UN PADRE, UNA FIGLIA (2016)

Un film di Cristian Mungiu – ROMANIA, FRANCIA, BELGIO Drammatico. Durata: 128', 2016

Con Adrian Titieni, Adrian Vancica, Emanuel Parvu, Gheorghe Ifrim, Ioachim Ciobanu, Lia Bugnar

Romeo Aldea, 49 anni, è un medico che vive in una piccola città di montagna in Transilvani. Ha cresciuto la figlia Eliza con l’idea che al compimento del diciottesimo anno di età lascerà la Romania per andare a studiare e a vivere all’estero. Il suo progetto sta per giungere a compimento: Eliza ha ottenuto una borsa di studio per studiare psicologia in Gran Bretagna. Le resta solo da superare l’esame di diploma degli studi superiori. Il giorno prima della prova scritta degli esami, Eliza subisce un'aggressione che mette a repentaglio la sua partenza.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) Nel totale di un caseggiato di periferia, con i muri scrostati e le strade piene di buche che apre Un padre, una figlia si scorgono nel primo piano – ma un po’ scostate nel basso dell’inquadratura – le braccia di un uomo che, pala alla mano, sta scavando una buca. Non c’è mai nulla di casuale nel cinema di Cristian Mungiu: non la messinscena, non lo stile rigoroso, non le scelte estetiche sempre funzionali al racconto. E senza dubbio non lo sono ambientazioni e location, che parlano, dicono e raccontano almeno quanto i personaggi. Con questo folgorante incipit, che termina con l’attimo in cui una pietra scagliata da mano ignota spacca il vetro di una finestra della casa del protagonista, Mungiu ci mostra qualcuno che scava la (propria) fossa e ci avverte che il segno grafico, metaforico e simbolico del film sta proprio in quell’atto lì. Messo a margine di un piano lungo dove l’elemento umano scompare e a riempire la scena sono condomini e casermoni tipicamente associati ai paesaggi urbani dell’Europa dell’est. Un padre, una figlia è la storia di un padre, Romeo, medico in una piccola città della Transilvania, che cerca in tutti i modi (legali e non) di aiutare la figlia Eliza, diciottenne, ad ottenere il diploma con una media superiore al 9, punteggio utile per poter mandare la ragazza a studiare in Inghilterra garantendole un futuro migliore di quello che avrebbe restando in Romania. Già perché la Romania che viene fuori dal film è una nave che affonda, un paese che si sta, appunto, scavando la fossa. E il film racconta – come sempre senza dare giudizi morali e senza prendere le parti, contro o a favore, dei propri protagonisti – il lento percorso che Romeo compie verso l’adesione al mondo delle clientele, dei favoritismi e della micro-corruzione più come un rito di passaggio che come un’arresa. La telefonata all’amico dell’amico, lo scambio di favori, la richiesta di fare uno strappo alla regola sono tutti comportamenti che fanno parte di uno stesso dispositivo. Come una serie di tasselli del domino affiancati a formare una catena e pronti a crollare l’uno sull’altro abbattendo l’intero sistema. Un apparato retto non dalle istituzioni ma dagli uomini che ne fanno parte – sistema al quale in Italia siamo tutt’altro che estranei – e che sono successori dei burocrati cacciati dopo il colpo di stato dell’89 (l’ufficiale di polizia, il funzionario della dogana, il preside del liceo), ma dei quali di fatto hanno ereditato non solo il posto ma anche la condotta, l’atteggiamento e l’esercizio del potere. «Quando siamo tornati qui nel ’91 pensavamo di cambiare le cose, ma non abbiamo cambiato niente» dice Romeo alla figlia per convincerla ad andarsene a studiare all’estero. Come se la Romania risorta dalle ceneri della dittatura, 27 anni dopo, il suo “bacalaureat” (titolo originale del film, ndr) non l’avesse ancora preso. Non sia ancora diventata adulta proprio perché i padri come Romeo (e non soltanto per colpa loro) non l’hanno saputa guidare e non hanno saputo instradarla sulla via della rettitudine. Una rettitudine tanto più utopica e fragile se paragonata alla solidità dalle strutture di potere viziate dalla corruzione che costituiscono le fondamenta di un Paese dal quale i padri consigliano ai figli di scappare (altra inquietante similitudine con l’Italia). Dichiarando la resa e caricando di significato ulteriore l’immagine con la quale il film si chiude: quella di Eliza e dei suoi compagni che posano per la foto di classe il giorno del diploma. Guardando negli occhi i genitori che stanno loro di fronte, i ragazzi cercano di sorridere e stanno lì immobili mentre la camera indugia su di loro. L’esatto controcampo di un murale ritraente, nel tipico stile del realismo socialista, due giovani allievi sorridenti impegnati nello studio, che pochi istanti prima avevamo visto all’interno della scuola. Gli sguardi dei ragazzi, fissati nella mente degli spettatori dal sopraggiungere del nero, carichi di speranza e rivolti al futuro e che paiono l’unico momento in cui lo sguardo di Mungiu assume una prospettiva positiva, sono in realtà ancora più carichi di malinconia. Il regista porta alle estreme conseguenze un discorso che aveva iniziato con i due film precedenti. Se gli effetti delle sovrastrutture (la religione in Oltre le colline, 2012) esercitano un potere coercitivo sull’individuo così forte da violarne materialmente il corpo (l’aborto clandestino in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 2007) qui è come se il sistema medesimo (il corpo statale) fagocitasse se stesso. E così come nei due film precedenti anche qui manca una visione che sia totale, che abbracci i luoghi gli eventi e le situazioni narrative con uno sguardo di insieme. La macchina di Mungiu, che sta incollata ai personaggi e gli spazi, piuttosto che descriverli, preferisce attraversarli (rendendoli automaticamente abitati), vuole che la propria parzialità sia elemento integrante della storia che racconta. (...)
(Lorenzo Rossi – Cineforum web)

Un padre cinquantenne e medico, Romeo. Una figlia diciottenne e studentessa modello, Eliza. Un sogno che appartiene all’uomo ma riguarda la ragazza: andare a studiare all’estero per garantirsi un futuro migliore di quello offerto dalla moderna Romania, a quasi trent’anni dalla Rivoluzione del 1989. Un fatto sconvolgente: Eliza assalita e ferita alla vigilia degli esami finali del liceo. Come il mattone che frantuma un vetro nella prima scena del film, il fatto distrugge ogni certezza. La promozione a pieni voti di Eliza, condizione necessaria per la borsa di studio in Inghilterra, da scontata diventa dubbia, e Romeo entra in un meccanismo di favori e piccole corruzioni pur di ottenere ciò che desidera. Nel disfacimento del mondo dell’uomo, Cristian Mungiu, già vincitore di Cannes 2007 con 4 mesi 3 settimane 2 giorni, traccia la radiografia di un sistema di valori comune - la famiglia, la giustizia, l’utopia dei figli in grado di migliorare la vita dei genitori - cancellato dallo scontro con la realtà. Tutti guardano tutti, in Un padre una figlia; tutti si osservano attraverso vetri, finestrini e specchi. Ciò che nessuno vede, però, è il riflesso di se stesso negli altri, il coinvolgimento anche inconsapevole nel fallimento di una Nazione. Una tragedia silenziosa che non ha risparmiato la generazione dei padri e delle madri, e che potrebbe intaccare anche quella dei figli e delle figlie. (Roberto Manassero – Film Tv)

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