SILENCE (2016)

Un film di Martin Scorsese – USA, Drammatico. Durata: 161’, 2016

Con Liam Neeson, Andrew Garfield, Adam Driver, Ciarán Hinds, Tadanobu Asano, Rich Graff, Shin'ya Tsukamoto

Due missionari portoghesi nel XVII secolo intraprendono un lungo viaggio irto di pericoli per raggiungere il Giappone, alla ricerca del loro mentore scomparso, padre Christovao Ferreira, e per diffondere il cristianesimo.

(La scheda contiene riferimenti alla trama) Lo ha capito bene Makoto Fujimura, l’artista-teologo di origine giapponese che al rapporto tra bellezza, spiritualità e silenzio ha dedicato un saggio apparso in America nei mesi scorsi. Nel romanzo di Shusaku Endo (Silenzio, apparso nel 1966 e ora riproposto da Corbaccio) e più ancora nell’atteso Silence cinematografico diretto da Martin Scorsese, le immagini svolgono un ruolo fondamentale. Ci sono i piccoli oggetti di culto conservati in segreto dai Kirishitan, i “cristiani nascosti”, durante la persecuzione che si abbatté sul Giappone attorno al 1630, e c’è il Cristo coronato di spine del Greco, che della sceneggiatura firmata dallo stesso Scorsese insieme con Jay Cocks rappresenta forse l’invenzione più ragguardevole. Quel volto impassibile e dolcissimo si ripresenta spesso alla mente di padre Rodrigues (magnifica la prova d’attore di Andrew Garfield), uno dei due giovani gesuiti (l’altro, padre Garupe, è interpretato da Adam Driver) che a fatica hanno ottenuto il permesso di raggiungere il Giappone per mettersi sulle tracce del loro maestro nella fede, padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson, di nuovo nei panni di un religioso ignaziano più trent’anni dopo Mission di Roland Joffé). Secondo dispacci ritenuti attendibili, Ferreira non avrebbe retto ai supplizi e avrebbe compiuto un atto di apostasia tanto più clamorosa quanto più eminente era stata la fama di impavido evangelizzatore che fino a quel momento aveva accompagnato il sacerdote. (…) Fin dai tempi di Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976), la violenza è stata un elemento caratteristico del cinema di Scorsese, il quale però ha a lungo sostenuto che il suo film più crudele fosse in realtà L’età dell’innocenza (1993, dal romanzo di Edith Wharton), nel quale non scorre una goccia di sangue e la lacerazione si consuma invisibile nell’interiorità dei personaggi. In Silence qualcosa di simile accade nella coscienza di padre Rodrigues, tanto desideroso di portare a compimento la sua personale imitazione di Cristo (da qui la presenza ricorrente del dipinto del Greco) da non contemplare, fin quasi alla fine, che quella stessa imitazione possa passare attraverso l’abissale rinnegamento di sé e della propria fede, attraverso uno svuotamento e annichilimento che rimanda direttamente alla teologia paolina della kenosis. Una strada terribile e imprevista, lungo la quale padre Rodrigues si trova in compagnia dell’apostata Ferreira e dello sfuggente Kichijiro (impersonato da Yosuke Kubozuka), un Giuda ulteriormente degradato dalla consapevolezza di essere troppo debole per testimoniare la fede che ancora conserva nel suo cuore. (...) Più ancora del controverso L’ultima tentazione di Cristo (1988) e dell’orientaleggiante Kundun (1997), Silence è il film che con l’immediatezza di un classico porta alla luce l’urgenza spirituale che da sempre sostiene il cinema di Scorsese, in un confronto serrato tra colpa e perdono, caduta e redenzione, angoscia e misericordia. Ed è, insieme, un omaggio neppure troppo velato alla lezione cinematografica dell’indimenticabile Akira Kurosawa, che già nel 1990 aveva voluto Scorsese nel cast di Sogni. Addirittura meticoloso nel rispetto del suo modello letterario, Silence si distacca dal libro di Endo per un minimo dettaglio dell’inquadratura finale. Un’immagine, certo. Non potrebbe essere altrimenti. (Alessandro Zaccuri - Avvenire)

Tutto il cinema di Martin Scorsese è popolato di uomini in lotta con se stessi, tormentati dalla propria vocazione, ossessionati dal terrore del fallimento. Il cattolicesimo è sempre stato il controcampo della cinefilia scorsesiana. (…) Inseguito ossessivamente per quasi tre decenni, Silence è il corpo a corpo definitivo con una vocazione sacerdotale rifiutata a favore del cinema, eppure sempre custodita negli angoli più reconditi di un percorso artistico proiettato verso il Cielo, ma attratto irresistibilmente dai conflitti del peccato. La traccia narrativa del film rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad, con Ferreira, il gesuita scomparso in Giappone interpretato da Liam Neeson, che si offre come un Kurtz cattolico, ossia l’archetipo del traditore, il rinnegato, l’apostata. (…) In questa parabola cristica, Scorsese mette in scena un conflitto che ci sembra mutuato direttamente dal cinema di Nicholas Ray. Rodrigues chiede a Ferreira di essere ancora Padre, e per farlo invoca il conforto di un altro Padre, Dio, il quale però si esprime solo attraverso il silenzio o i suoi servi più infimi, come il misero Kichijiro (interpretato da Yôsuke Kubozuka), giuda compulsivo incapace di resistere al tradimento e al sacramento della confessione. Come per gli eroi di Ray, la solitudine deriva dal non riuscire a trovare posto in seno a un’autorità desiderata attraverso la quale esistere. (...) In questa teoria di figli che desiderano essere padri e di padri che si scoprono figli imperfetti, nel quale il ruolo della disubbidienza è sempre rovesciato, Scorsese dichiara, scandalosamente, la propria nostalgia di Dio. Una nostalgia assurda, struggente, irresistibile. Film potente, figurativamente maestoso nella sua essenzialità carnale, politicamente complesso, Silence osa porre il problema di Dio in termini non concilianti: il silenzio divino è controcampo della necessità della rifondazione dell’uomo. Un film arcaico, Silence, modernissimo, scomodo, durissimo. Totalmente scorsesiano. (Giona A. Nazzaro – Film Tv)

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