PATERSON (2016)

Un film di Jim Jarmusch – USA, Drammatico. Durata: 113’, 2016

Con Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman, Luis Da Silva Jr, Frank Harts

Paterson vive a Paterson nel New Jersey. E’ un abitudinario e ama la vita tranquilla. Fa il conducente di autobus, e osserva il mondo attraverso il parabrezza e ascoltando frammenti di dialoghi intorno a lui. Scrive brevi poesie sul suo quaderno, porta a spasso il suo bulldog inglese, si ferma in un bar e beve una birra, torna a casa da sua moglie, Laura, che al contrario di lui, è in perenne movimento. La sua è un’appagante routine, costellata non di banali casualità ma di magiche concatenazioni.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Non è la prima volta che Jim Jarmusch usa il reaction shot di un cane (Ghost Dog - Il codice del samurai). Ma in Paterson ce ne sono tanti, insistiti. E sono reazioni che appartengono allo sguardo di un bulldog brontolone e geloso, pigro ma non disattento: la reazione di fronte all’obliquità della realtà. (...) Jarmusch, che è nato artisticamente negli anni Ottanta e che nell’indipendenza senza coordinate e senza padroni ha costruito la sua forza punk, cerca in Paterson la simmetria di una visione equilibrata ma è costretto ad abdicare in favore dell’irregolarità: la perfezione di un verso poetico lascia il posto a un’espressione onomatopeica di sorpresa. Che è come dire: ha ragione Marvin quando “grugnisce”. In un film che si sviluppa sempre due volte (i gemelli e le gemelle, gli eventi che prima accadono e che poi vengono raccontati sul divano, sempre di fronte - guarda caso - alla cuccia di Marvin), la vita non appartiene solo alla parete di un pub con le celebrità locali, ma forma a poco a poco un dissesto: Marvin fa a pezzi il libro delle poesie di Paterson mentre la coppia è al cinema a vedere L’isola delle anime perdute, il primo film sonoro sulle gesta del dottor Moreau, che crea freak umanoidi dalla vivisezione sugli animali. La blasfemia di Moreau è la stessa che subisce Paterson ad opera del suo cane, una blasfemia che interrompe l’ordinario e che fa emergere lo straordinario. Per Jarmusch quest’ultimo è la vera ragione per ricominciare la settimana, un nuovo lunedì, cambiare pagina. Lo straordinario, dunque, quale fenomeno deforme, di traverso, fuori dal consueto. Gli amanti di Solo gli amanti sopravvivono decidevano in conclusione di dar retta a un ultimo slancio vitale, per non soccombere al nichilismo e alla morte; Paterson, dal canto suo, dopo che tutto è cambiato, si ritrova su una panchina con un poeta giapponese che gli offre come reaction shot un elementare “ah ah!”. Un po‘ come il cinema di Jim Jarmusch, che continua ad essere uno dei più straordinari gesti disomogenei nella conformità del mercato, coerente solo con se stesso e con la rinuncia di un’omologazione alla proporzione e alla regolarità. Vertigo: il regista che continua a guardare il mondo con la vertigine di un semplice sguardo storto. (Pier Maria Bocchi – Cineforum web)

Volevo creare un antidoto all’azione e all’eccitazione indiscriminate. Paterson è un film sull’osservazione delle mini variazioni della quotidianità, ma anche una storia d’amore tra persone normali, che sanno apprezzare il proprio presente». L’ha detto Jim Jarmusch a proposito del suo nuovo film, la storia di un giovane conducente di autobus che nei momenti liberi scrive poesie, che si chiama Paterson e vive a Paterson, città del New Jersey di 150mila abitanti nella quale sono nati o passati personaggi come il pugile “Hurricane”, l’attore Lou Costello, l’anarchico Gaetano Bresci, il virologo Albert Bruce Sabin, i poeti Allen Ginsberg e William Carlos Williams, che alla città dedicò un poema in cinque volumi. Con la scansione serena e meticolosa delle parole scritte dal protagonista sul suo quadernetto, Jarmusch ci racconta, dalla mattina alla sera, sette giorni dei suoi personaggi, con il loro cane, i loro incontri, e l’intrinseca bellezza e la sottile tensione di una vita “normale”, e ci dimostra l’efficacia di un cinema purissimo, laconico, coinvolgente, totalmente libero: tre anni dopo il capolavoro Solo gli amanti sopravvivono, con questo film bellissimo è il vincitore morale del 69° Festival di Cannes. (Emanuela Martini – Il Sole 24 Ore)

«Sono solo parole scritte sull'acqua». E invece no: perché se la poesia non può salvare il mondo, certamente può farcelo accettare. E, qualche volta, persino renderlo un posto migliore. Ci sono film che hanno una bella faccia, altri che mostrano i muscoli: questo ha un animo puro. E un cuore che batte sottovoce. E il volto strampalato e rockettaro di Jim Jarmusch, che ci regala uno dei suoi personaggi più belli e serenamente intensi: l'autista-poeta di un bus che si chiama come la città dove vive - Paterson - e che, tra una pausa e l'altra del suo viaggio esistenziale, compone versi portando con sé oltre alla foto della moglie il ritratto di Dante Alighieri... Fatto di piccoli dettagli e di altrettanto minimi trionfi e cadute, «Paterson» è il film empatico e introspettivo, delicato come una carezza, pesante quanto una goccia di pioggia che scivola sui capelli di una bimba, con cui il regista di «Ghost dog» e «Dead man» porta il suo cinema stralunato e il suo realismo romantico nella città natale di William Carlos Williams (gran bella riscoperta) e di Allan Ginsberg (ma anche di Gianni e Pinotto), la stessa dove l'anarchico Gaetano Bresci maturò l'idea di uccidere il re d'Italia. E' qui che con calviniana leggerezza (e filosofia orientale) Jarmusch segue una settimana nella vita, monotona eppure sommessamente felice, di un giovane conducente dell'autobus (Adam Driver, il cattivo dell'ultimo «Star Wars», che fa un gran lavoro di sottrazione) amante della poesia e allergico agli smartphone: il risveglio (sempre ripreso dall'alto) insieme a una moglie che ogni giorno si cuce addosso un sogno diverso (dalla pasticciera specializzata in cupcakes alla cantante country), il giro in bus, la sosta serale al pub. Tra colleghi che vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto, baristi che sfidano a scacchi se stessi, rapper che cercano le rime in una lavanderia a gettone, innamorati infelici che minacciano il suicidio con una pistola finta, vecchi film in bianco e nero. E un impagabile e gelosissimo bulldog... Nella poesia della normalità, i pensieri diventano versi e i versi parole: scritte sullo schermo, capaci di accendere spie, come «un fiammifero sobrio e furioso pronto a prendere fuoco». Tra delusione e speranza, strani incontri e dialoghi (come sempre nel cinema del regista americano) felicemente fuori schema: e l'ironia bizzarra di chi sa che solo i grandi sanno raccontare le piccole cose. (Filiberto Molossi – Gazzetta di Parma)

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