LA TARTARUGA ROSSA (2016)

Un film di Michael Dudok de Wit – FRANCIA, GIAPPONE - Animazione. Durata: 81', 2016

Scampato a una tempesta tropicale e spiaggiato su un’isola deserta, un
uomo si organizza per la sopravvivenza. Esplora l'area alla ricerca di
qualcuno e di qualcosa. Qualcosa che gli permetta di rimettersi in mare. Favorito dalla vegetazione rigogliosa costruisce una zattera, una, due, tre volte. Ma i suoi tentativi sono impediti da una forza misteriosa che lo rovescia in mare. A sabotarlo è un'enorme tartaruga rossa contro cui sfoga la frustrazione della solitudine e dalla quale riceve anche consolazione.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Svilita e abusata da un uso eccessivo e scriteriato, la parola «capolavoro» ritrova il suo valore con un film come La tartaruga rossa che regala allo spettatore (adulto, nonostante la realizzazione a cartoni animati) la bellezza magica e commovente della poesia. Insieme alla rara esperienza di quella purezza del cinema che non ha bisogno nemmeno della parola per arrivare al cuore di chi guarda. (…) È adesso, dopo l’esplosione della violenza dell’uomo, che il film cambia sostanzialmente registro, per diventare qualcosa che è insieme realistico e fantastico, vero e immaginifico. Senza voler anticipare le tante sorprese che cambieranno la vita del naufrago sull’isola — e che chiedono allo spettatore almeno un po’ di fiducia nella forza delle fiabe — il film sembra perdere la sua bussola realistica per diventare qualcosa che oscilla tra la vita quotidiana e il sogno, tra la concretezza e i desideri. Naturalmente, però, a Dudok De Wit non interessa solo raccontare l’avventura pur straordinaria di un sopravvissuto, ma guidare lo spettatore dentro un’esperienza più profonda e intensa, che è quella dell’Uomo e della Natura, del loro legame e rapporto. È il mistero della vita che domina i comportamenti di entrambi, lungo un percorso dove ogni cosa può ribaltarsi nel suo opposto, come l’improvvisa onda del mare che arriverà a spazzare l’isola e a lasciarla quasi senza forme e colori, come dovevano essere Hiroshima e Nagasaki dopo l’esplosione atomica. Qui non c’è stata l’opera dell’uomo ma della Natura eppure l’effetto sembra identico, a ricordare la finitudine di ogni cosa. Per poi, nell’eterno ciclo delle cose, mostrarci come quella stessa «forza» sia capace di far tornare la vita e cancellare la monotonia del grigio onnipresente. Senza mai far ricorso alla parola, usando la testuggine come forma e metafora di quello che manca al naufrago per ritrovare la voglia di vivere, il film si trasforma scena dopo scena in un conte philosophique sull’Uomo, il suo slancio vitale e il bisogno di guardare oltre i propri orizzonti, mentre in parallelo la Natura svela agli occhi di chi sa guardare con la forza dell’immaginazione i misteri del creato, dell’amore e della procreazione. Ma tutto questo perderebbe parte della sua efficacia se non fosse supportato da un disegno altrettanto delicato e magico che sa mescolare la grazia dell’acquarello (usato soprattutto per restituire la varietà delle sfumature della Natura) con la trattenuta precisione della «ligne claire», la sua capacità di restituire con nettezza i contorni dei personaggi senza però sottolineare troppo la loro distanza dallo sfondo, così da fondere perfettamente l’Uomo e la Natura. Proprio come fa il naufrago con la sua tartaruga rossa. (Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

Una spiaggia deserta, il rumore delle onde e del vento, il cielo e il mare che si confondono nelle sfumature di un blu pastello: un uomo fissa l’orizzonte. Probabilmente non esiste un’immagine più semplice, immediata e, se vogliamo, banale di questa per stimolare una qualsivoglia riflessione sulla vita e sul suo senso; sull’uomo e sulla (sua) natura. Basta questo: un’immagine. Ed è incredibile pensare che in un contesto come quello del panorama visivo contemporaneo – dove l’eccessiva sovraesposizione ad immagini ultraspettacolari ed iperrealistiche sembra aver precluso agli spettatori la possibilità di stupirsi veramente – sia proprio la purezza di un’immagine così semplice a generare un genuino senso meraviglia. La tartaruga rossa di Michaël Dudok de Wit parte proprio da qui: da un uomo naufragato su un’isola deserta che contempla il mare. Vorrebbe fuggire, tornare al mondo da cui proviene ed abitare il tempo a cui appartiene. Invece si ritrova prigioniero di uno spazio non suo, dove le onde del mare, le gocce di pioggia, i granchi e i gabbiani, le nuvole e i pesci, appaiono davanti ai suoi occhi come se nulla di tutto questo fosse mai esistito prima; come se il suo passato fosse stato portato via dalla
marea. Non servono parole, non servono dialoghi, non serve la voce fuori campo: bastano le immagini; bastano situazioni e scenari già visti un milione di volte che però, filtrati dalla magia dell’animazione, ci sembra di vivere per la prima volta. È così che nasce la meraviglia: dalla reinterpretazione dell’ordinario (almeno da un punto di vista narrativo) che grazie al filtro dell’animazione si trasforma, in maniera inaspettata e sorprendente, in qualcosa di straordinario; una realtà plasmata attraverso i disegni che diventa una poesia in movimento attraverso cui viene messo in scena il cerchio della vita. Una collaborazione tra Europa e Giappone (è la prima incursione dello Studio Ghibli nel vecchio continente) che riesce a evitare ogni possibile incomprensione linguistica affidandosi all’universalità del linguaggio cinematografico e ad un’affascinante e poetica visione dell’esistenza. Un’idea di mondo, quella de La tartaruga rossa, in cui quartetti d’archi suonano in mezzo all’acqua al chiaro di luna, in cui è possibile volare restando fermi e dove, da un guscio senza vita, può nascere una donna bellissima; un sogno in cui non esiste soluzione di continuità tra il magico e il reale, la vita e la morte; dove ogni cosa conserva dentro di sé un’aura di mistero capace di sorprendere costantemente, senza mai creare distanza; dove le emozioni sono sempre autentiche e sincere. Una storia fuori dal tempo in cui, però, il tempo – con la sua ciclicità, con i suoi insegnamenti e con la sua inevitabilità – è anche l’unico vero protagonista. (Francesco Ruzzier – Cineforum web)

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