Father and son (2013)

Un film di H. Koreeda – GIAPPONE - Drammatico: 120', 2013

Con Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yoko Maki, Lily Franky, Keita Ninomiya, Shogen Hwang, Jun Fubuki, Jun Kunimura, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Megumi Morisaki

Ryota Nonomiya è un uomo ossessionato dal successo professionale. All'improvviso scopre che suo figlio biologico è stato scambiato alla nascita con un altro per errore. Ryota dovrà prendere una decisione cruciale e scegliere tra il suo vero figlio e quello che ha cresciuto.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) La diversità dei due padri è apparentemente segnata dal loro status sociale - uno è professionista affermato l'altro un modesto negoziante - e dallo spazio in cui si muovono - quartiere altolocato contro periferia, appartamento ampio con ogni comfort contro casa piccola e angusta. Ma è soprattutto rimarcata dal diverso modo di vivere il ruolo paterno: Yudai è affettuoso e giocoso al contrario di Ryota, più autoritario ed esigente nei confronti del figlio. Il calore umano del primo rispetto alla freddezza del secondo è riscontrabile anche nella differente acccttazione dello scambio convenuto dei due bambini, naturale per Yudai meccanica per Ryota. Koreeda è abile nel far emergere le insicurezze psicologiche e le pulsioni del cuore del protagonista, espresse dal suo continuo oscillare verso la moglie, Keita
e Ryusei, senza trovare un approdo sentimentale stabile. Nel momento in cui si apre a loro, subito se ne allontana, mostrando un atteggiamento immaturo, derivatogli probabilmente anche dal pessimo rapporto avuto con il proprio genitore. L'inquadratura fissa, che coglie l'auto di
Ryota mentre corre verso l'abitazione dei Saiki per portargli Keita e poi la riprende quando torna indietro verso la propria casa, sintetizza il desiderio di trovare un autentico legame affettivo e la difficoltà di realizzarlo. Desiderio evidenziato anche dal soffermarsi della
macchina da presa sui fili dell'elettricità che attraversano tutto il campo. Koreeda, da documentarista quale è stato, si limita a guardare senza giudicare, sono i fatti a parlare lasciando aperto il finale (nelle risate dei bambini da sottofondo ai titoli di coda ci sono anche quelle di Ryota?). Proprio perché ciò che conta è la realtà, la sua
regìa è volutamente lenta, mai invasiva, caratterizzata da insistiti campi e controcampi che contrappuntano gli stati d'animo dei protagonisti. In Father and Son tutto è misurato, dalla recitazione degli attori all'uso di una fotografia vivida ma non eccessiva, all'utilizzo di brevi e malinconici inserti musicali, fra tutti quelli di Bach. L'unico neo è la motivazione dello scambio dei due neonati da
parte dell'infermiera, piuttosto inessenziale rispetto al plot del film.
(Orazio Paggi - Segnocinema)

Con un soggetto simile in America avrebbero fatto un film sullo scontro tra culture e sarebbero volate pallottole, in Italia una commedia con Fabio De Luigi e Luca Argentero, in Francia una storia cupa di sesso e
ricatti. Per fortuna invece Father and Son lo ha girato il giapponese Hirokazu Kore-eda, 51 anni («e padre da 5», tiene a precisare), aficionado dei grandi festival ma poco noto in Italia, che con questo film limpido solo in apparenza ha conquistato un premio a Cannes. E sedotto il presidente della giuria, Steven Spielberg, pronto a acquistarne i diritti per un remake. Fatica sprecata. Father and Son è perfetto così. Perché Kore-eda proietta l'eterna favola del figlio scambiato in un paese lontanissimo dal nostro per educazione, cultura, senso del decoro e delle regole sociali. Ma proprio per questo capace di svelare i sentimenti più segreti, scavando sotto le apparenze, con una tenacia e insieme una dolcezza che cercheremmo invano in un film statunitense o europeo. Un esempio di ciò che il cinema giapponese, e più in generale asiatico (pensiamo al coreano Poetry, o alla hongkonghese A Simple Life), ha sempre fatto meglio di quello occidentale. E non solo per la delicatezza del tocco, che riconduce i conflitti più laceranti nella cornice delle buone maniere, ma per la precisione chirurgica delle inquadrature. Da sempre attento ai bambini, che dirige meravigliosamente, e al loro punto di vista, stavolta infatti Kore-eda cambia ottica per raccontare tutto con gli occhi dei padri (del primo in particolare, che ha il percorso più accidentato). Salvo ribaltare di colpo la prospettiva con la scena, semplicissima e geniale, in cui il padre scopre le foto fattegli dal figlio mentre dormiva. Difficile essere più semplici e profondi insieme. Come tutto questo film, che non smette di porre la stessa domanda, piccola e immensa: quando è, di preciso, che si diventa padri?
(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)

Keita è un bimbo di 6 anni, figlio unico e gentile di un uomo in carriera e della sua sposa soave. «È remissivo» sostiene il padre. «Sin troppo». Lui, fuggito da giovane dalla propria famiglia, da una madre non sua, l’ha educato a eccellere, ma Keita affronta con il sorriso i
propri piccoli insuccessi, e con gioia garbata esclude la competizione dal proprio orizzonte. Come la madre. Poi i genitori ricevono una telefonata: Keita non è loro figlio biologico. È stato scambiato nella culla. «Si spiega tutto», dice il padre. Il loro vero erede è stato cresciuto in periferia, da una famiglia di ceto decisamente inferiore,
nel disordine felice di fratelli e sorelle. Ora, per le coppie, si tratta di scegliere: continuare a crescere il figlio sociale o richiedere uno scambio in nome del sangue? Koreeda, con lo sguardo cortese del cinema degli Ozu e degli Yamada, affronta un topos della
commedia degli equivoci, introduce stereotipi e schematismi (le famiglie sono opposte, caratteristica per caratteristica), ma lo sviluppo non cerca lo spettacolo: scioglie il melodramma e la commedia nel mare del vero. Perché se si piange, se si ride, lo si fa frequentando i personaggi, guardandoli con comprensione. La lenta
comprensione degli errori, dei sacrifici, delle impotenze. E dei loro contrari. Quello di Koreeda è cinema di realismo limpido, profondamente umanista. Alla superficie placida delle sue inquadrature non interessano gli eventi notevoli, ma le increspature della realtà, le
piccole onde che trasportano i tumulti interiori.
(Giulio Sangiorgio – Film Tv)

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