THE POST (2017)

Un film di Steven Spielberg – Usa, Biografico, drammatico, storico. Durata: 118', 2017

Con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon, David Cross

Convinto che la guerra condotta in Vietnam dal suo Paese costituisca una sciagura per la democrazia, Daniel Ellsberg, economista e uomo del Pentagono, divulga nel 1971 una parte dei documenti di un rapporto segreto: settemila pagine che dettagliano l'implicazione militare e politica degli Stati Uniti nel conflitto. Sarà il New York Times il primo a rivelare l'affaire, impedito a proseguire nella pubblicazione da un'ingiunzione della Corte suprema. Il Washington Post (ri)metterà così mano ai documenti, grazie al coraggio della sua editrice, Katharine Graham, e del direttore, Ben Bradlee.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Poco prima della fine di The Post, Steven Spielberg inquadra e muove appena la macchina verso una figura di tre quarti che abbiamo già visto al telefono, attraverso una finestra della Casa bianca, e che ordina brutalmente di non far mai più entrare un giornalista del “Washington Post” nel palazzo presidenziale. Mentre la voce di Nixon
- perché del presidente si tratta - prosegue, assistiamo alla scoperta dell’effrazione alla sede del Comitato del Partito democratico nel palazzo del Watergate Hotel. Poche immagini, l’ultima delle quali è una visione notturna delle finestre dell’edificio, mentre qualcuno
chiama la polizia. Dove cominciava Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula (la storia dello scandalo Watergate, che portò alla rovina di Nixon nel 1974), finisce The Post, che racconta invece dei Pentagon Papers, un rapporto di 7.000 pagine commissionato nel 1967 dal segretario della difesa Robert McNamara, dal quale emergeva che quattro presidenti americani (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) avevano ingannato l’opinione pubblica sulla guerra del Vietnam.
Rapporto insabbiato, trafugato e riemerso nel 1971 sulle pagine del “New York Times”, che fu bloccato dalla Corte federale. Ma tre giorni dopo il “Washington Post”, allora un buon quotidiano locale che stava per quotarsi in borsa, riprese il filo del racconto e la pubblicazione dei documenti. La tradizione della stampa investigativa come baluardo di onestà: come dice Ben Bradlee (il leggendario direttore del “Post” dal 1968 al 1991), «Noi dobbiamo essere i guardiani del loro potere»; o, come dice il Primo emendamento della Costituzione, «Il Congresso non promulgherà leggi che limitino la libertà di parola o di stampa». Costruito come un thriller giornalistico («È la stampa, bellezza»: Bogart in L’ultima minaccia di Richard Brooks), The Post non solo
prosegue l’accorata analisi della Storia e dei fondamenti e tradimenti dello spirito della democrazia americana intrapresa da Spielberg con
Lincoln e Il ponte delle spie, non solo affronta un tema di bruciante attualità (nell’America di Trump, ostile a qualsiasi organo di stampa che la pensi diversamente da lui, come in quella parte del web per la quale una notizia vale l’altra, vera o falsa che sia), ma apre anche
un’insolita finestra “femminile” nel lavoro dell’ autore. Giocato sul montaggio alternato tra il fermento della redazione e le riunioni con finanziatori e consulenti cui è costretta l’editrice del “Post”,
Katharine Graham, socialite di mezza età che ha ereditato la società
alla morte del marito, unica donna in un mondo di uomini che non la considera all’altezza, The Post ne fa la “eroina” della storia. Se Ben Bradlee (Tom Hanks, nella parte che fu di Jason Robards in Tutti gli uomini del presidente) è il classico giornalista votato al lavoro,
Katharine Graham (una Meryl Streep umanissima)tentenna, esita, si schermisce. Poi, tira fuori la grinta: il giornale è suo. E vince, con Ben, con l’America, almeno per una volta. E quando partono le rotative e le scrivanie tremano è un gran momento di cinema.
(Emanuela Martini – Film TV)

La battaglia per la verità e la libertà di stampa vista come un’irresistibile “sophisticated comedy”. La guerra fra il Washington Post e la presidenza Usa che nel 1971 portò alla pubblicazione dei “Pentagon Papers”, ricostruita scrutando caratteri e comportamento dei leggendari protagonisti della vicenda, a partire dal direttore Ben
Bradlee e dalla sua editrice Katharine Graham (Tom Hanks e Meryl Streep, supremi). Uno scoop che sbugiardava ben quattro presidenti Usa, colpevoli di aver iniziato e proseguito la guerra in Vietnam sapendo che non avrebbero mai potuto vincere, rievocato con leggerezza scintillante malgrado la serietà del tema, da un film che non sbaglia un colpo. C’è tutto: la gloriosa vita di redazione dell’era digitale, col baccano delle rotative e il lavoro di squadra, lo scrupolo di chi teme di mettere in pericolo i soldati al fronte e lo stuolo di esperti legali e finanziari che frena segnalando trappole e pericoli. C’è l’alba di una nuova era, con le donne - mogli, segretarie, cameriere - confinate in ruoli ancillari ma decisivi. C’è il primo “whistleblower” della storia, quel Daniel Ellsberg che fotocopiando a mano le 7mila
pagine del dossier cambierà la storia dell’informazione e del mondo. Ma soprattutto ci sono i tormenti di quella dama dell’alta società, catapultata ai vertici della casa editrice dal suicidio del marito, che pubblicando quel dossier segreto tradisce la sua classe e infanga amici di una vita, come il segretario alla Difesa Robert McNamara, ma rischia anche di mandare a rotoli l’azienda appena quotata in Borsa. È lei, ancor più del mastino Bradlee, il cuore morale di un film che avrebbe potuto intitolarsi “Citizen Kate”. Lei, grande assente da
“Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, 1976, l’altro grande film sul Post, a portare il peso maggiore delle scelte. Mentre Bradlee in fondo si diverte da pazzi a cavalcare uno scoop che prepara il Watergate. E noi con lui.
(Fabio Ferzetti – L'Espresso)

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