L’INSULTO (2017)

Un film di Ziad Doueiri – Libano, Francia, Usa, Belgio, Drammatico, Thriller. Durata: 112', 2017

Con Talal Jurdi, Rita Hayek, Rifaat Torbey, Kamel El Basha, Julia Kassar, Diamand Bou Abboud, Christine Choueiri

Toni è un libanese cristiano e litiga per futili motivi con l’ingegnere palestinese Yasser che si occupa della ristrutturazione di un quartiere di Beirut. I due finiscono davanti a un giudice scatenando, senza volerlo, un caso politico, partendo da un dramma processuale che non coinvolge solo i due contendenti.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Due motivi tematici ritornano con frequenza nei lungometraggi diretti da Ziad Doueiri: la convivenza problematica tra gruppi etnici e religiosi differenti e il bisogno di fare i conti con la propria memoria, di comprendere il proprio passato e di ridefinire le proprie relazioni con gli altri per trovare un nuovo equilibrio esistenziale. Nei suoi primi due lavori – ambientati, rispettivamente nel Libano del 1975 (West Beyrouth, 1998, di ispirazione autobiografica) e nei quartieri arabi di Marsiglia (Lila dice, Lila dit ça, 2004) – aveva sviluppato questi due motivi sotto forma di racconto di “formazione” cogliendo i suoi protagonisti nel momento decisivo dell’adolescenza o dell’ingresso nell’età adulta. Negli ultimi due film ha invece messo in scena quelli che possiamo definire episodi “emblematici”, raccontando una situazione - “micro” – riguardante cioè un ristretto numero di individui, coinvolti, in primo luogo, nella loro dimensione privata e che si svolge in un breve lasso di tempo – nella quale si trova rispecchiato e condensato un conflitto “macro” che riguarda invece interi popoli e che affonda le sue radici nei tempi lunghi della Storia. Perché, attraverso questa condensazione, la storia “micro” renda il più possibile evidenti le questioni problematiche che i film intendono esplorare, Doueiri, assieme alla sua abituale cosceneggiatrice Joëlle Touma, è disposto anche ad alcune forzature a scopo “dimostrativo”. (…) La qualità migliore di L’insulto mi pare stia nella capacità di costruire la storia intorno a personaggi che non sono convenzionalmente “simpatici” – sono, anzi, personaggi che hanno tratti (la convinzione di essere dalla parte del giusto li rende incapaci di tener conto delle persone che gli stanno intorno e spinge l’ostinazione sino al fanatismo) che li possono anche rendere sgradevoli. Per certi versi, anche il film precedente prendeva le distanze dal suo protagonista, personaggio che – volutamente – era costruito in modo da non attirare la piena “simpatia” dello spettatore. Sembrerebbe, dunque, che questa costruzione dei personaggi sia un tratto costitutivo del metodo di scrittura dei due sceneggiatori, i quali, in questo modo, riescono a mantenere aperto lo sviluppo della vicenda e viva la tensione che la percorre. Nell’assistere al processo de L’insulto non si è infatti guidati da aspettative e da “speranze” predefinite. In certi passaggi della vicenda sembrerebbe si possa leggere una contrapposizione tra la politica e le persone comuni, con l’attribuzione alla politica di tutte le colpe dei conflitti passati e (col contributo del sistema dei media) degli strascichi attuali. È un discorso che, in contesti diversi, può trovare consensi, specialmente dopo gravi conflitti. (…) L’auspicio di L’insulto non è dunque un generico invito a riconciliarsi mettendo da parte la radicalizzazione, cercando magari di dimenticare quel che è accaduto. Doueiri afferma, al contrario, la necessità di ricordare quegli eventi, esplorando il proprio passato e il modo in cui questo ha condizionato il modo di rapportarsi agli altri, ma rivedendolo anche dal punto di vista dell’altro. E considerando la propria identità non come un dato fisso – che è ciò su cui fanno leva i politici che la trasformano in ragione di conflitto – ma come qualcosa in costante mutamento attraverso questo confronto con l’altro. Nonostante il trattamento “spettacolare” della materia, L’insulto non è dunque un film politicamente “innocuo” ma indica a tutte le parti in causa – a livello dei leader politici e della gente comune – un percorso non facile. È dunque un film che lascia un’impressione prevalentemente positiva, anche se non tutto convince. La sceneggiatura, ad esempio, esagera talvolta nel cercare colpi di scena “effettistici”, nel creare coincidenze (che i due avvocati contrapposti in tribunale siano padre e figlia è una sorpresa francamente eccessiva, per quanto il regista sappia giocarsela bene) e nel sovraccaricare la situazione di significati (la figlia di Toni, a rappresentare l’incerto futuro). E la regia, per quanto dinamica e coinvolgente, adotta anche scelte stilistiche grossolane. Doueiri padroneggia con disinvoltura i ritmi del film processuale e dirige in modo sapiente gli interpreti, ma usa la musica con una pesantezza didascalica che sembra presupporre uno spettatore a cui debba essere suggerita, o addirittura imposta, qualsiasi reazione (lo stesso problema si avvertiva anche in The Attack). (…) (Rinaldo Vignati – Cineforum)

Chissà che in questi giorni, un po' folli e un po' amari, da Gerusalemme «liberata» (o comunque capitale), con l'inquilino della Casa Bianca che riaccende la miccia della polveriera Medio Oriente, non possa farsi largo questo film pieno di cicatrici e di insoluti, di torti e di ragioni, che invece ha una voglia inconfessabile di pace e cerca, sepolta chissà dove, la dignità e il (buon) senso della comprensione. Apologo didascalico ma comunque efficace, «L'insulto», emblematico film politico di Ziad Doueiri, usa il dramma giudiziario per fotografare il doloroso presente del Libano, Paese ferito – divorato dall'odio e accecato dall'ideologia e dall'orgoglio – che non riesce a voltare pagina. Una banale lite per una grondaia tra il meccanico Toni, di fede cristiana, e il capomastro palestinese Yasser (Kamel El Basha, migliore attore all'ultima Mostra del cinema di Venezia) si trasforma in un caso nazionale, con enormi ripercussioni per l'intera Beirut. Era solo una stupida grondaia: ma diventa una guerra. Con piglio realistico (l'idea nasce da una vera lite tra il regista e un idraulico), Doueiri, a lungo operatore di macchina per Tarantino, va dal particolare all'universale per offrire lo spaccato di una nazione incapace di liberarsi dai fantasmi del passato, dove nessuno riesce a chiedere scusa e tutti, oltre ai loro motivi, hanno le proprie colpe. L'unico processo che si dovrebbe celebrare - non in aula ma nelle strade - è quello di riconciliazione nazionale. E' una strada lunga e dissestata, piena di trappole e speculazioni: ma Doueiri sa che «nessuno ha l'esclusiva della sofferenza». (Filiberto Molossi – Gazzetta di Parma)

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