12 anni schiavo (2013)

Un film di S. McQueen – USA - Biografico, Drammatico. Durata: 134’, 2013

Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Brad Pitt, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Sarah Paulson,Paul Giamatti, Lupita Nyong'o, Garret Dillahunt, Taran Killam, Michael Kenneth Williams

Il film è tratto dalla memorabile autobiografia che a metà dell’Ottocento ha rivelato al pubblico americano i retroscena dello schiavismo. Quando nel 1853 fu pubblicato, il libro “12 Years A Slave”, in cui Solomon Northup raccontava (a David Wilson) i dodici anni trascorsi in schiavitù in diverse piantagioni della Louisiana, divenne subito un best seller.

Nel 1841, prima della guerra di secessione, Solomon Northup, talentuoso violinista di colore, vive libero nella cittadina di Saratoga Springs (nello Stato di New York) con la moglie Anne e i figli. Ingannato da due falsi agenti di spettacolo viene rapito, picchiato e frustato, privato dei documenti e portato in Louisiana, dove rimarrà in schiavitù fino al 1853, cambiando per tre volte padrone e lavorando principalmente nella piantagione di cotone del perfido schiavista Edwin Epps. Solomon lotta non solo per sopravvivere, ma anche per conservare la propria dignità. Nel dodicesimo anno della sua indimenticabile odissea, l'incontro casuale con l'abolizionista canadese Samuel Bass rappresenta per la sua vita una svolta insperata.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Stato di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è un musicista nero apprezzato nell’alta società, con una bella famiglia. Due lucignoli lo costringono a seguirli nella città dei balocchi, Washington DC, capitale della politica, dello sfarzo e del sotterfugio. Gli promettono ricchezze e onori, invece lo drogano e lo vendono come schiavo a un trafficante di uomini pacioso quanto spietato (Paul Giamatti). Comincia un calvario destinato a durare dodici anni: prima nella tenuta del “padrone” (o “massa” come dicono i “negri” abbreviando la parola master) Benedict Cumberbatch, poi in quella del sadico e un po’ folle Michael Fassbender. Ispirato al libro biografico del vero Northup, che alla fine di un lungo tentativo di rivalsa legale perse i
processi contro i suoi aguzzini, Steve McQueen affronta il tema che ha dominato ultimamente il cinema americano, da Lincoln a Django Unchained. Senza però mettere il dito nella piaga storica, perché più impegnato a riflettere, per la terza volta dopo Hunger e Shame, sulla
“privazione” cui può essere sottoposto un essere umano. Privazione di ogni cosa: identità (i documenti, il nuovo nome imposto allo schiavo), integrità fisica (o morale, nel caso di Shame) e ovviamente libertà, concetto che torna ad assumere in 12 anni schiavo la stessa valenza
politica di Hunger. Dove McQueen è sempre molto bravo è nel lavoro sui corpi (ottimo attore Ejiofor) e nel rapporto con gli spazi, dalla Louisiana inerte che la colonna sonora di Hans Zimmer rende ancora più
inquietante, alla claustrofobia degli interni, fossero anche le stanze comunicanti ma “schiaccianti” delle magioni sudiste. Dove invece delude un po’ è nel didascalismo di fondo (troppo schematici gli schiavisti Cumberbatch e Fassbender) che sfocia con la definizione del personaggio di Brad Pitt, il salvifico e un po’ improbabile carpentiere deus ex machina. Svetta su tutte la figura di Paul Dano, sorvegliante puerile, violento e pazzo, figlio ideale di un mondo degenere.
(Mauro Gervasini – Fim Tv)

I lungometraggi di Steve McQueen sono costruiti sempre giocando molto sulla fissità dello sguardo e l’enumerazione (la ripetizione) degli oggetti e delle situazioni. E anche questo 12 anni schiavo non sembra
modificare in maniera rilevante il personale approccio espositivo dell’artista-regista se non fosse per il tema, quello della schiavitù, che aggiunge al film un nuovo — e più invadente — livello di lettura, storico-politico. All’origine del film c’è il resoconto autobiografico di Solomon Northup (adesso tradotto in italiano da Newton Compton), un nero nato libero nel nord dello stato di New York che manteneva la sua famiglia suonando il violino fino a quando venne ingannato da due finti
impresari che lo ubriacarono e lo vendettero come schiavo a un mercante senza scrupoli: per dodici anni, dal 1841 al 1853, vivrà in catene in Louisiana (il XIII emendamento verrà fatto approvare da Lincoln solo nel
1865, dopo quattro anni di guerra crudelissima ) fino a quando vedrà riconosciuta la sua vera identità e il suo diritto alla libertà. Riassumendo brevissimamente i dati reali della sua storia non voglio certo negare allo spettatore un qualche tipo di sorpresa: fin dal titolo, è lo stesso McQueen che sottolinea come l’odissea di Solomon (Chiwetel Ejiofor) abbia un inizio e una fine, perché in fondo non è lo sviluppo romanzesco (anche se reale) delle sue disavventure che interessa al regista ma piuttosto l’illustrazione, la messa in mostra della condizione di schiavo. McQueen non vuole raccontare ma far vedere ed è per questo che il film ingarbuglia le coordinate temporali, evita di approfondire alcuni momenti «decisivi» della sua vita e preferisce puntare tutto sulla forza delle immagini: macchina fissa, oggetti e situazioni molto ben inquadrate (come appunto si addice a un artista abituato a fare i conti con le «cornici» delle sue opere), riprese a volte sull’asse frontale a volte perpendicolari ma dall’alto, spesso di una durata più lunga di quella strettamente necessaria a capire che cosa
sta succedendo. Come nella scena già celeberrima in cui Solomon sfugge alla vendetta mortale di un sorvegliante (Paul Dano) che ha umiliato intellettualmente anche se il suo «salvatore» (che l’ha fatto solo per paura della reazione del padrone) lo lascia semi-impiccato per tutta
la giornata, con il collo nel cappio in instabile equilibrio sulla punta dei piedi, mentre sullo sfondo gli altri schiavi dimostrano indifferenza alla sua situazione. Come in questa scena, tutto il film viene costruito in funzione delle sue ambizioni «illustrative». I padroni di Solomon mostrano ognuno un tratto specifico dello schiavista — l’indifferenza morale per il venditore interpretato da Paul
Giamatti, il paternalismo per il possidente terriero Benedict Cumberbatch, il sadismo per il coltivatore di cotone Michael Fassbender — mentre vengono lasciati nel vago molti altri elementi che potrebbero aiutare a definire il personaggio, dai rapporti familiari alle relazioni con le schiave (dati per scontati ma che pure sono all’origine di una serie di problemi non indifferenti, come dimostrano le ire della moglie di Fassbender per il fascino della bella Lupita Nyong’o), dal ruolo della religione (speranza o condanna?) a quello dei processi di produzione e di accumulazione nel Sud. Di contro, vengono mostrate situazioni finora mai viste al cinema, come la vita quotidiana degli schiavi (fino ai momenti in cui si lavano insieme) o le situazioni di privilegio che alcune schiave riuscivano a ottenere dai loro padroni. Senza dimenticare la crudeltà delle punizioni corporali, a
cominciare dalle frustrate che piagano la carne delle schiene. Tutto questo, da una parte sottolinea l’originalità dell’approccio di McQueen (che ha conquistato ben 9 nomination all’Oscar) ma dall’altra non mi pare sappia dare una vera anima al film, che resta distante come a volte sono le opere di certi artisti: magari intellettualmente provocatrici ma povere di autentica emozione. Il film sceglie di raccontare tutto dalla parte del protagonista, per inseguire una descrizione della schiavitù come angoscia e paura, come buio e
smarrimento (sono molte le scene dove l’ombra sembra impadronirsi dello schermo) ma rischia di non andare molto oltre. Il sangue e la carne piagata che occupano lo schermo possono alimentare lo sdegno e la rabbia (come era già successo a Kechiche con il suo Venere nera) ma
non aiutano molto il cinema. E il rischio già presente in Shame (il suo film precedente) qui ritorna con più invadenza: un film che scivola verso il sociologismo, verso il dimostrativo, magari anche «bello» e «vero» ma senza un’autentica vita, capace di vivere oltre quello che
si vede sullo schermo.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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