AGNUS DEI (2016)

Un film di Anne Fontaine – FRANCIA, POLONIA - Drammatico. Durata: 115’ 2016, 2016

Con Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig, Eliza Rycembel, Katarzyna Dabrowska, Anna Próchniak, Helena Sujecka, Mira Maluszinska

Polonia, anno 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Agnus Dei reca sullo schermo la narrazione avvolgente di un dramma che dall’individuale conduce al collettivo, dal singolo ritratto di dolore porta a una dimensione umana destinata a travalicare l’immediata dimensione e i confini geografici dei fatti narrati. (…) Fontaine racconta bene, senza passi falsi e cadute di tono, la vicenda delle benedettine e l’incontro, dapprima vissuto con titubanza poi sentito come irrinunciabile, con Mathilde. La regista, già altrove attenta al femminile e alle sfumature di senso ribadite da disappunti caratteriali che diventano elemento di dialetticità, critica l’ottusità delle tradizioni (il comportamento fanatico allucinato di madre superiora) e fa pensare più volte a come il caso incida nel tessuto degli eventi. Il personaggio di Mathilde (un’intensa Lou de Laâge) è trepidante nel suo bisogno di aiutare per assecondare la sua inquietudine silenziosa; è intenso nel suo eccedere verso l’altro, nei suoi silenzi eloquenti che sono il riflesso di un desiderio di partecipare all’altrui sorte contribuendo con il proprio operato a cambiare in meglio i destini. Il dramma acquisisce progressivamente note solenni e sprazzi di sgomento con punte inquietanti, ma il pregio di un film dalla narrazione tanto precisa è anche di non eccedere in simbolismi e in tratti caricaturali. Il pathos, la partecipazione, sono garantiti dalla presenza solidale di Mathilde alla vita delle esiliate, che si scoprono prigioniere dentro una prigione più grande qual è la Storia della Polonia tra gli anni della dominazione nazista e quelli della liberazione russa. Quei bambini che vengono salvati da Mathilde sono i figli della Storia che si troveranno con una madre suora e un padre assente; un padre “oscuro” e misterioso da ritrovare un giorno nel volto di ogni possibile cittadino del mondo. A loro è affidato il messaggio positivo davvero eloquente, che Agnus Dei reclama. Un messaggio che riequilibra gli animi e il volto di Mathilde altrimenti abituata nell’ospedale di guerra a vivere la quotidiana inquietudine ribadita dalla sensazione di trovarsi sempre dinanzi a un futuro incerto o a un bivio oscuro. Quando il suo medico, che la desidera e sarà ricambiato solo per quel tanto di cameratesco che lei nutre per lui, scopre che Mathilde sta rischiando la vita per aiutare le monache, cercherà a sua volta di aiutarla e metterà in gioco se stesso e i suoi pregiudizi. L’elemento più significativo del film di Fontaine è proprio l’invito ad aprire il dialogo, la ricerca di una condivisione di esperienze e l’empatica spinta a lasciar convergere vite e caratteri avvicinati dalla Storia ma anche dalla scelta di un aiuto reciproco; perché in fondo, anche in un’epoca di gravi ferite come quella raccontata dal film, chi ha potuto e voluto scegliere di aiutare gli altri ha insegnato qualcosa di profondo e ha scelto la vita, al di là delle ideologie, come un atto di fede.
(Roberto Lasagna - Cineforum)

Volti nell’ombra. Tracce pittoriche nei primi piani, con echi – per ammissione della stessa cineasta – di Georges De La Tour, con la macchina da presa che va a scavare oltre i primi piani, dentro quei visi. Il chiaro e lo scuro. Con le immagini di Caroline Charpentier, uno dei più importanti direttori della fotografia francesi che ha collaborato tra gli altri con Carax, Doillon, Godard, Beauvois, Rivette, Téchiné e Straub-Huillet. Ispirato alla vita di Madeleine Pauliac, giovane medico della Croce Rossa, militante nella Resistenza nel 1945, Agnus Dei (traduzione discutibile di Les Innocents) racconta la storia di Mathilde Beaulieu, in missione per aiutare i sopravvissuti della Seconda guerra mondiale che scopre la tragica vicenda di alcune suore benedettine di un convitto che sono rimaste incinta dopo essere state violentate dai soldati sovietici. Anne Fontaine parte ancora da un ritratto al femminile, come in Coco avant Chanel e Gemma Bovery - che però stavolta diventa corale. I piani di Mathilde (interpretata con gelido e tormentato trasporto da Lou de Laâge, la protagonista di L’attesa di Piero Messina con Juliette Binoche), si intersecano alternativamente con quello delle altre religiose a cominciare da quello di Suor Maria (Agata Buzek) e della Madre Superiora (Agata Kulesza). L’oscurità persistente viene soltanto attenuata dalla luce delle candele o dal bianco della neve. Come per alimentare un film fatto di contrasti: luce/ombra, fede/ragione. Gestito attraverso uno stile classico ma finalmente non calligrafico rispetto al cinema precedente della regista. Il suo Agnus Dei ha anche tracce di un tormento mai risolto, evidente nel pianto di Mathilde e momenti di controllata tensione come l’arrivo dei soldati sovietici o il tentativo di stupro. “Per noi la fine della guerra non significa la fine della paura”. E lo sguardo della Fontaine continua a far tenere questo timore oltre ciò che mostra, dalle confessioni ai canti religiosi. Con uno sguardo anche al cinema di Tavernier che guarda la Storia. Senza però diventare ‘cinéma de Papa’.
(Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi)

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