TRA LA TERRA E IL CIELO (2015)

Un film di Neeraj Ghaywan – INDIA, FRANCIA, Drammatico. Durata: 103', 2015

Con Richa Chadda, Vicky Kaushal, Sanjay Mishra, Shweta Tripathi

Sulle rive del Gange si incrociano e si mescolano le vite di vari personaggi con le loro storie di amore, libertà, emancipazione. Ma Benares (Varanasi), la città sacra sulle rive del fiume, riserva una punizione severa a coloro che giocano con le tradizioni. Deepak si innamora di una ragazza che appartiene a una casta diversa dalla sua. Devi, una giovane studentessa, è tormentata dal senso di colpa per la scomparsa del suo primo amante. Pathak, il padre di Devi, è vittima della corruzione della polizia mentre Jhonta è un ragazzino alla ricerca di una famiglia. Tutti aspirano a un futuro migliore, divisi tra le esigenze imposte dalla modernità e il fedele attaccamento alle tradizioni.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama) In Masaan l’umiliazione passa attraverso il corpo. Il corpo nudo, picchiato, insanguinato, destinato a bruciare nei ghat indiani adibiti alle cremazioni e, soprattutto, un corpo esposto allo sguardo. È questo che accade in una delle prime sequenze del film diretto da Neeraj Ghaywan: in una camera d’albergo della città santa indiana di Varanasi, si incontrano uno studente universitario e Devi. Dopo qualche scambio voluttuoso, irrompe la polizia: è severamente proibito avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio (combinato). Il ragazzo si rinchiude in bagno tagliandosi le vene per la vergogna, mentre Devi viene ripresa dall’ispettore con uno smartphone; si tratta del video della vergogna e dell’umiliazione, lo scandalo sessuale destinato a finire sulle prime pagine di tutti i quotidiani e su YouTube. Eccolo, il corpo ripreso nella sua fragilità e precarietà, un corpo inascoltato che non può raccontarsi e che, di fronte all’occhio virtuale e meccanico del telefonino, non può che piangere e lasciarsi cadere. Sempre con uno sguardo gettato su un monitor, si era aperto Masaan, con la stessa Devi che nella sua camera, quasi con fare didattico, guarda un film pornografico. In questo caso, a differenza di quanto accadrà poco dopo, il corpo diviene un mezzo per esprimere, ampliare e liberare il desiderio sessuale, quasi un impeto anarchico e rivoluzionario che si contrappone alla struttura statica, ideologica e opprimente delle caste indiane nonché all’arretratezza dei costumi di un Paese antico e tradizionalista. Echeggiando l’uso luciferino della tecnologia in un film come The Canyons, il regista indiano offre uno spaccato della contemporanea società indiana, in bilico tra progresso e conservazione, tra libertà e repressione. Un luogo in cui Facebook, pur non essendo proibito, è visto come una minaccia ai matrimoni programmati, dove l’amore non ha ancora la forza di abbattere e superare le caste e dove in famiglia la parola paterna rappresenta la legge. Se in Mustang, Ergüven ha provato a mostrare allo spettatore occidentale il tentativo di rinnovamento della società turca da parte di un gruppo di ragazzine, Neeraj Ghaywan compie un’operazione simile in India, nella sua terra natale. La protagonista Devi è simbolo della volontà di emancipazione, mentre il capo della polizia, uomo losco e corrotto che minaccia la famiglia della ragazza, in modo simile alla figura dello zio in Mustang, rappresenta lo scoglio refrattario. Peccato che dopo l’inizio promettente, Masaan scelga la strada più sicura e meno impegnativa, solcando l’instancabile via del dramma sentimentale e amoroso. Attraverso un preciso montaggio parallelo, accanto alle vicissitudini di Devi viene raccontata la travagliata vicenda di Deepak, giovane studente di ingegneria che si di innamora di Shalu, ragazza bella e colta appartenente però a una casta superiore. L’intreccio finale delle due linee narrative, entrambe legate da un destino tragico e ancipite, non può che avvenire in nome dell’armonia e della speranza in un futuro migliore. E così lo spettatore, inebriato da una fotografia capace di raccontare in modo suggestivo l’affascinante Varanasi, città santa per gli induisti situata sulla riva ovest del Gange, non può che attendere con struggente leziosità l’incontro fortuito e simbolico tra Devi e Deepak, le due forze generanti e propositive di un’India stanca e ancora impreparata al cambiamento, nella consapevolezza di aver assistito a un’opera prima interessante e curata, ma con grandi potenzialità inespresse. (Alessandro Lanfranchi – Cineforum)

Varanasi Baby. Nella città santa di Benares, due storie si inseguono fino a intrecciarsi magicamente. Devi è una studentessa esperta d’informatica, insofferente dei limiti di una città rigidamente dominata dai culti e cerimoniali religiosi e da una mentalità tradizionale. Determinata a vivere a pieno la propria indipendenza, decide di far sesso con il suo ragazzo. I due prendono una stanza d’albergo, ma sul più bello irrompe la polizia. Davanti alla minaccia di uno scandalo sessuale, il ragazzo decide di togliersi la vita. E Devi resta sola ad affrontare la situazione e i ricatti di uno squallido agente. Dall’altro lato della storia, c’è Deepak, studente di ingegneria, che s’innamora perdutamente di una ragazza di casta superiore. Il destino, prima ancora che le regole, si metterà di traverso. Al suo primo lungometraggio dopo un passato nel mondo del marketing, Neeraj Ghaywan prova ad andare controcorrente. Si fa alfiere di un cinema indipendente, lontano dallo strapotere dell’industria bollywoodiana. E perciò concentra gran parte della sua attenzione sulla dimensione sociale, la critica di un sistema che, nonostante tutte le trasformazioni economiche in atto, è ancora legato ad antiche concezioni discriminanti. La divisione in caste, che influenza ancora nel profondo i rapporti sociali, il peso della religione sulla valutazione morale dei comportamenti. E poi il maschilismo di sostanza, nonostante l’emancipazione femminile sembri andare di pari passo allo sviluppo economico. E poi, su tutto, lo spettro della corruzione e l’incanto demoniaco del denaro, a cui non sa resistere neanche il saggio Vidyadhar, il padre di Devi. Ma se dal punto di vista degli argomenti, Ghaywan sembra volersi smarcare dalla scintillante produzione mainstream, il suo stile appare pienamente conforme, ben al riparo dal rischio di soluzioni personali, di traiettorie visive dirompenti. Il tono romantico, il linguaggio veloce e accattivante, una confezione di lucida pulizia, l’utilizzo diegetico della musica e delle canzoni, con i testi scritti dallo stesso sceneggiatore Varun Grover. Tutto rientra alla perfezione nei canoni estetici delle maggiori produzioni indiane. Eppure, per uno strano paradosso, è proprio questa convenzionalità di fondo a garantire la tenuta del film. Perché, sebbene il racconto a doppia traiettoria mostri a tratti un eccesso meccanico, Tra la terra e il cielo sa delineare con delicatezza e amore dei personaggi forti, memorabili, grazie anche agli interpreti, a cominciare dalla bellissima Richa Chadda e l’ottimo Sanjay Mishra, nei panni di Vidyadhar. Riscoprendo la magia del racconto, Ghaywan segue i suoi protagonisti sul filo di emozioni e sentimenti sinceri, toccanti. E, alla fine, ci lasciamo andare con tenerezza a questo gioco del destino e dell’amore, che si ferma al principio di tutto. Di un’altra storia, tutta da vivere. (Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi)

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