Due giornate e una notte (2014)

Un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne – BELGIO - Drammatico. Durata 95', 2014

Con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salée, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil

Sandra ha un marito, Manu, due figli e un lavoro presso una piccolo azienda che realizza pannelli solari. Sandra “aveva” un lavoro perché i colleghi sono stati messi di fronte a una scelta: se votano per il suo licenziamento (è considerata l'anello debole della catena produttiva perché ha sofferto di depressione anche se ora la situazione è migliorata) riceveranno un bonus di 1000 euro. In caso contrario non spetterà loro l'emolumento aggiuntivo. Grazie al sostegno di Manu, Sandra chiede una ripetizione della votazione in cui sia tutelata la segretezza. La ottiene ma ha un tempo limitatissimo per convincere i colleghi a cambiare parere.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Sono felice», confida per telefono Sandra (Marion Cotillard) al marito Manu (Fabrizio Rongione), mentre sta terminando "Due giorni, una notte". È lunedì mattina. Alle sue spalle c'è la fabbrica dove ha lavorato per anni. Il venerdì precedente, Monsieur Dumont (Baptiste
Sornin), il padrone, ha imposto ai suoi compagni di lavoro di scegliere tra un bonus di mille euro ciascuno e il suo licenziamento. Quattordici contro due, quelli hanno preferito il bonus. Poi però, su richiesta di una di loro, Dumont ha accettato di far ripetere la votazione. Ora, dopo un sabato e una domenica passati da Sandra a incontrare i compagni nelle loro case, uno per uno, la seconda votazione si è conclusa… Come sempre nel loro cinema, Jean-Pierre e Luc Dardenne raccontano la
dignità umana, quella dei deboli in primo luogo. Non c'è rispetto, nell'alternativa imposta ai compagni di Sandra. Non ce n'è per lei, e non ce n'è per loro, indotti e anzi "corrotti" a una scelta ignobile. Con freddezza, il padrone scarica su di loro il peso di una responsabilità che è sua, e che certo non è solo economica. Per farlo,
conta sulla loro paura: la paura di non far fronte a un mutuo, o alle spese per i figli, e la paura che uno per uno hanno d'esser poi licenziati al posto di Sandra. Così, impaurito, ciascuno immagina che gli convenga difendersi, da solo e contro ogni altro. La paura è lo
sfondo umano e sociale della vicenda di Sandra. Anche lei è impaurita, e non solo perché soffre le conseguenze di una depressione che l'ha tenuta per mesi lontana dalla fabbrica. La sua paura più forte è d'essere inadeguata. Che lo sia, le pare dimostrato dall'alternativa imposta da Dumont, che l'ha ridotta alla misura di un bonus. Della
sua inadeguatezza, poi, la convincono gli incontri con i suoi compagni: con quelli che voteranno per lei, in quanto avverte d'essere per loro un danno, e con gli altri perché se ne sente umiliata. Non c'è via d'uscita. Vinca o perda, la seconda votazione sarà una sconfitta. Lo sarà anche perché in quella fabbrica, e in quella condizione umana e sociale, non c'è posto per la dignità. Occorrerebbe un gesto, una rivolta morale, per ritrovare il rispetto di sé. E così accade, lunedì
mattina. Pensando ai suoi compagni, Sandra ha trovato la forza di non cedere al padrone. Accada quel che accada, gli ha dato la sola risposta che quello non si sarebbe aspettata. La sola "adeguata" alla propria
dignità. Per questo è felice.
(Roberto Escobar – L'Espresso)

Corri Sandra, corri. Corri come Rosetta e come tutti gli altri protagonisti del cinema dei Dardenne, prigionieri di esistenze che non danno tregua, ogni santo giorno una trafelata battaglia per la sopravvivenza. Sulla soglia del licenziamento, Sandra ha un week end a disposizione per convincere i suoi colleghi di lavoro – cui è stato
promesso un aumento se lei perderà il posto – a rinunciare all’idea di spartirsi il suo stipendio come un bottino di guerra. Si vota di lunedì, quindi due giorni una notte è la distanza che corre tra l’avere un posto di lavoro e il non averlo più, tra un portafoglio pieno e uno
vuoto, tra la dignità e la depressione. Per convincerli a non affossarle l’esistenza, Sandra i colleghi li va a trovare ad uno ad uno, e tu te ne stai lì a contare insieme a lei, quasi rimpiangi che non ci sia il punteggio in sovrimpressione. Per fare suspense e avvincere lo spettatore i Dardenne non hanno bisogno di serial killer, viaggi intergalattici, zombie e vampiri. No, basta e avanza la crisi economica: avere un posto di lavoro e un piatto di minestra calda è roba da supereroi. Sandra non ha superpoteri, ma due figli da mantenere e l’energia dei disperati. La disperazione è, in questo film, l’unica
risorsa di cui tutti dispongono in abbondanza. Scorre a fiumi, silenziosa ma presente, da un dialogo all’altro; la vedi affiorare alla superficie di conversazioni inchiodate alle parole feticcio della nostra epoca - rate, mutui, bollette, scadenze – le uniche oggi capaci di capovolgere in un giorno il destino di un’esistenza. Sul fronte opposto c’è invece la solidarietà, lusso che possono permettersi
in pochissimi. Anche i colleghi che si dicono favorevoli al licenziamento di Sandra lo fanno per motivi del tutto comprensibili, quei quattro spiccioli in più che stanno per ricevere già mentalmente investiti in qualcosa che può dare respiro alla loro quotidianità. Ad un posto di lavoro in meno corrisponde una mezza dozzina di piccoli
sogni, difesi con la tenacia di chi vuole guardare oltre la pura sopravvivenza. Due giorni, una notte è l’Hunger Game della nostra derelitta società: miserabile e fragile come le vite che racconta, costrette ad equilibrismi sul filo di uno stipendio che oggi c’è e domani chissà. Con un finale che ti rimane dentro e non se ne va, perché
Sandra a furia di correre ne ha fatta di strada, anche e soprattutto dentro di sé. Nella scena conclusiva cammina, e lo fa a testa alta. Se lo può permettere.
(Leonardo Gandini - Cineforum)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010