IL DIRITTO DI UCCIDERE (2015)

Un film di Gavin Hood – GRAN BRETAGNA - Biografico Durata: 113’, 2015

Con Helen Mirren, Aaron Paul, Alan Rickman, Iain Glen, Barkhad Abdi, Phoebe Fox, Carl Beukes,Richard McCabe, Babou Ceesay

Protagonista della pellicola è il colonnello inglese Katherine Powell, che
dirige a distanza un’operazione contro una cellula terroristica a Nairobi. Il
suo "occhio" sul campo è un drone pilotato in Nevada dal giovane ufficiale
Steve Watts, ma quando diventa inevitabile sferrare un attacco entrambi
realizzano che anche una bambina innocente finirebbe tra le vittime.
Mentre nessun politico nella "war room" londinese vuole prendersi la
responsabilità, una drammatica serie di eventi fa precipitare la situazione.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Quasi una rappresentazione teatrale, in cui su un tema destinato a dividere vengono esposti i diversi punti di vista. I tre poteri dello stato - militare, giuridico e politico - si trovano a dover prendere una decisione in nome del male minore. Qualcuno innocente, in ogni caso, si farà male. Hood non fa sconti, esibendo cadaveri tra le macerie senza morbosità, ma con il piglio verista di chi vuole ricostruire con la massima fedeltà una vicenda esemplare. Sulla guerra che è e sulla guerra che sarà, soprattutto. Se Michael Bay ha scelto di concentrarsi sull'eroismo dei riservisti e sugli errori dei burocrati e Andrew Niccol sul dramma umano di chi gioca al videogame della guerra uccidendo esseri umani in carne e ossa, a Gavin Hood interessa il dilemma morale. È cinema antico il suo, che della contemporaneità utilizza la moltiplicazione degli schermi e dei dispositivi o la prospettiva del drone; il resto è classicità pura, affidata a due interpreti straordinari. Helen Mirren sceglie il cuore in inverno del colonnello Powell, consapevole della crudeltà di alcune scelte ma dedita esclusivamente al raggiungimento del proprio obiettivo. Alan Rickman, invece, nella sua ultima interpretazione, regala al generale Benson un assaggio della sua inconfondibile ironia british. Senza negare mai la propria funzione di film che si presta all'apertura di un dibattito, il regista riesce umilmente a rinverdire i fasti di una forma di cinema troppo spesso trascurata. L'anacronistico filmcaso di studio, figlio de La parola ai giurati di Sidney Lumet o, per restare in tema bellico, di Orizzonti di gloria di Kubrick, si riconfigura come dialogo socratico: una meticolosa ricostruzione dei fatti destinata a toccare dei nervi - politici, comportamentali, etici - scoperti e a rendere problematica una presa di posizione chiara che prescinda dalle ragioni dell'"altra parte". E il fatto che la sensazione di imperdonabile indecisione di fronte al dubbio morale che attanaglia sia ribaltata dallo schermo allo spettatore è fortemente voluto. Elementi che, uniti alle interpretazioni inevitabilmente impeccabili di Rickman e Helen Mirren, elevano Il diritto di uccidere al di sopra dell'aurea mediocritas in cui rischia, colpevolmente, di finire relegato. Peccato solo per un epilogo che mostra ciò che è superfluo mostrare, sbilanciando irreparabilmente l'equilibrio dialogico fin lì esemplare. (Emanuele Sacchi – MyMovies.it)

(...) Gavin Hood non riscrive la storia ma indaga nelle zone d'ombra della nostra epoca ad alto tasso di visibilità e altissimo coefficiente di segretezza, malgrado gli Assange e gli Snowden. (...) Mia è solo una figura sullo sfondo, per quanto ben tratteggiata. Serve a farci saltare sulla sedia, ma i protagonisti del film, quelli che invece ci fanno pensare (come raramente succede al cinema) ai mille interrogativi morali posti dalla guerra fatta con i droni, così 'conveniente' in apparenza, sono gli altri. I militari, che vogliono intervenire (non tutti), e i politici che invece frenano (non sempre). E non per umanità ma per timore delle conseguenze. (...) 'II diritto di uccidere' riesce a non fare sconti alla complessità dei problemi sul tappeto senza rinunciare alla suspense del thriller. Grazie all'abilità strepitosa del regista, capace di orchestrare a meraviglia i dubbi e i colpi di scena che percorrono i diversi 'teatri' delle operazioni (nessun effetto digitale manderà mai in pensione il caro vecchio montaggio parallelo) e alla bravura degli interpreti al completo, in testa i 'falchi' Helen Mirren e Alan Rickman, qui purtroppo alla sua ultima apparizione, due figure tutt'altro che monodimensionali grazie alla sceneggiatura accuratissima di Guy Hibbert. Si capisce che Hood non sia riuscito a farsi produrre il film dai grandi studios. Si capiscono meno due o tre scivolate retoriche (come i titoli di coda). Che però non guastano il film più informato e problematico in materia, oltre che appassionante, visto in questi anni. (...) E purtroppo più attuale che mai, anche se pensato e girato ormai diversi anni fa. (Fabio Ferzetti – Il Messaggero)

Il film del sudafricano Gavin Hood si destreggia benissimo nell'evitare il rischio che può correre un racconto che parla di guerra attuale, terrorismo, tecnologia militare e bellica. II punto narrativo, e di necessaria ricaduta anche etico, ruota intorno all'uso dei droni e dunque intorno allo stridente contrasto tra l'illusione di poter condurre una guerra 'pulita', 'chirurgica' e 'intelligente' e la sua traduzione in termini concreti che ovviamente contraddicono quella pretesa dimostrando che la guerra non può che essere crudele, cieca, sporca, e imprevedibile malgrado i più sofisticati sistemi. Ma la conduzione del film sa evitare l'ovvietà della conclusione. Un po' meno un certo moralismo - un colpo al cerchio e uno alla botte: peraltro consueto nell'autorappresentazione americana (qui in realtà angloamericana ) - nel preservare bontà, commozione, lacrime e lacerazione interiore in chi preme il fatale bottone. Il dilemma invece, o più precisamente la manifestazione esteriore di esso, non riguarda la protagonista. Una come al solito maestosa Helen Mirren (…). Materia e faccenda quanto mai discutibile. Ma il film la sa mettere in scena in modo convincente oltre che coinvolgente. (Paolo D'Agostini – La Repubblica)

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