata abitudine quotidiana di fronte alla quale le coscienze si sono rese impermeabili. È in condizioni simili anche quella del
protagonista il quale però inizia, quasi inconsciamente, a sentire che la misura è colma e che chi detiene il potere non può sempre pensare di farla franca. Ma ci sono di mezzo i Servizi segreti, l'Egyptian State Security e qui la produzione ha scoperto di aver toccato un tasto molto sensibile. Anche se si parla del passato, anche se lo si
contestualizza in una fase di cambiamento che avrebbe dovuto portare a una catarsi, evidentemente non può bastare. Tanto che un film che ha il Cairo come coprotagonista, con i suoi contrasti e la sua distopia, è stato girato a Casablanca perché tre giorni prima del ciak di inizio i Servizi hanno impedito le riprese. Ecco allora che un noir che è anche un film di denuncia che ha dato evidentemente fastidio, può divenire per uno spettatore italiano un'ottima cartina al tornasole per capire meglio il contesto, qualora ce ne fosse bisogno, in cui è maturata l'uccisione di un connazionale: Giulio Regeni.
(Giancarlo Zappoli – MyMovies.it)

15 gennaio 2011, Cairo, dieci giorni prima che la protesta in piazza Tahrir rinvigorisca la primavera araba iniziata in Tunisia. Noredin è un capitano di polizia corrotto. Nel suo distretto si respira un’aria di sopraffazione organizzata simile a quella tra i colleghi dello Yorkshire della trilogia di Red Riding. Lui poi è in una botte di ferro perché il caposbirro è suo zio. Ma l’imponderabile accade. In una camera dell’Hilton Hotel viene trovata sgozzata una cantante, amante di un imprenditore importante nonché parlamentare di Mubarak. Una cameriera sudanese vede tutto e Noredin, per una volta, complice anche l’entrata a gamba tesa nella storia di un’altra fanciulla, non si fa corrompere. Il resto è un noir se volete anche tradizionale, benché lo spunto sia ispirato al vero delitto della popstar Suzanne
Tamim. A contare sono soprattutto il contesto, il sottofondo politico, la vibrante e inquietante relazione con la situazione attuale, l’intensità di una narrazione “di genere” che attinge a certi codici del polar (l’attore che fa il killer, Slimane Dazi, algerino di Nanterre, viene da lì) ed è solo un bene, naturalmente. Scritto e diretto dal regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh,
interpretato dall’ottimo Fares Fares, svedese pure lui ma nato in Libano, Omicidio al Cairo rende per noi italiani inevitabile il doloroso richiamo a Giulio Regeni, illustrando le atroci pratiche di polizia e servizi. Ma soprattutto, racconta una realtà quasi distopica per la sua inaccettabile violenza, e invece autentica e contemporanea, dove la “colpa” di tipo kafkiano diventa il più subdolo strumento di controllo sociale.
(Mauro Gervasini – Film Tv)

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