IL PIANO DI MAGGIE (2016)

Un film di Rebecca Miller – USA, 2016 Commedia. Durata: 98', 2016

Con Alex Morf, Bill Hader, Ethan Hawke, Greta Gerwig, Jackson Frazer

Maggie Hardin è un’allegra trentenne newyorkese, che lavora come insegnante. La sua vita è pianificata e organizzata. Non ha molto successo in amore ma decide comunque che è arrivato il momento di avere un figlio. Da sola. Ma quando conosce John Harding, uno scrittore/antropologo in crisi, s’innamora per la prima volta, e così è costretta a modificare il suo piano di diventare mamma. A rendere tutto ancora più complicato c’è il fatto che John è infelicemente sposato con Georgette Nørgaard, una brillante professoressa universitaria danese.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Non ti abbattere – dice pressappoco la perfida Georgette (Julianne Moore) al marito John (Ethan Hawke), succubo e insicuro –, almeno un tuo libro è piaciuto a Slavoj Žižek. Per un po’ temiamo che, a confermare o a smentire, compaia in scena il filosofo oggi più in voga. In Io e Annie, quarant’anni fa, così faceva Marshall McLuhan, a quel tempo passe-partout argomentativo di colti e semicolti. Infastidito dall’ennesimo intellettualino spocchioso che ne invocava a vanvera l’autorità, Woody Allen lo pescava da dietro un cartellone pubblicitario, lasciando a lui il compito di confutarlo. Era puntuta l’ironia di quel film del 1977. Molto meno lo è quella di Il piano di Maggie. E non perché Rebecca Miller ci risparmi la comparsata all’ottimo Žižek. (…) È attento ai fatti della vita, il film della Miller, o almeno della vita nei quartieri della borghesia intellettuale di New York. I suoi protagonisti potrebbero esser comprimari di un film di Allen. Ma non più che comprimari, come accade anche nel cinema di Noah Baumbach (in Mistress America, del 2015, per esempio, o in Giovani si diventa, del 2014). Unica eccezione è Georgette. Per merito di Julianne Moore più che della sceneggiatura e della regia, l’antropologa di successo è sapientemente “doppia”. Anche quando ha l’aria di rinfrancarne l’autostima, è capace di infierire su John e di farlo sentire inadeguato. Il riferimento a Žižek ne è la conferma più subdola, un po’ come se gli dicesse: non vali granché, certo molto meno di me, ma una volta tanto ti sei potuto specchiare nella fama di un maître à penser. E insieme – ecco di nuovo la doppiezza – è così malignamente accorta da offrire alla sua mediocrità e alla sua pigrizia l’alibi delle cure familiari. È questa ambiguità che manca agli altri personaggi. E senza ambiguità non c’è spazio per l’ironia. O meglio, c’è spazio per un’ironia di superficie, fatta di dialoghi non più che brillanti, di atmosfere non più che accorte, di battute non più che eleganti. Insomma, Il piano di Maggie è solo una piccola commedia diligente, e neanche un intervento ipotetico di Slavoj Žižek potrebbe rimediarci.
(Roberto Escobar – Il Sole 24ore)

Il padre è Arthur Miller, la madre una nota fotografa austriaca, il marito si chiama Daniel Day Lewis: ecco a voi Rebecca Miller, poliedrica artista trasmigrata dalla pittura alla letteratura e al cinema, senza tuttavia disperdere il suo talento grazie a un mondo poetico coerentemente centrato su un tema: un’idea di donna, in quanto individuo con una sua personalità, che non teme di avventurarsi nell’esplorazione di se stessa e degli altri, cercando di fare la cosa giusta anche se può comportare un costo. La novità è che al quinto film, basato su un romanzo inedito di Karen Rinaldi, la Miller ha virato su un più deciso registro di commedia: Il piano di Maggie è una sofisticata pochade ambientata nella New York intellettuale del Greenwich Village, dove ci si parla volentieri addosso, disquisendo di massimi sistemi e dimenticando di andare a prendere i figli a scuola. Partita con il piano di concepire un figlio in provetta tramite lo sperma di un impacciato produttore di cetriolini, la giovane Maggie cambia strada quando si scopre invaghita di un prof di antropologia e scrittore frustrato, infelicemente sposato a un’universitaria di fama internazionale. Ma la convivenza a lungo andare incrina il rapporto, cosicché il (secondo) piano di Maggie diventa quello di rimettere le cose al loro posto. Ci riuscirà? Ed è sensato pensare di dare una spinta al destino quando è in gioco l’imprevedibile variante degli affetti? Per la sua vocazione a manipolare le questioni di cuore, Maggie potrebbe somigliare un po’ alla Emma di Jane Austen, non fosse che in lei non c’è alcuna traccia di pervicace sicumera. Sempre gentile d’animo, Maggie è un bizzarro cocktail di serenità e malinconia, ingenuità e saggezza, vaghezza e determinazione, semplicità e intuizione; e Greta Gerwig se ne rivela l’interprete ideale per la naturalezza con la quale ne metabolizza le tante contraddizioni. Facendo slittare i propri personaggi su un analogo, sfumato scivolo di ribaltamenti e ripensamenti, Ethan Hawke e Julianne Moore completano felicemente l’insolito triangolo; e la Miller gioca questo (molto contemporaneo) girotondo di confusione esistenziale con un’ironia e una leggerezza che lasciano trasparire un tessuto non banale di sentimenti.
(Alessandra Levantesi – La Stampa)

Si i respira un’aria vagamente alla Woody Allen in questa commedia newyorchese sull’amore e le sue confusioni. Per la Grande mela, per l’umorismo, e infine perché anche questo è cinema di parola, di rovello e di riflessione continua da parte dei personaggi, che s’interrogano senza sosta su relazioni, amore e dintorni ma anche su mille altre cose. Borghesi, i personaggi, e anche qui siamo dalle parti di Allen: e pure appartenenti a quel ceto intellettuale (sono professori universitari) che tanto piace al regista di «Manhattan». E sono proprio le conversazioni «intellettuali», affiancate a situazioni,pulsioni, desideri, molto più fisici - e concreti - a costituire uno dei punti di forza del film, in un cortocircuito comico che funziona. Il piano di Maggie è semplice: lei che non riesce ad avere relazioni lunghe decide di fare un figlio da sola, con lo sperma di un vecchio compagno di scuola. Ma proprio quando sta per procedere entra nella sua vita un professore di antropologia che finirà per sposare e con cui avrà una figlia. Tutto finito? Certo che no. Perché dopo tre anni lei si accorge di non amarlo più ed escogita una strategia per farlo tornare dalla moglie Georgette, anch’essa antropologa, più famosa di lui. Rivisitazione sui generis degli schemi della commedia, che saltano superando l’happy end classico (o almeno trasformandolo), il lavoro di Rebecca Miller mette in scena egoismi, famiglie allargate, separazioni, disastri coniugali, ambizioni e molto altro, ben sorretto da un trio d’attori efficace in cui spicca Julianne Moore: la sua Georgette, algida, ambiziosa, egocentrica e feroce, insicura come pochi, è insuperabile.
(Lisa Oppici – Gazzetta di Parma)

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