LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE (2017)

Un film di Woody Allen – USA, 2017

Con Tony Sirico, Steve Schirripa, Max Casella, Kate Winslet, Justin Timberlake, Juno Temple, Jim Belushi, Jack Gore, David Krumholtz, Bobby Slayton

Ginny ha sposato in seconde nozze Humpty che lavora nel Luna Park di Coney Island e gli ha portato in dote un figlio di 10 anni con una spiccata tendenza per la piromania. Ginny è insoddisfatta del matrimonio e trova nel bagnino Mickey un uomo colto, capace di comprendere anche le sue velleità di attrice. Un giorno arriva a sconvolgere i fragili equilibri della famiglia Carolina, figlia di Humpty, fuggita dall'entourage del marito mafioso. Quando Mickey ne fa la conoscenza, Ginny avverte l'imminenza di un pericolo.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Come viziati dalla sua inesauribile vena comica, si resta sorpresi quando Woody Allen presenta un film senza battute, più vicino ai drammi di Tennessee Williams che alle sue tradizionali commedie. Eppure non è la prima volta che il regista sceglie un tono «serio», già esplorato non solo in Interiors ma anche in Un’altra donna, Crimini e misfatti, Match Point e Blue Jasmine almeno. Se c’è una cosa nuova, in questo La ruota delle meraviglie (Wonder Wheel), è piuttosto la sua essenzialità, l’immediatezza, l’efficacia: come sempre unico sceneggiatore, Allen usa il luna park di Coney Island (il film è ambientato nel 1950, se crediamo al cinema che proietta Winchester ’73) come una quinta davanti a cui si muovono i quattro personaggi principali, eliminando quasi completamente le scene collettive che altrove servivano per tratteggiare l’ambiente sociale del film ma anche, a mo’ di coro, per commentare e ragionare sugli avvenimenti. (…) Quattro personaggi frustrati e infelici, lontanissimi dal solito mondo del regista, senza quelle connotazioni ebraiche o aspirazioni intellettuali che tonificavano i suoi film precedenti (stavolta l’ambiente è decisamente popolare, quasi proletario), dove la tensione nasce dallo scontro tra la grama e frustrante quotidianità e l’inarrivabile sogno che tutti credono di poter realizzare: un futuro di successo per Mickey, un nuovo amore per Ginny, una ritrovata paternità per Humpty e un rifugio sicuro per Carolina. Tutte aspirazioni che poi il caso si incaricherà di distruggere. Ma senza un vero dramma (se non probabilmente per Carolina) perché personaggi così non hanno nemmeno diritto a un epilogo di «lacrime e sangue». (…) Chi conosce i film di Woody Allen ritroverà alcuni dei suoi temi centrali: il girotondo casuale della vita dove non esiste più una morale certa, il fascino del cinema capace — forse — di restituire un po’ di vitalità, la fragilità (e l’inganno) dei sentimenti. Ma è soprattutto la compattezza e l’efficacia del racconto a lasciare il segno, tutto concentrato in pochi ambienti (teatrali?) dove però i personaggi si muovono con un sorprendente dinamismo, pedinati da una macchina da presa altrettanto mobile, mentre l’illuminazione di Storaro si incarica di «confondere» romanticismo e sciatteria, la luce che filtra attraverso la pioggia e rende così bello il volto di Caroline con quella che toglie ogni poesia ai litigi familiari di Ginny e Humpty. E che fanno di questo film un prezioso messaggio dentro la bottiglia, come se Woody Allen volesse esorcizzare il senso ineluttabile della fine ricordandoci che nonostante le risate del passato il destino di tutti è quello di fare i conti con i propri fallimenti e i propri disincanti. E sforzarsi di conviverci. (Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

C’è una scena di La ruota delle meraviglie. Un breve ma deciso movimento della macchina da presa sul volto della cameriera Ginny. Il viso è violentemente irradiato e reciso da una lingua di luce intensa, bianca come i corridoi della paura e le stanze di un manicomio e gialla come la carne da manicomio. La faccia che ne risulta è accartocciata, improvvisamente più vecchia di vent’anni, diroccata, malata di un male perfido eppure incomprensibile, un male che non si capisce ma che è lì, una faccia angosciata e desolata ma nello stesso tempo crudele, che cerca una soluzione e una via di fuga ma che rimane prostrata nella sua rovina, un fallimento che è tanto identitario, come madre, moglie, amante, donna, quanto ideologico. In questa scena, clamorosa e agghiacciante, il personaggio ne rivela un altro, mentre Kate Winslet si trasforma in Joan Crawford. (...) La ruota delle meraviglie è dunque un film di luci e di colori (e il direttore della fotografia Vittorio Storaro è a tal proposito sfrenato), che inizia con un incredibile totale artificiale alla David LaChapelle e termina con un’immagine eccezionale alla Andrew Wyeth: la storia di un’ex attrice che serve ai tavoli della Ruby’s Clam House, il marito volgarotto, la figlia di quest’ ultimo che riappare all’ improvviso dopo quasi un lustro e un bagnino che si porta a letto la prima e s’innamora della seconda; una storia di sentimenti e di vizi che traslocano di ruolo in ruolo come un passaggio di testimone; la storia di una commedia della vita a cui è assurdo rinunciare, di un dramma al quale è inimmaginabile abdicare e di una tragedia che per inadeguatezza dell’individuo, della realtà e delle cose non si può condannare. Ma specialmente una storia di identità multiple e fratturate, che si assomigliano perfino nelle loro differenze manifeste. Con una certezza: che il crollo della persona, la disfatta del pensiero e lo scacco della verità sono molto simili, forse equivalenti, a quelli di Crimini e misfatti. E allora tutto assume un valore diverso. (Pier Maria Bocchi – Film Tv)

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