DETROIT (2017)

Un film di Kathryn Bigelow – Usa, Drammatico, Thriller. Durata: 142', 2017

Con John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray, Jack Reynor, Ben O'Toole, Jason Mitchell, John Krasinski

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel 1968 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson l'esercito. In quell'occasione, ci fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze criticheall'interno del Motel Algiers, che vengono torturati, picchiati e minacciati dalla polizia. Una ferita ancora aperta nella società Usa.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) La più classica delle costruzioni drammatiche: tre atti. Il primo introduce il contesto e innesca la miccia; il secondo va al cuore del racconto, isolando i personaggi principali e le loro dinamiche; il terzo tira le fila della storia. Si sviluppano così, con rigore potente, le due ore e 23 minuti di Detroit, il film che Kathryn Bigelow ha diretto su una sceneggiatura di Mark Boal (già autore di The Hurt Locker e Zero Dark Thirty) e con la fotografia di Barry Ackroyd (già direttore della fotografia di The Hurt Locker e dei film di Paul Greengrass). Dalla loro collaborazione paiono sprigionare pura energia e un deciso approccio alla Storia. Parlare del passato con la consapevolezza che questo si rispecchia nel presente; isolare segmenti minori e, come in questo caso, misconosciuti, per dare un senso al quadro generale. Aperto da una breve sequenza animata che, attraverso i dipinti di Jacob Lawrence, ricostruisce i passaggi dell’emigrazione interna, da sud a nord, degli afroamericani, Detroit racconta di quella notte del 23 luglio 1967 in cui la polizia fece irruzione in un club senza licenza nel quartiere nero, causando, durante gli arresti per strada, l’esplosione di uno dei tanti disordini che infuocarono quell’estate le metropoli americane. Durò cinque giorni e fu uno dei più violenti della storia degli Stati Uniti. Dal prologo quasi documentaristico (dove le nervose riprese di Ackroyd si fondono con i newsreel d’epoca che la Bigelow ha utilizzato), emerge Larry, giovane afroamericano del gruppo dei Dramatics, la cui esibizione pubblica viene interrotta dai moti, che con l’amico Fred si rifugia in un hotel dove tutto pare tranquillo e dove alcuni ragazzi neri e due ragazze bianche stanno facendo festa, bevendo, scherzando. Ahimé, anche con una pistola giocattolo. E da qui parte il secondo atto, lungo e terribile, ambientato all’interno dell’Algiers Motel, dove un giovane poliziotto razzista con un paio di colleghi, per ore, tortura, picchia, uccide
alcuni dei clienti dell’albergo. Una pistola che non esiste, un gioco sadico che può andare solo in crescendo, la paura, l’impossibilità (per gli ostaggi immobilizzati faccia al muro, ma anche per i poliziotti) di vedere l’intero quadro, di capire, di reagire. Chiusi là dentro, viviamo con loro l’angoscia e il terrore. Cui fa da corollario, nel terzo atto (processuale), l’ingiustizia di condanne mai comminate, appunto per mancanza di testimoni oculari. Una posizione chiarissima dell’autrice non solo nei confronti di quell’episodio, ma dell’intera storia (attualità compresa) della questione afroamericana. Ma c’è di più, in Detroit: c’è, amarissima, la fine del “Sogno”, quello di riscatto e civiltà della popolazione di colore e quello personale, umano, americano, del successo e della possibile realizzazione dei desideri. Larry Reed, traumatizzato dalla notte all’Algiers e dagli esiti processuali, non canterà mai più con i Dramatics, né su un palcoscenico: la sua voce si leva solo nella chiesa di Detroit della quale guida il coro. (Emanuela Martini – Film Tv)

E’ un film bello sin da subito questo - con quel prologo animato - e l’inizio, furioso come il resto, tutto macchina a mano, un crescendo di tensione, una lezione di montaggio. Insofferente all’omologazione, pronto a scegliere sempre (a rischio di giocarsi la benevolenza della massa) la strada più difficile. Tanto che per rievocare - ricordando con rabbia -, le sanguinose rivolte che sconvolsero la Detroit di 50 anni fa, l’unica regista donna ad avere vinto l’Oscar, Kathryn Bigelow, non si appoggia alla stampella dei generi, evita il thriller come il film di denuncia, saltando invece da un personaggio all’altro, non dando mai (e qui sta la sua modernità) un vero punto di riferimento, un appiglio, anche morale (o semplicemente consolatorio) a chi guarda. Girando (benissimo), sulle note dolci e maledette di Coltrane e della Motown, un film traumatico, anti-retorico, brutale, sincopato, nervoso, amaro. Senza eroi e senza protagonisti (tranne una, la città), in una coralità che anche quando chiusa tra quattro mura - permette di ampliare lo sguardo non solo ai fatti in sé (peraltro atroci) ma a un’intera società malata, affetta dall’odio, cresciuta nella violenza e assuefatta al razzismo, sadica e endemicamente incapace di essere corretta, pacifica, giusta. Una notte infinita, lunga 50 anni, in cui si specchia un’America impunita, che va avanti per tornare sempre al punto di partenza: ieri Detroit, oggi Charlotte. Non c’è espiazione nel cinema in perenne movimento della Bigelow, né giudizio, né via di fuga. Ma una narrazione frammentaria e mai indulgente, volutamente sconnessa: segno (e cicatrice) di un film che ti mette spalle (e faccia) al muro. (Filiberto Molossi – Gazzetta di Parma)

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