Il tocco del peccato (2013)

Un film di J. Zhang-ke – CINA-GIAPPONE - Crimine, drammatico. Durata: 138’, 2013

Con Wu Jiang, Vivien Li, Lanshan Luo, Baoqiang Wang, Jia-yi Zhang, Tao Zhao

Il regista si cimenta con quattro storie diverse, impercettibilmente legate tra loro, che raccontano della nuova Cina, all’indomani dell’incontrollato e rapido progresso che sta trasformando il paese. Il tema centrale del “peccato”, in tutte le sue forme, si declina attraverso l’esasperazione dei protagonisti e la violenza delle loro reazioni. Un minatore pieno di rabbia si ribella alla corruzione dei capi villaggio. Un emigrante di ritorno a casa per il Capodanno scopre le infinite possibilità offerte da un’arma da fuoco. La graziosa receptionist di una sauna è spinta oltre ogni limite quando viene molestata da un ricco cliente. Un giovane operaio cambia lavoro nella speranza di migliorare la sua vita. Quattro persone, quattro diverse regioni. Una riflessione sulla Cina contemporanea: come un gigante dell’economia viene lentamente corroso dalla violenza.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il titolo originale di Il tocco del peccato di Jia Zhang-ke, Tian Zhu Ding, significa “La scelta del cielo”. Forse allude all'esplosione improvvisa che deflagra all'orizzonte nella prima sequenza del film, dopo che un motociclista solitario ha reagito all'aggressione di tre
giovani delinquenti in una strada isolata, uccidendoli a freddo uno dopo l'altro, con la pistola. O forse allude al Destino del cielo, divenuto così oscuro da non lasciare alternativa all'uomo sulla terra se non rivolgere preghiere ai demoni, come fa appunto San'er, il protagonista della seconda storia di un quadrittico narrativo ambientato in quattro diverse località della provincia cinese di oggi. La prima storia nello Shanxi (regione natale di Jia Zhangke) dove Dahai, un minatore sdegnato dagli imbrogli e dalla corruzione dei suoi padroni, scatena una sanguinosa vendetta dopo essere stato picchiato e
umiliato. Segue la città di Chongqing, in cui l'immigrato e solitario San'er si appresta a rapinare una coppia agiata. Nella terza storia vediamo Hubel (Cina centrale), dove Xiao Yu, addetta alla reception di una sauna-bordello, viene picchiata dalla moglie e dal cognato del suo
amante, per poi ribellarsi a una brutale aggressione sessuale. Ecco poi Dongguan, nella regione di Guangdong, dove il giovane operaio Xiao Hui, dopo aver accidentalmente causato il ferimento di un collega, si impiega come cameriere in un night club-bordello di lusso, vivendo un breve amore infelice. Aggiungendo un nuovo capitolo alla storia della Cina contemporanea che compone film dopo film, Jia Zhang-ke, con il suo
straordinario direttore della fotografia Yu Likwai, conferisce una livida evidenza evocativa e cromatica agli spazi esterni e interni, desolati, periferici, gelidi o pietrosi, fra esalazioni di fumo tossico, rovine di antiche costruzioni e statue di Mao ormai pleonastiche. Sono gli scenari di una nuova preistoria dove divampa la violenza di individui che rivolgono la loro furia contro gli altri o
se stessi (come Xiao Hui). La violenza è infatti la dominante di un universo investito da una degradazione che corrisponde, in modo trasparente, alla globalizzazione che in ritardo sta avvelenando anche la Cina. L'autore di Still Life si è ispirato a quattro episodi di cronaca nera, accomunati dallo sradicamento e dall'alienazione,
sottolineando il mercato dei corpi femminili e della dignità individuale
e ricorrendo spesso alle apparizioni simboliche di animali - tigri
dipinte ma anche cavalli, serpenti e volatili reali - talvolta oggetto anch'essi di brutalità gratuite. È una Cina dominata anche dalla corruzione, dove agisce surrettiziamente lo sfruttamento delle potenze straniere (l'azienda dell'ultima storia è chiaramente la Foxxcom che fabbrica gli iPad per Apple, dove si sono verificati numerosi suicidi). Il titolo internazionale del film – A Touch of Sin - ricorda volutamente A Touch of Zen (1971) di King Hu (citato anche nel terzo episodio) mentre la pantomima finale è ispirata a un'opera di Pechino, La foresta dei cinghiali (già ripresa dallo stesso Hu).
(Roberto Chiesi – Cineforum)

Anche se da noi il cinema di quel Paese si è sempre visto poco, è probabile che Le Monde non abbia avuto torto nel definire Il tocco del peccato «uno dei più bei film cinesi di tutti i tempi». Però la Cina non potrebbe vantarsene, perché vi è descritta come un inferno di
violenza e disperazione, da cui ogni traccia di umanità pare ormai cancellata. E tantomeno potrebbe menarne vanto sapendo che i quattro episodi di cui è composto il film sono tratti da reali - e sanguinosi - episodi della cronaca recente. (...) Vincitore del Leone d’oro a Venezia
nel 2006 con il suo Still life (unica opera del regista arrivata nelle sale italiane), Jia Zhang-ke racconta la Cina odierna in questo film prodotto dall’Office Kitano e premiato per la sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes: un Paese portato alla rovina dall’unione incestuosa tra comunismo e capitalismo selvaggio dove prevaricazione, corruzione e sfruttamento non sono eccezioni ma regola quotidiana che devasta la vita della gente. Soprusi ai quali tutti e quattro i personaggi
principali della tetralogia si oppongono; ciascuno a suo modo però sempre con esiti distruttivi. Il cineasta compone un’opera di grande respiro, ambientata in quattro diverse città (Shanxi, Chongqing, Guandong e Hubei) ma le cui parti sono collegate tra loro, specie nel prologo e nell’epilogo, da fili sottili. Il primo episodio è abbastanza sorprendente per chi avesse visto il delicato Still life: truculento e tinto di humour nero, sembra girato dalla cinepresa di un Quentin Tarantino orientale. Nei successivi, pur nella violenza di rispettivi avvenimenti, affiora la poetica dolente del cineasta; cui questa volta,
però, si affianca una dose di autentica indignazione. In ogni caso lo stile della rappresentazione resta perfettamente controllato ed elegante, le inquadrature sono composte con cura, i movimenti di macchina misurati e precisi nella preziosa fotografia del
cinematographer di fiducia del regista, Yu Lik-wai. La descrizione del devastato panorama morale della Cina di oggi lascia sbalorditi e amareggiati, mentre alcune scene emblematiche si installano nella mente dello spettatore. Come quella del night in cui una squadra di belle
fanciulle in (succinte) uniformi da Guardie Rosse sfila davanti ad anziani clienti tra il divertito e l’eccitato. Un modo duro di dirci come è finita quella rivoluzione maoista che un tempo ebbe sostenitori entusiasti anche in Occidente.
(Roberto Nepoti – La Repubblica)

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