Locke (2013)

Un film di S. Knight – GRAN BRETAGNA - Drammatico, Thriller: 85', 2013

Con Tom Hardy, Andrew Scott, Ruth Wilson, Olivia Colman, Tom Holland, Ben Daniels, Bill Milner, Alice Lowe, Danny Webb, Lee Ross, Silas Carson, Kirsty Dillon

Dopo una giornata di lavoro, Ivan Locke, capo cantiere presso un'importante ditta di costruzioni, sale in auto e si avvia verso una località sconosciuta: durante il tragitto inizia a fare una serie di telefonate. Prima a Bethan, la donna che lo aspetta in sala parto; quindi alla sua famiglia, alla moglie Katrina e al figlio, che lo attendono come ogni sera a casa. Inoltre, Ivan si trova alla vigilia di una delicata e importantissima giornata di lavoro, il cui esito dipende dalla sua presenza: chiama Donald, un suo sottoposto, e lo incarica di sostituirlo. Tra le varie telefonate che si susseguono, Locke parla tra sé e sé rivolgendosi a suo padre, morto anni prima, e colpevole di averlo abbandonato. Il film è stato girato in 90 minuti: le riprese iniziate il 18 febbraio 2013, si sono susseguite per 8 notti consecutive.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Tutto in una notte, tutto in una macchina. All'opera seconda dopo Redemption, l'inglese Steven Knight ci riconsegna il grado zero del grande cinema: uno straordinario interprete, Tom Hardy; un'eccellente
sceneggiatura (Knight era stato candidato all'Oscar per gli script de La promessa dell'assassino di Cronenberg e Piccoli affari sporchi di Frears); una fedelissima attinenza alle unità aristoteliche - diciamo così - di tempo, luogo e azione; una fascinosa regia interamente
giocata nell'abitacolo di una BMW X5, ma lungi dall'essere claustrofobica; l'emozione per unico effetto speciale. (...) Quattro giorni di prove, riprese per otto notti, tre macchine da presa digitali Red Epic montate nell'X5, l'autostrada M1 tra Birmingham e Londra
'ricreata' sulla North Circular, Locke è stato presentato Fuori Concorso all'ultima Mostra di Venezia: il Leone d'Oro l'ha vinto Sacro Gra, ma il Raccordo non vale l'M1, quel film questo. Avrebbe dovuto stare in competizione e - per noi - vincerla. Sì, Locke è una bomba, a implosione: sull'exemplum del suo omonimo, il filosofo empirista inglese John Locke, Ivan non perde la calma, ma pianifica, organizza, intima e rassicura. E' un uomo di ferro, pardon, calcestruzzo, ma la sua vita si sta distruggendo: prima di mettersi in auto, dice, aveva
una moglie e un lavoro, ora non più, eppure non molla. Deve andare in ospedale da Bethan, per non incorrere nello stesso misfatto del padre, che lo abbandonò in fasce (analogia con l'altro Locke): lucidissimo con la moglie e 'l'altra', commosso con i due figli, la rabbia la riserva per il genitore, che osserva dallo specchietto retrovisore come un fantasma che solo lui intuisce. Ma in quell'auto c'è soprattutto la realtà, quella che va in frantumi per una debolezza: bruttina stagionata, fragile e problematica, Ivan non ama Bethan, ma un bicchiere di troppo, la volontà di farla felice e il guaio è stato fatto. Ivan non si sottrae, ma Locke è un monito piano, geometrico sulle conseguenze delle nostre azioni: se volete, un potente contraccettivo, un 'Pericolo!' stampigliato in rosso sulle nostre velleità extraconiugali, perché - dice Katrina - 'la differenza tra mai e una sola volta è la differenza tra il bene e il male'. I pro-family
sottoscriverebbero, s'intende, ma il film è per tutti quelli che amano il cinema, ovvero lirica su strada, apologo al volante, soggettive, luci e asfalto on the road. Tom Hardy è un mostro di empatia (in Italia uno così non l'abbiamo), Steven Knight non sbaglia nulla, Locke mette
le quattro frecce alla nostra umanità: fate l'autostop e salite a bordo, ne vale la pena.
(Federico Pontiggia – Il Fatto Quotidiano)

Ivan Locke sta andando di corsa a Londra: esperto capocantiere, deve abbandonare il lavoro più importante che gli sia passato tra le mani, un’ingente colata di cemento (operazione record a livello europeo) per un palazzo in costruzione; operazione che, all’alba, richiederebbe la sua presenza e la sua responsabilità. E invece deve lasciare tutto nelle mani di un collaboratore (di cui nemmeno si fida troppo), perché è richiesta la sua presenza anche altrove. Da Bethan, una donna
praticamente sconosciuta che per sventatezza ha reso madre: e quel figlio che sta per nascere, non voluto, lo costringe a fare i conti con se stesso e con tutta la sua vita. La sua scelta, di esserci comunque pur non provando nulla per quella donna, fa crollare durante il
viaggio tutti i capisaldi della sua vita di uomo “normale”,onesto, affidabile: dal lavoro (viene licenziato dal suo capo per l’abbandono del cantiere; ma lui continua a dare istruzioni al suo sottoposto, perché ci tiene che il lavoro sia ben fatto) alla famiglia. Perché quando dovrà dire alla moglie Katrina dove sta andando e perché, non
sarà certo una cosa indolore… E cosa capiranno i figli? Un solo attore in scena per 85’, per una storia che prende lo spettatore man mano e con il passare dei minuti si fa sempre più tesa e avvincente. È a suo modo un thriller questo piccolo grande film inglese girato in pochi giorni, in cui vediamo il protagonista parlare in continuazione al
telefono: c’è da tranquillizzare la partoriente, il figlio maggiore che pian piano scopre che in serata il padre non verrà a vedere a casa la partita in tv e non capisce cosa succede, lo stesso collaboratore sempre più agitato per un lavoro per cui si sente inadeguato… Fino alla telefonata più difficile, quella che vorrebbe evitare. E intanto Ivan Locke riflette, sulla sua vita che rischia di finire a pezzi. Vicenda raccontata in tempo reale, capace di rendere l’angoscia della situazione che vive il protagonista e l’urgenza morale delle scelte da prendere, Locke lascia a bocca aperta per l’uso sapiente delle parole (lo script è dello stesso regista Steven Knight, già sceneggiatore per Stephen Frears e David Cronenberg), delle inquadrature, delle luci che rimbalzano sui finestrini, delle musiche di Dickon Hinchliffe; e una
prova maiuscola dell’unico attore, Tom Hardy (era Bane, il nemico di Batman nell’episodio conclusivo della trilogia di Christopher Nolan, ma coperto da una maschera che ne nascondeva il volto), che cattura per l’ampia gamma di espressioni (sarebbe l’ideale, ovviamente, vederlo in lingua originale). È tutto fuorché un virtuosistico pezzo di bravura, di attore e di regia, questo film che era, insieme a Still Life di Uberto Pasolini, il miglior film della Mostra di Venezia 2013 (ma entrambi fuori dal concorso principale, purtroppo); bensì un’opera sorprendente, in grado di restituire il dramma di un uomo segnato dal mancato rapporto con il padre – indimenticabile il “dialogo” con lui – e chiamato a prendere su di sé le conseguenze delle sue azioni. Con
un finale aperto che lascia aperta ogni possibilità, a Locke e alle persone attorno a lui.
(Antonio Autieri – Sentieri del Cinema)

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