Ida (2013)

Un film di P. Pawlikowski – POLONIA-DANIMARCA - Drammatico. Durata: 80’, 2013

Con Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik, Adam Szyszkowski, Jerzy Trela, Halina Skoczynska

Polonia, 1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento dove sta per farsi suora: poco prima di prendere i voti apprende di avere una parente ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del loro passato. Anna scopre infatti di essere ebrea: il suo vero nome è Ida. La rivelazione la spinge a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia, insieme alla zia. Alla fine del viaggio, Ida si troverà a scegliere tra la religione che l’ha salvata durante l'occupazione nazista e la sua ritrovata identità nel mondo al di fuori del convento.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Prima o poi i conti col proprio passato si devono fare. Anche al cinema. E per il regista polacco Pawel Pawlikowski che dalla Polonia era partito con la famiglia a quattordici anni, nel 1971, per emigrare prima in Italia (brevemente) poi in Germania e infine in Gran Bretagna,
quel momento è arrivato col suo quinto film, Ida, dove in un ambiente pur totalmente diverso (e con uno stile di riprese agli antipodi) ritroviamo la grazia e la maestria del suo folgorante My Summer of Love. Per farli, quei «conti», Pawlikowski con la cosceneggiatrice Rebecca Lenkiewicz, sceglie di ambientare nella Polonia del 1962
un personaggio marginale, una novizia orfana di nome Anna (Agata Trzebuchowska) in procinto di prendere i voti, cresciuta in un monastero cattolico e il cui futuro sembra fatto solo di preghiere e di silenzi. Ma prima della definitiva consacrazione, la madre superiore le
rivela l’esistenza di una zia che non aveva mai voluto occuparsi della nipotina e che è giusto che conosca. Così la prima volta o quasi che Anna lascia il convento è per presentarsi un po’ a sorpresa da questa donna, Wanda (Agata Kulesza) che avrà una sorpresa ben più grande da farle:il suo vero nome non è Anna bensì Ida. E soprattutto non è cattolica ma ebrea! La rivelazione, che con altri registi avrebbe potuto dare il via a un qualche melodramma dalle assonanze ottocentesche, è raccontata da Pawlikowski con un’economia di mezzi e di effetti ammirevole ed emozionante: una ragazza che ci si immagina sprovveduta di qualsiasi tipo di esperienza, chiusa nel velo e nel cappotto come in una gabbia, deve affrontare una donna che non nasconde la sua insofferenza («Perché non sei venuta a prendermi in orfanotrofio?» «Non potevo… non volevo»), che non fa niente per nascondere l’uomo che se ne va dal suo letto e che sembra divertirsi a punzecchiarla sulla sua religione e la sua vocazione. Con un salto stilistico radicale rispetto alla macchina mobilissima e allo stile volutamente sporco dei suoi film precedenti, Pawlikowski (con l’operatore Lukasz Zal, sotto la supervisione del direttore della fotografia Ryszard Lenczewski) inquadra le sue due protagoniste dentro a
immagini di una bellezza classica, perfettamente equilibrate nell’insolito formato «quadrato» che si usava negli anni Quaranta (1:1.33), elegante ma anche freddo e glaciale nella compostezza di un bianco e nero che usa tutti i possibili toni del grigio. E soprattutto di un rigore formale che sembra solo di facciata e dà l’impressione di
essere sempre sul punto di sgretolarsi. (...) Pian piano, emerge così il quadro di un Paese dilaniato tra cattolicesimo e marxismo, dove l’antisemitismo aveva giocato un ruolo non secondario nei rapporti di forza e che svela davanti agli occhi inconsapevoli di Ida le «colpe» e le «ragioni» di ognuno. Nel 1962 del film non si era ancora verificata in Polonia quell’ondata di antisemitismo guidata dai vertici del partito comunista che avrebbe sconvolto il Paese e Pawlikowski non vuole
attribuire colpe a nessuno. Ma a volte i silenzi sono molto più eloquenti, come quelli che accompagnano la scena della dissepoltura nella foresta dei resti dei genitori di Ida e la successiva sepoltura in un cimitero ebraico chiuso e abbandonato. A incarnare un po’ di speranza in un mondo troppo «grigio» arriva l’incontro con un
musicista (Dawid Ogrodnik), che fa conoscere a Ida la bellezza del jazz (e la diffusione della musica pop italiana nella Polonia di allora, a cominciare da Celentano e «Ventiquattromila baci») ma quello che
potrebbe essere un lampo di vitalità finisce per trasformarsi in una ulteriore prova per la novizia, quella della tentazione della carne a cui dovrebbe rinunciare con i voti e che l’esperienza le mette davanti per la prima volta. Alla fine le strade delle due donne torneranno
drammaticamente a separarsi, sotto il peso delle proprie storie personali, e nell’ultima scena anche la macchina da presa abbandona la fissità mantenuta fino ad allora per «adeguarsi» al movimento più concitato del cambiamento (almeno per gli occhi di Ida) ma nello
spettatore resterà il ricordo di un viaggio dentro le ferite della Storia, in compagnia di due donne che non si dimenticheranno presto.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

La giovane Anna contrae i grandi occhi scuri sulla statua di Cristo, percorrendone la superficie con meticolose pennellate. A breve prenderà i voti, ma prima deve incontrare l’unica sua parente ancora in vita: una zia che le rivela la sua vera identità. Anna si chiama Ida, è
orfana di genitori ebrei, attraverserà la Polonia alla ricerca degli amabili resti della sua famiglia. Scontrandosi con i retaggi odiosi di una terra ferita e ancora impregnata di grigio: contraddittoria, vacillante tra l’istinto di piacere stordente e il fantasma
dell’antisemitismo. Romanzo di formazione in formato 1.37:1, dramma intimo poetico politico, Ida non cerca compromessi tra il rigore stilistico e il materiale umano. Scegliendo una forma, decisa e immobile, che sorpassa e fagocita la sostanza, magmatica e ineffabile, dello scavo psicologico: camera fissa e corpi ai margini di architetture e mascherini, immersi in una bicromia di luminosità abbacinante. Ida è film di contrasti esposti. Road movie fieramente austero, dove l’attenzione per la composizione dell’immagine diventa tramite, disarmante ma infine insufficiente, dell’anima (una tenda arrotolata come bozzolo di crisalide, una sala da ballo pavimentata
a scacchi). Affidando ai due personaggi femminili una opposizione recitata in sottrazione: impressa nello sguardo liquido della ragazza e in quello oramai arreso della donna, la cui figura licenziosa e disperata è anticipata dal primo alito di musica. L’ultimo sguardo
concede l’unico respiro di autodeterminazione, una marcia in senso contrario filmata in movimento.
(Chiara Bruno – Film Tv)

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