FRANTZ (2016)

Un film di Francois Ozon – FRANCIA, GERMANIA - Drammatico. Durata: 113', 2016

Con Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Cyrielle Claire, Anton von Lucke

Nel 1919, in una cittadina della Germania, Anna si reca tutti i giorni alla tomba del suo fidanzato, caduto al fronte in Francia. Un giorno giunge un ragazzo francese: anche lui porta i fiori sulla stessa tomba, quella del suo amico tedesco, compagno nei momenti più tristi, che Pierre cerca di dimenticare. L’incontro scuote le vite dei due giovani, risollevando dubbi e paure, e costringe ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti.
29‐30

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) 1919, Germania. Sulla lapide di un soldato tedesco piange un soldato francese. La promessa sposa, i genitori del defunto e tutto il paesello teutonico si chiedono chi sia. Capro espiatorio, figlio da accogliere, possibile amore. Partendo da una pièce di Maurice Rostand già adattata da Ernst Lubitsch nel 1932 (L’uomo che ho ucciso), Ozon cerca un realismo oggi accettabile (esclude dunque il gesto teatrale da retaggio del muto, elude la sottile dimensione satirica, crea tensione tra il noir e il mélo, negando allo spettatore quel che in Lubitsch era chiaro dal principio) e cambia prospettiva: passa dall’enigma sull’ospite (con tanto di ipotesi queer) all’apologo antimilitarista (che è apologo contro ogni discrimine: si chiamino i figli Frantz, il Francese o François) e finisce per concentrarsi sull’elaborazione del lutto. Del paese, dei genitori e soprattutto dell’amata di Frantz, Anna (nome palindromo, che deve tornare all’origine di sé). Se il film è girato in b/n non è per sciocco postmodernariato cinefilo e mimetico: è una questione emotiva. In un’opera che segue la sorte della parola “felicità”, si passa al colore quando il sentimento del lutto trova sollievo. Prima per merito di una bugia, poi, alla fine del percorso, per un pacifico confronto con la perdita. Con le messe in scena che l’hanno addolcita. Con i sostituti e gli spettri. Il finale è un miracolo di sintesi. E certifica un dato di fatto: Ozon fa grande cinema. Punto.
(Giulio Sangiorgio – Film Tv)

La Prima guerra mondiale è da poco finita. E si contano i morti. In una cittadina della Germania, paese piegato dall’umiliazione della sconfitta e delle condizioni di pace, la giovane Anna piange la scomparsa del suo fidanzato, Frantz, ucciso dai francesi. Vive ancora con i genitori del ragazzo, che l’hanno accolta come una figlia, forse per compensare, almeno in parte, il dolore della perdita. Un giorno arriva in città un giovane francese, Adrien Rivoire, che dice di essere un amico di Frantz. Ma è tutto un forse… Si convive con la menzogna, il più delle volte per tener a bada le ferite, cauterizzarle. Eppure prima o poi bisogna farne i conti. È questa, probabilmente, la questione che interessa di più a Ozon, ma è solo una traccia che non incide al fondo nella serena perfezione dell’insieme. Frantz è un film liscio come un uovo, in cui ognuno può tentare i percorsi che vuole, salvo poi ritornare di nuovo al punto di partenza, sempre sulla superficie del guscio. La formazione sentimentale di una giovane donna, la questione “politica” di una fratellanza impossibile, i sottotesti da psicanalisi (nell’ossessione di Adrien per Frantz c’è qualcos’altro?), l’arte, il lutto e la voglia di vivere, nonostante ogni cosa. Le linee di interpretazioni o sviluppo sono tutte lì. Ma c’è sempre l’impressione che contino poco. Alla fine, tutto si gioca sempre su un altro piano, quello che segna la distanza tra la materia viva dei sentimenti e la loro espressione. A prescindere da quali essi siano e cosa implichino. La forma, per Ozon, è sempre tutto, ma stavolta lo stile non è solamente una struttura vuota, una gabbia che inquadra le passioni e congela le carni. In Frantz c’è finalmente un
accordo profondo tra l’espressione e la materia, tra l’eleganza austera della messinscena e la grazia pudica di un mondo sentimentale sempre vissuto in sottrazione, tenuto a freno nel controllo rigoroso dei comportamenti. Eppure è un mondo che si muove, vibra. In maniera trattenuta, ma percepibile, profonda, toccante. L’ambientazione ha il suo peso, certo. E gran parte dell’eleganza del film deriva dalla cura décor, dalla ricostruzione d’epoca “truccata” dalla scelta di un bianco e nero impeccabile, ravvivato, innervato quasi, da inserti a colori che segnano lo scollamento dall’hic et nunc della vicenda sul piano del tempo o del fantastico. Ma il vero fascino di Frantz sta nella sua dichiarata provenienza da un’altra epoca del cinema. Un melodramma che appartiene al rigore del classico più che al calligrafismo del contemporaneo. Sarà che alla radice c’è Lubitsch, Broken Lullaby, film del tzner, ispirato a una pièce di Maurice Rostand. Ma fatto sta che Ozon, senza rifuggire dagli stilemi e dai cliché, trova la bellezza della semplicità, forse come mai gli è accaduto prima. È una semplicità che è frutto di artificio, di un lavoro di cesellatura, certo. E che è distante anni luce da Lubitsch. Ma il risultato è, comunque, impeccabile. Una storia che procede in maniera cristallina, lineare, che appiana tutte le sorprese, i potenziali sconvolgimenti, le tentazioni di tortuose implicazioni. Perché tutta concentrata sull’unico vero dramma, quello dei sentimenti di Anna, sempre chiari, evidenti ai nostri occhi, disegnati nello splendido volto di Paula Beer, eppure sempre negati, taciuti, delusi, disattesi. E questo è vita.
(Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi

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