Giovane e bella (2013)

Un film di Francois Ozon – FRANCIA - Drammatico. Durata: 94’, 2013

Con Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling, Nathalie Richard

Isabelle, studentessa diciassettenne, durante le vacanze estive perde la verginità con il suo primo rapporto del tutto insoddisfacente da parte sua. Tornata in città, dove vive con il fratello minore, la madre e il patrigno, decide di vendere il suo corpo, diventando una prostituta d'alto bordo sotto lo pseudonimo di Léa, il nome della nonna materna. Durante un incontro con uno dei suoi clienti, accadrà un fatto che cambierà inesorabilmente la sua vita. Suddiviso in quattro capitoli, come le stagioni di un anno, e accompagnati da quattro brani di Françoise Hardy (L'amour d'un garçon, À quoi ça sert, Première rencontre e Je suis moi), da giugno a luglio viene raccontata la maturazione sessuale e il passaggio dall'adolescenza all'età adulta di un giovane donna.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
A17 anni, Isabelle (Marine Vacth) si prostituisce. Lo fa senza motivo. Non ne ha bisogno. E poi non lo spende il denaro dei clienti: lo infila in una borsa, banconota su banconota. I genitori sono separati, ma non si può dire che ne soffra. La sua vita è la vita normale di una adolescente, compresa la delusione della prima esperienza erotica con un coetaneo. Eppure, dopo la scuola, si mette minigonna e tacchi alti, entra in una camera d’albergo e si prostituisce. Non ci sono chiavi di
lettura sociologiche né banalmente psicologiche in Giovane e bella. François Ozon non racconta la storia di Isabelle con l’intenzione di spiegarla, di semplificarla. Lo interessa invece la sua complessità, la sua irriducibilità a un’idea che non stia tutta nell’universo del film. Dentro questo universo, dunque, Isabelle non ha motivo di fare quello che fa. È da prendere sul serio, questa assenza di motivo, molto più della prostituzione. Avrei potuto immaginare Isabelle tossicodipendente o anoressica - ha dichiarato il regista francese -, e ben poco sarebbe cambiato. Al centro sarebbe rimasta la decisione dell’adolescente di negare radicalmente la vita che l’attende. È forse in rivolta, Isabelle? Per esserlo, avrebbe bisogno di una rabbia che non ha. Avrebbe
bisogno di un progetto, di una prospettiva, non importa quanto sensata e realistica. Forse, più semplicemente, Isabelle fa quello che fa perché, appunto, non vede motivi per non farlo. Tutto è uguale, ai suoi occhi, e insignificante. Allora, tanto vale lasciarsi andare al caso:
qualcuno le offre del denaro, lei lo accetta, e via via questa diventa, o potrebbe diventare, la sua vita. Si può anche dire che la prospettiva di Isabelle sia nichilistica. O ci si può limitare a immaginare che veda il mondo (e la sua famiglia) come dall’esterno, un po’ delusa e un po’ annoiata. Per tutto il film il suo sguardo è freddo, assente. Si può immaginare, ancora, che così veda se stessa, e che perciò non riesca mai a vedersi davvero. Qualunque ne sia il motivo - ce ne sia uno, o non ce ne sia -, la sola via d'uscita dal niente in cui si
trova passa attraverso qualcosa o qualcuno che la induca a vedere, e in
primo luogo a vedersi. Così finisce Giovane e bella: con Isabelle seduta
su un letto d’albergo, che si la propria immagine in uno specchio. Questo conta, più della curiosità di chi pretenda che Ozon gli
spieghi se continuerà a prostituirsi o se non continuerà.
(Roberto Escobar – L'Espresso)

C’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Isabelle né l’uno né l’altro: lei lo usa per ridisegnare, fuori dallo specchio, l’immagine di sé che ha intravisto nella cornice, in vacanza al mare. La notte del suo diciassettesimo compleanno baratta la verginità con la disillusione della vita adulta e decide, con cocciuta e
vorace arbitrarietà, di vendere il suo corpo a uomini ricchi e maturi, assecondando le loro voglie in stanze d’albergo di lusso per 300 euro all’ora. Quei soldi non li spende, li appallottola nei cassetti da adolescente riservata e immusonita che madre e patrigno non si preoccupano di aprire; a scuola galleggia negli abiti sformati e nella beata ingenuità dei compagni, poi s’infila una camicetta di seta e si trasforma in Léa, prodotto di classe per clienti esigenti. Scandita dal passare di quattro rohmeriane stagioni, suggellate da altrettante soavi canzoni di Françoise Hardy, l’opera di François Ozon ha il passo lieve ma diritto della sua protagonista, corpo di sovrannaturale bellezza che, anche con tutti i vestiti addosso, pare far l’amore con lo schermo. Imperscrutabile, Isabelle/Léa non dà spiegazioni, non esibisce traumi né trame, non cerca il denaro né il piacere, tiene per sé il suo mistero. Ozon scardina col sorriso il punto di vista del recente cinema
francese, perennemente in bilico fra voyeurismo e moralismo, sul fenomeno della prostituzione giovanile (vedi Student Services e Elles): il suo scandalo non è nella pelle esposta e brancata della meravigliosa Marine Vacth, ma nello sguardo ironico e limpido sul suo vendersi. Non c’è redenzione né punizione per gli “atti osceni” che lacerano la quieta ipocrisia della casa borghese di Isabelle: Ozon si prende gioco, con classe, della madre che non trova il bandolo della matassa, della
prurigine negli occhi del patrigno (un grande Frédéric Pierrot), dello sconcerto del fidanzato inutile (che se ne fa Isabelle/Léa dell’amour d’un garçon?), dello spettatore che cerchi un prezzo da pagare per il
comportamento “anormale” (e dunque una giustificazione per se stesso, per aver assistito a uno spettacolo indecente senza il dazio del giudizio morale). E scrive, in complicità con lo sguardo curioso del
fratellino che vede la sorella mutare sotto i suoi occhi, i quattro atti di un romanzo di formazione ardito e coerente, senza malizia né furbizia.
(Ilaria Feole – Fim Tv)

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