IL CLIENTE (2016)

Un film di Asghar Farhadi – IRAN, FRANCIA - Thriller, Drammatico. Durata: 125’, 2016

Con Taraneh Alidoosti, Shahab Hosseini, Babak Karimi, Mina Sadati, Farid Sajadi Hosseini, Maral BaniAdam

Emad e Rana sono una giovane coppia – lui professore, lei casalinga ‐
costretta a lasciare la propria casa. Un incidente accaduto nel nuovo
appartamento, però, cambierà per sempre la loro vita.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il fulcro dell’idea di cinema di Farhadi rimane la complessita’ della propria struttura narrativa, l’edificio delle circonvoluzioni del racconto che si avvolgono tra di loro a spirale fino a non riuscire piu’ a sbrogliarsi, a sfuggire. Quando questo incastro di storie, colpi di scena e sentimenti forti finisce per innervare anche l’impalcatura formale e lo stile visivo dei suoi film, l’opera di Farhadi riesce a raggiungere una limpidezza espressiva altissima, come quella che riconosciamo in titoli come About Elly e Una separazione. Purtroppo pero’, appare al contrario sempre piu’ difficile per le immagini di questo cinema assumere una dimensione che supporti fino alla fine la chiarezza delle intuizioni e degli intenti del regista, come gia’ accaduto sempre a Cannes con il precedente Il passato. Il cliente si apre per l’appunto con alcune delle sequenze piu’ potenti di tutto il cinema di Farhadi: l’evacuazione notturna del palazzo in pericolo di crollo, con l’apparizione improvvisa di questa ruspa-mostro che sembra stare mangiandone le fondamenta, quella porta aperta lasciata da Rana prima di fare la doccia, e la scoperta graduale da parte di Emad degli indizi dell’uomo misterioso (ma anche del passato scandaloso dell’inquilina precedente) seminati in giro per l’appartamento, sono tutti semi di una visione lucidissima del processo di costruzione di una architettura di senso in cui le tensioni del racconto si raddoppiano nelle suggestioni lasciate sulla parete delle immagini. Qui Farhadi esplicita il suo procedimento estetico in maniera ancora piu’ rafforzata, inserendo il binario parallelo dello svelamento reiterato delle quinte di un allestimento teatrale di Morte di un commesso viaggiatore, che si fa dichiarata esplorazione morale del labirinto nascosto dietro la scena, “recita” che coinvolge questa coppia di coniugi e i loro amici, alle prese con le conseguenze di un’aggressione domestica subita dalla donna nella casa in cui la coppia si e’ appena trasferita. Pubblico e privato, amore e ossessione, fantasmi personali e spettri sociali: Farhadi mette in campo una nuova volta le tematiche portanti della propria poetica, ma sembra ancora bloccato in un loop sovraccarico in maniera progressiva e faticosa, nello girare in tondo fino a portare la tensione narrativa a uno strappo irreparabile, come succede al suo protagonista e alla sua genuina, inedita crudelta’ di aguzzino nei confronti dell’anziano uomo su cui si concentra la sezione finale del film. Seppure Farhadi riesca nel notevole esercizio di far confluire in questa lunga resa dei conti la dimensione “intima” della sua storia con quella politica (la centralita’ del contratto economico, dell’aspetto dei soldi in tutta la storia), l’afflato realista con quella chiara costruzione teatrale che i frammenti dalla piece di Arthur Miller hanno richiamato per tutta l’opera, allo stesso tempo la claustrofobia dei toni e la ricerca spasmodica della reazione forte che inchiodi lo spettatore senza via di fuga allontanano in maniera irrevocabile l’empatia nei confronti di quanto stiamo vedendo. Il livello dell’allegoria e l’obiettivo perseguito con ostinazione della chiusura assertiva del cerchio finiscono per depotenziare le riflessioni che il film avrebbe potuto sicuramente diffondere in sala, negli animi e negli occhi, se avesse mantenuto il coraggio di lasciarsi delle aperture, degli squarci, delle fessure attraverso cui far respirare le urgenze, preziose e ancora necessarie, di questo cinema.
(Sergio Sozzo – Sentieri Selvaggi)

Sembra quasi un remake rovesciato del suo film più celebre, “Una separazione” (2011), Orso d’oro a Berlino, Oscar per il miglior film straniero e notevole successo in tutto il mondo (perfino in Italia) il nuovo film di Asghar Farhadi. Lì un borghese che si confrontava con l’intransigenza di una famiglia di popolani religiosi, che lo accusavano di omicidio. Qui, invece, è il protagonista, insegnante e attore, a rischiare di causare disgrazie per intransigenza e fame di vendetta. Emad e la moglie Rana, dopo il crollo del palazzo in cui vivono, si trasferiscono provvisoriamente in un appartamento in affitto. Ma non sanno che l’ultima inquilina era una prostituta, e un giorno Rana viene aggredita da uno sconosciuto: si tratta di un cliente della prostituta, convinto di trovarla lì. Rana non l’ha visto in faccia. Emad entra dunque in una spirale sempre più rigida, ossessiva, fondamentalista verrebbe da dire, svelando un lato quasi disumano. Ancora una volta, siamo di fronte a una parabola sulla complessità delle vite umane, sui rischi dell’intransigenza e sulla misericordia: un film a suo modo politico, una messa in discussione non esplicita ma profonda, etica, dell’ideologia del regime iraniano. La peculiarità di Farhadi è di sciogliere l’apologo in una dimensione quotidiana di realismo assoluto. La storia, ancora una volta, parte da lontano, e si dirama in piccoli episodi quotidiani che alla fine, indirettamente, arricchiranno l’insieme. Particolarmente riusciti i momenti di vita scolastica di Emad; più insistiti, invece, i riferimenti a “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che valgono come metafora della recita sociale e delle sue miserie. Si entra nella storia in maniera graduale, quasi inavvertita, ma con un dosaggio sapiente di colpi di scena. Farhadi è anzitutto un grande sceneggiatore; è anzi curioso che proprio da un cinema come quello iraniano, noto ai tempi di Kiarostami per la sua apertura documentaristica al reale, venga una lezione di scrittura da fare invidia a un thriller americano. La sceneggiatura, infatti, è stata giustamente premiata all’ultimo festival di Cannes, insieme all’interpretazione maschile, anch’essa mirabile, di Shahab Hosseini.
(Emiliano Morreale - L'Espresso)

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