QUELLO CHE NON SO DI LEI (2017)

Un film di Roman Polanski – Usa, Thriller. Durata: 110', 2017

Con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Josée Dayan, Camille Chamoux, Brigitte Roüan

Tratto dal romanzo Da una storia vera di Delphine de Vigan. Delphine è l'autrice di un romanzo intimo dedicato a sua madre, che è diventato un best-seller. Già esaurita per lo stress e indebolita dai ricordi, è tormentata anche da alcune lettere anonime in cui viene accusata di aver dato la sua famiglia in pasto al pubblico. Inoltre, è paralizzata al pensiero di dover tornare a scrivere. Fino a quando non incontra Elle, una giovane donna attraente, intelligente e intuitiva, che la capisce più di chiunque altro. Elle si trasferisce da lei e la loro amicizia prende una piega inquietante

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il film gemello di L’uomo nell’ombra, che Roman Polanski aveva tratto nel 2010 dal romanzo di Thomas Harris, dove si mescolavano le vite, le fisionomie, le finzioni, gli amori e gli inganni di un premier britannico molto simile a Tony Blair e dello scrittore da lui
ingaggiato per scrivere la sua biografia. Ma al femminile: una scrittrice di successo, molto amata dalle donne e che racconta storie di donne (compresa quella tragica di sua madre) e una sua ammiratrice, molto determinata e intrigante, che di mestiere fa, appunto, la
ghostwriter, l'autrice nascosta delle "autobiografie" di celebrità varie. Quindi, Quello che non so di lei diventa anche il film, se non gemello, comunque analogo a Sils Maria e a Personal Shopper di Olivier Assayas, che infatti firma la sceneggiatura insieme al regista. Due
donne che si specchiano l'una nell'altra, che si affascinano vicendevolmente ma si scrutano con cautela, che si "prendono le misure" e si usano, senza troppi scrupoli (nessuna delle due). D'altra parte, uno scrittore (come un regista) non può non essere un po' "vampiro"; e per di più Delphine (Emmanuelle Seigner, la scrittrice)
è in crisi creativa e anche un po' colpevolizzata dall'uso che ha fatto delle sue vicende familiari, mentre El, diminutivo di Elizabeth (Eva Green), è inevitabilmente frustrata dall'oscurità nella quale è costretta a lavorare. Intorno a queste due figure, una un po' rattrappita su se stessa, nervosamente disponibile a lasciarsi adulare e alla ricerca di linfa vitale, l'altra misteriosa, insinuante e
altera (finché ha i capelli neri Eva Green sembra una moderna riproduzione della regina Grimilde della Biancaneve disneyana o di uno dei personaggi che le ha cucito addosso Tim Burton), Polanski tesse un thriller psicologico tutto sussurri, intuizioni, suggestioni, sospetti, fughe indietro o in avanti. Avvolgente, come la colonna sonora di Alexandre Desplat (che aveva già firmato le musiche di L'uomo nell'ombra e Venere in pelliccia), fatto di molti primi
piani e di volti e corpi che, nonostante la differenza d'età, finiscono per somigliarsi, di sogni finalmente costruiti con il
tocco surreale, alla Dalì, del sogno, di sotterranee notazioni ironiche che sottolineano il gioco dell'assurdo nel quale ci stiamo inoltrando, Quello che non so di lei è pazientemente costruito come una ragnatela, talmente ovvia all'inizio che non può non celare qualche ulteriore inganno. Infatti, i ragni sono due, analoghi e diversi, in cerca entrambi di creazione, di affermazione di sé, di
materia viva. «La gente se ne frega della finzione, delle invenzioni. La gente vuole la realtà», dice all'inizio della loro conoscenza El a Delphine (fotografando, tra l'altro, lo stato cannibalesco della cultura contemporanea): e la realtà si presenta imprevista nei panni dell'altra, da incarnare o da spolpare. Un gioco al tempo stesso
ambiguo e molto scoperto, dove le apparenze non ingannano, purché si sia capaci di leggere sotto gli strati più superficiali (ed elementari) di un volto, un gesto, uno sguardo. Classico cinema polanskiano, costruito con una semplicità e una pulizia ormai rare, al quale, a voler essere esigenti, manca solo una sequenza mozzafiato
come quella delle pagine che si sfogliavano lungo il marciapiede che chiudeva L’uomo nell’ombra.
(Emanuela Martini – Cineforum web)

Ci sono una scrittrice di bestseller esaurita dalle tournée e una ghost writer (come Ewan McGregor in L’uomo nell’ombra) più giovane, più energica e carismatica: due figure stilizzate pronte l’una a sopraffare l’altra, a mettere in scena quei rapporti di forza che da sempre Polanski ritrae, perché per lui l’essenza dell’uomo è tutta
lì, nell’istinto alla prevaricazione che da I mammiferi arriva a Carnage. La giostra di seduzione & umiliazione qui è tutta al femminile, come era già successo nel corto Greed, con Michelle Williams e Natalie Portman, finto spot del finto profumo di Francesco Vezzoli, visibile online. Quello che non so di lei dura 99 minuti in più e aggiunge ben poco: nel thriller tutto di superficie che il
regista imbastisce facendo di Eva Green il seducente boia di Emmanuelle Seigner, ogni gioco di doppi (la giovane è fantasma di mestiere, e si sovrappone come un’inquilina in parrucca al corpo della scrittrice) e vertigine depalmiana si consuma prima ancora di compiersi, ogni tensione sadomaso è stanca e appannata come il volto di Seigner, ogni discorso sulla creazione artistica come alienazione da sé, ridotto a cornice di un’Angoscia le cui vibrazioni saffiche si fanno specchietto per le allodole. Polanski, ateo indefesso, ha
sempre irriso il credo degli uomini, che fosse un dio, il denaro, il potere; qui pare abiurare anche alla fede nel cinema, abbandonare le immagini, guardarle come se non gli appartenessero, spergiurarle. Che gioco sta giocando, questo maestro annoiato dalla sua arte? Forse
il vero colpo di scena è che anche lui è ormai il ghost director di se stesso.
(Ilaria Feole – Film Tv)

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