ELLA E JOHN (2017)

Un film di Paolo Virzì – Italia, Francia, 2017

Con Helen Mirren, Donald Sutherland, Christian McKay, Janel Moloney, Dana Ivey, Dick Gregory

The Leisure Seeker è il soprannome del vecchio camper con cui Ella e John Spencer andavano in vacanza con i figli negli anni Settanta. Una mattina d'estate, per sfuggire a un destino di cure mediche che li avrebbe separati per sempre, la coppia sorprende i figli ormai adulti e invadenti e sale a bordo di quel veicolo anacronistico. Obiettivo della fuga avventurosa: Key West. John è svanito, smemorato ma forte, Ella è acciaccata, fragile ma lucidissima. Il loro sarà un viaggio pieno di sorprese.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) (...) Ella e John fuggono dai figli e dalle medicine. Dalla trafila della vecchiaia addomesticata, impacchettata per non farsi male e messa in un angolo fino a consunzione avvenuta, lenta e dolorosa. Loro viaggiano veloci (si fa per dire) dal Massachusetts alla Florida, collezionando ricordi, incontri, campeggi, scenette divertenti, diapositive consumate dal tempo. È la rivincita dei vecchi, on the road, romantica e naïf, non sciocca, ostentata, semmai malinconica e comicamente maldestra. La dignità sta nella scelta di non farsi compiangere o sopportare, di decidere quando e come. Intanto la malattia cancella la storia di una vita, senza pietà, un pezzo alla volta. Mentre rimane la letteratura immortale, Ernest Hemingway, Herman Melville, che qui sembra una morta liturgia e là accende l’anima all’improvviso. Lui insegnava letteratura, era un brillante intellettuale, come vuole la nemesi carogna. Ora non saprebbe come fare a mettersi un pigiama, senza di lei. C’è anche la prova da superare: una rivelazione che scompagina la storia. Ci sono la commedia e la tragedia insieme, come spesso accade. E un Virzì innamorato più che mai dei suoi personaggi, e letteralmente incantato da Helen Mirren e Donald Sutherland (chi non lo sarebbe?). Sarà per questo che il suo sguardo non riesce a dirci nulla di nuovo sugli States, la U.S. Route 1, il mito decaduto, la fine di un tempo perduto che non la smette di fi-nire (c’è Trump in arrivo). Rima-ne lì, con gli occhi pieni d’America, a cucire la sua collezione di aneddoti, come fossimo in un piccolo film americano indipendente ma non troppo. L’abile adattamento di un bestseller firmato Michael Zadoorian (uscito in Italia per Marcos y Marcos col titolo In viaggio contromano). E intanto ci parla di memoria, amore, Alzheimer, del coraggio necessario a tollerare che il tempo ti rubi la vita così di soppiatto, da dentro, impadronendosi dei tuoi ricordi e
buttandoli via. Timidamente, Virzì osserva e accompagna col cuore in mano, senza cadere nella trappola della retorica, dando il meglio di sé nei momenti in cui deve solo aderire all’intimità degli sguardi e delle emozioni, con pudore, dentro l’estetica sentimentale del dolceamaro. Se non avesse previsto tutto così meticolosamente, parola per parola, chissà... Accontentatevi delle lacrime e delle risate. (Fabrizio Tassi – FilmTv)

Nelle zone del cinema on the road per il primo film americano di Paolo Virzì. Che da una parte crea anche una curiosa coincidenza con This Must Be the Place di Paolo Sorrentino. Dall’altra segna quasi un punto di continuità con La pazza gioia. La strada, la libertà, la morte. Attraverso una geografia paesaggistica (la Route 1) che ripercorre anche un immaginario attraversato dalla New Hollywood. La fuga dei due protagonisti come quella di Natalie/Shirley Knight in Non torno a casa stasera di Coppola. Dove il passato viene rimosso nel momento stesso in cui comincia il viaggio e il futuro sembra un enorme buco nero. (...) Tratto dal romanzo omonimo di Michael Zadoorian (tradotto in italiano col titolo In viaggio contromano), Ella & John – The Leisure Seeker segue un percorso inverso rispetto a grandi classici sulla vecchiaia come Cupo tramonto di McCarey o Viaggio a Tokyo di Ozu. Non alla ricerca della famiglia ma in fuga dalla famiglia. Come se il viaggio oggi servisse quasi a doppiare quello fatto nella loro giovinezza, quando John ed Ella potevano essere due giovani protagonisti di un road-movie negli anni ’60. La ricerca del mito però stavolta sembra talvolta ingolfarsi nelle citazioni letterarie (Hemingway prima di tutto, con la visita alla casa, ma anche Melville) e soprattutto stona con l’inserto quasi documentaristico della campagna elettorale di Donald Trump. Virzì conferma ancora di ottenere il meglio dagli attori (Helen Mirren ancora più di Donald Sutherland), tocca anche delle corde private ma decisamente con minore intensità di La prima cosa bella e Tutti i santi giorni. La sceneggiatura (il film è stato scritto, oltre che dallo stesso regista, anche da Francesco Piccolo, Francesca Archibugi e Stephen Amidon) sembra essere troppo densa in un film che forse doveva essere lasciato più libero. E ciò si vede nell’impostazione quasi teatrale, nell’uso della parola, dello svelamento di un segreto del passato che riguardava la coppia. In più, mentre John ed Ella giganteggiano, il paesaggio e i personaggi secondari (dai figli alla vicina) sembrano come passare sullo sfondo, non creando quella simbiosi personaggi/ambiente spesso al centro del suo cinema. Eppure dentro c’è anche la spinta a filmare proprio ‘il tempo che resta’. E che si materializza nei momenti migliori del film, con John ed Ella che riguardano il loro passato con le diapositive che proiettano la luce addosso a loro, in una delle magie del lavoro di Luca Bigazzi con l’intensità emozionale di Garry Marshall di Appuntamento con l’amore. Ma sono frammenti di un film dove non si respira in pieno quell’aria di libertà e in cui lo sguardo di Virzì appare insolitamente trattenuto, quasi timido rispetto anche alla voracità di La pazza gioia. E guardando Donald Sutherland ed Ella ritorna in mente anche il personaggio di Alan Arkin in Little Miss Sunshine. Quasi un fantasma, un folle confronto, un modello di un cinema indipendente che qui si scontra con un film forse troppo dipendente (dal romanzo, dalla scrittura e anche dal paesaggio). Un cinema che, rispetto al passato, ha quasi paura di perdersi in uno spazio nuovo. Ed è questo uno dei maggiori elementi di estraneità in quella che appare, al di là dei giudizi, come una delle sue opere meno personali. (Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi)

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