LOVELESS (2016)

Un film di Andrey Zvyagintsev – Francia, Russia, Drammatico. Durata: 126', 2016

Con Mariana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs, Alexey Fateev

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta di una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner. C'è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Nelyubov - Loveless, ovvero “privo di amore”, espressione che nel film ha un doppio significato. È senza amore innanzitutto il protagonista, un bambino, che pure scompare dal racconto dopo una manciata di
sequenze, giusto il tempo di esprimere il suo dolore per la separazione dei genitori, i quali senza tanti complimenti parlano davanti a lui delle nuove, rispettive vite di coppia che li aspettano dopo la rottura. Al centro del film rimane comunque la sua sparizione, improvvisa, misteriosa e, per i genitori, fastidiosa, visto che
interrompe lo slancio con cui progettano i rispettivi futuri. A riprova che l’evento genera in loro più irritazione che preoccupazione, le ricerche vengono affidate a una sorta di agenzia esterna, specializzata nel recupero di persone scomparse. In questo modo, il nucleo potenzialmente melodrammatico del film – l’apprensione dei genitori per un figlio che non è tornato a casa – viene disinnescato dall’approccio alla questione dei due adulti, che continuano a frequentare i nuovi partner e avere in testa la propria vita futura. Ma senza amore, in una valenza ora positiva del termine, è anche lo sguardo del regista su questo mondo di sfacelo morale, dominato dall’egoismo e dall’utilitarismo. Abbandonati le atmosfere malinconiche e i tempi morti del precedente Leviathan, Zvyagintsev questa volta gira con crudele essenzialità, riempiendo i vuoti del
melodramma con una messa in scena di gelida eloquenza, dominata da piani sequenza e riprese fisse che fotografano impietosamente la deriva morale dei protagonisti. La sequenza ambientata in un obitorio
rappresenta, sotto questo punto di vista, il momento più alto del film, per la capacità di registrare con toni impassibili e severi una miseria esistenziale che finalmente rompe gli argini dell’interesse personale. Loveless però non è un film di pentimento e ravvedimento, anche in questo sta la sua grandezza. Il finale racconta infatti un agghiacciante ritorno alla normalità: la falla morale apertasi nei personaggi si richiude rapidamente, i riti della quotidianità prendono
nuovamente il sopravvento. Nel frattempo il regista ha disseminato le ultime sequenze di piccoli dettagli che danno alla vicenda un significato politico: la famiglia lacerata come la Grande Madre Russia, il figlio come uno stato interno che prova disperatamente a segnalare la propria esistenza. Qualcuno è rimasto deluso e infastidito da questo finale, che esplicita in modo forse eccessivo la
dimensione metaforica del racconto. A me invece sembra importante che Zvyagintsev, al momento di tirare le fila, raccordi in modo inequivocabile la dimensione politica e quella individuale, tracciando, tra l’una e l’altra, un nesso forte. Facendo dell’assenza di solidarietà e responsabilità malesseri endemici che corrodono il
genere umano dall’interno, su tutti i fronti.
(Leonardo Gandini – Cineforum web)

Una battuta ci fa capire che la storia è ambientata quando l’inverno non è ancora passato perché «di notte torna il freddo che impedisce di dormire all’aperto». Eppure le prime, silenziose immagini di Loveless di Andreij Zvjagincev sono quelle di un parchetto coperto di neve:
lo rivedremo poco più avanti, non più imbiancato, attraversate dal giovane Alioša che sta tornando a casa e cammina lungo un laghetto e tra alberi poco in salute, o caduti o rotti. Un’introduzione cupa e raggelante, che la neve rende ancora più fredda e inospitale, senza un
legame temporale con le immagini che seguiranno ma cui stiamo per muoverci. Zvjagincev non è un regista molto compiacente. Il suo film precedente, l’ottimo Leviathan, restituiva un quadro senza speranze della Russia di oggi, dove potere politico, rapacità economica e ideologia religiosa (che nell’epoca di Putin ha sostituito definitivamente quella sovietica) si alleano per strangolare chi si mette sulla loro strada. Con Loveless (in originale Nelyubov, Senza amore) il suo sguardo continua a non aver speranza sul futuro del suo Paese ma qui si fa più «privato», dentro una coppia piccolo borghese in procinto di separarsi: la rabbia e l’odio accumulato l’una contro l’altro è palpabile fin dalle prime scene, così come colpisce la totale indifferenza dei due genitori per il destino del loro figlio dodicenne. Non si fanno scrupolo di ammettere la loro indifferenza sul
suo futuro, ognuno preoccupato di pianificare il proprio di destino: lui, impiegato in una società retta da un direttore ultraortodosso e a cui non sa come annunciare l’imminente divorzio, visto che aspetta già un figlio dalla propria insignificante amante; lei, direttrice di un salone di bellezza, è la donna di un qualche nuovo ricco, ben più anziano di lei. E il povero Alioša non può che piangere in silenzio senza nemmeno farsi vedere, come scopriamo in una scena che resta impressa nel cuore dello spettatore, quando la madre chiude una porta e svela il ragazzo in favore della macchina da presa, al buio e con le lacrime ma incapace di emettere un singhiozzo. Così, quando la donna scopre che Alioša è sparito – non va a scuola da due giorni, nessun
compagno ha notizie – la sorpresa è più dei genitori che dello spettatore. Anzi, verrebbe quasi da tirar un sospiro di sollievo perché l’adolescente si è finalmente tirato fuori da quell’inferno casalingo. Ma è a questo punto che Zvjagincev cambia registro accompagnandoci a scoprire come quelle fughe siano accadimenti molto comuni nella vita della nuova Russia. Così almeno sembra di capire
dalla freddezza un po’ scocciata di un funzionario di polizia che raccoglie la denuncia della scomparsa («non facciamo niente perché nel 70 per cento dei casi i figli tornano a casa dopo qualche giorno». E più agghiacciante ancora: «Non la porto in commissariato perché questo non mi sembra il tipico caso in cui i genitori uccidono i loro figli e poi li denunciano come scomparsi»). È lui che consiglia ai genitori – che non smettono di litigare anche in questo frangente – di rivolgersi a una «squadra di ricerca e salvataggio», associazione privata di volontari che si impegnano là dove la polizia latita. Inizia così la ricerca di Alioša, che però diventa viaggio dentro una Russia ostile e
inospitale, proprio come la nonna che vive non lontano da Mosca e che visitano sperando abbia nascosto il piccolo fuggitivo. E che invece vomita addosso alla figlia tutto il suo odio e il suo rancore: contro la donna, ma anche contro il mondo, la società, gli uomini, tutti
colpevoli e ridotti a bersagli di una rabbia che non ha giustificazioni o spiegazioni. Così come finisce per rivelarsi senza spiegazioni l’abbandono e l’incuria in cui è finito un passato fatto di palazzoni magniloquenti, di fabbricati ciclopici e di condomini multifamiliari e che invece si rivelano ai nostri occhi (e a quelli della squadra di ricerca) come i ruderi di un mondo che non ha saputo
resistere alle ambizioni per cui erano stati progettati. Un disastro urbanistico e naturale (la natura che li circonda rivaleggia in quando ad abbandono e incuria) dove sembra inevitabile non riuscire a trovare niente e nessuno, perché capace solo di rimandare a chi lo attraversa il senso della sconfitta e del fallimento.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010