RASSEGNA 14/15 - Mancia Competente (1932)

Un film di E. Lubitsch – USA - Commedia. Durata: 80’, 1932

Con George Humbert, Kay Francis, Miriam Hopkins, Herbert Marshall

Lily e Gaston, una coppia di simpatici e abili ladri di gioielli, si intrufola nella casa di Marianne, una ricca signora della buona società parigina. L'uomo si spaccia per segretario mentre la donna si fa passare per la sua dattilografa. Innamorati l'uno dell'altra i due hanno deciso di fare coppia fissa anche sul lavoro. Quando Marianne mette gli occhi su Gaston suscita la gelosia di Lily che è costretta a mordere il freno.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
In Lubitsch l'alta società è tutta uno sfoggio: dai vestiti che avvolgono i corpi femminili con ricche e abbondanti volute, spessi arricciamenti, stole e bordi di pelliccia, ai drappeggi e cuscini, rasi e ovatte. Sembra di assistere a una variopinta sfilata di moda. Questo milieu deve conservare il suo sfarzo, come a dire che la ricchezza
messa in mostra è un puntello senza il quale tutto crollerebbe: il belletto è trasmigrato dall'aristocrazia alla borghesia. Portando con sé, dietro al visibile, un vuoto abissale. Ciò che conta è come farsi vedere dagli altri. È un problema di recitazione, di fare bene la propria parte: bisogna imparare a fingere, perché solo in questo modo
si può partecipare al gioco, si può rispondere alle mosse degli altri giocatori. Fino a barare, perché anche questo fa parte delle regole. Trouble in Paradise (Mancia competente, 1932) è un film dove il girotondo della galanteria non si arresta mai, nonostante le mutazioni
della storia e i presupposti poco edificanti della vicenda. Ma è proprio qui che sta il punto: Gaston ha molte carte da giocare e un unico ruolo da interpretare. Per lui è sufficiente adeguarsi esteriormente al mondo della ricchezza e lo fa in maniera perfetta, recitando la parte del nobile cortese che si inserisce con disinvoltura e soprattutto con cinica padronanza nella sfilata delle ostentazioni. Vi giunge come uno sconosciuto e con i suoi modi discreti ma ammalianti si impadronisce della scena, pur restando in disparte e non lasciandosi
coinvolgere dalla "filosofia" dell'ambiente. La sua figura meccanismi scenici che lo reggono: fingere al punto di sembrare più vero degli altri e padroneggiare al meglio l'intrigo, questi sono gli attrezzi della sua comparsa sul palcoscenico del gran mondo. Creare disordine
rispettando le formalità, manifestando controllo ed eleganza nei gesti. Gaston conduce la danza come un abile burattinaio, forte del suo ruolo di consapevole escluso: la con-dizione di crimi-nale che parte-cipa al
lusso delle sue vittime gli dà un'audacia provocatoria che precipita gli altri in uno stato confusionale. Chi oserebbe, infatti, affrontare una tale rispettabilità? Chi metterebbe in dubbio uno che si muove con una impeccabilità invidiabile? Una classe può accettare l'illegalità
dai suoi componenti quando i fini, come la difesa della ricchezza e l'uso "estetico" del denaro, la tenuta o ancor meglio l'incremento
dell'esibizione, siano rispettati. Ma non può permettere che il prodotto interno sia sottratto, esca dal sistema: il furto è un dramma perché impoverisce l'ornamento e mostra la privazione. Il gioiello è la chiave semantica di questo delitto: esso è costruito per essere mostrato e quindi la sua sottrazione prima o poi è notata, c'è sempre uno sguardo che se ne accorge. Il nostro ladro ha tecniche sopraffine: utilizza il sospetto per deviare l'attenzione dall'oggetto vero della sua azione, utilizza la sua capacità di interpretare il personaggio meglio di chi ad esso è stato educato, ma ciò nonostante rimane uno straniero, un generatore di ambiguità. Isolato e padrone, tanto più
forte e scomodo per il fatto che Mariette, la donna fatale ed esageratamente ricca, si è innamorata di lui ed è disposta a "tradire" i principi di classe: ella trasforma l'oggetto rubato in dono e così infrange le leggi del suo mondo. Se Gaston cede alla seduzione, è definitivamente perduto: il suo modo d'essere è nell'inganno, nel saper
fingere a oltranza, ma soprattutto nel capire quando se ne deve andare e cosa portare via. All'attrazione per Mariette, che lo mette in uno stato di debolezza assolutamente "riprovevole" per uno con la sua carriera, non può arrendersi; ci penserà Lily a riportarlo sulla retta
via. Il mondo della ricchezza è il regno dell'illustrazione, dell'arredo, dell'addobbo, del "tutto al posto giusto", assemblato da un capace scenografo, da un vivace arredatore e da una raffinata modista. È un luogo dove a pochi è consentito di accedere per partecipare alla festa, al ballo, al ricevimento: sono questi i momenti della celebrazione e della consacrazione, durante i quali uomini e donne si sfidano, si oppongono, si attraggono, complottano a suon di costumi, acconciature, lustrini, trucchi, sfarzi, tenute da sera. Si ha un po' la sensazione di assistere, nei film di Lubitsch, a un carnevale che si ripete e che non avrà mai fine, con i suoi balli in maschera e il teatrino delle sregolatezze. (…)
(Angelo Signorelli in Ernst Lubitsch, Ed. Cineforum, 2005)

(…) il suo diciottesimo film americano, una delle sue commedie migliori. In quell’anno, nel ’32, Lubitsch è ormai l’indiscusso re dell’allusione, della frivolezza, dell’invenzione, maestro del mostrare e non mostrare, autore malizioso, esilarante, malinconico e profondo.
Lubitsch non è mai declamatorio. Il suo stile è allusivo, indiretto, ironico, poggia sulla costruzione di un ritmo e di un’atmosfera. Porte che si aprono e che si chiudono: la vita sembra essere tutto un passaggio da una stanza all’altra (Mary Pickford, una delle più famose dive del muto, lo chiama “il regista delle porte”); i protagonisti si
muovono con apparente disinvoltura, ma questo continuo via vai non riesce a nascondere la sottile sensazione di spaesamento che permea il loro incessante avventurarsi in un mondo nuovo (...). È lo stesso
sbandamento cui nella screwball comedy viene sottoposto lo spettatore, grazie al serrato fuoco di fila di battute: è il suo equivalente visivo e dunque lo stile che detta il senso nascosto dell’opera; da un lato ci divertiamo, soggiogati da quella leggerezza e ironia, ma non possiamo fare a meno di riconoscere in quel tocco un fondo di malinconia; dell’altro accettiamo il principio per cui nella vita non esistono luoghi, concreti o del pensiero, in cui fermarsi. (Giorgio Cremonini, Screwball
& Romantic, ed. Cineforum)

Mancia competente, poco indovinato titolo italiano rispetto all’originale Trouble In Paradise (“problema in paradiso”), può considerarsi il vero e proprio archetipo della sophisticated comedy e certamente in tal genere tra le opere più riuscite del regista berlinese Ernst Lubitsch, con una sceneggiatura esemplare (Samson Raphaelson, dalla commedia The Honest Finder di Laszlo Aladar), che ancora oggi sfida il tempo: dialoghi serrati, estremamente brillanti, allusioni sessuali non poi tanto sottointese, ma con i “sani limiti” del buon gusto a dargli sapida sostanza, senza alcuna imposizione esterna, considerando che il “Codice Hays” , per quanto già approvato, avrà definitiva applicazione due anni più tardi; il celebre “tocco”, marchio di fabbrica dell’autore rende poi estremamente gradevole la visualizzazione, grazie ad un’ottima direzione degli attori, tutti
perfettamente in parte nelle loro caratterizzazioni, Marshall in testa, con una velocità della macchina da presa nel riprenderne le varie entrate ed uscite, tra il vaudeville e l’ operetta viennese, che sembra anticipare il loro movimento, connotando il tutto come una sostenuta
partitura musicale, visto che, al riguardo, la colonna sonora (Frank Harling) scandisce più o meno ogni scena, dai titoli di testa a quelli di coda. Se a risaltare è l’estrema cura dell’ambientazione, quasi tutta in interni, con grande rilievo dato all’elegante arredamento e ai
singoli oggetti, che si rivelano funzionali alla narrazione (lo scorrere del tempo sottolineato dalle inquadrature degli orologi, gli specchi, il letto e le ombre che si stagliano su di esso a metaforizzare il desiderio represso), non da meno è la sagacia di Lubitsch, mista a malizia, mitigata da una sottile, beffarda, ironia, nel rappresentare l’agiato “paradiso” della nobiltà europea, esattamente come gli spettatori del tempo immaginavano che fosse, lusso e frivolezze, sesso e denaro, ma anche nella sua illusorietà, giocando sulla specularità del contrasto vero/falso: Gaston e Lily, gli intrusi, il “problema”, mantengono sempre la loro identità pur fingendo di essere ciò che non sono, mentre i componenti originari fingono di essere se stessi, ciò che il loro mondo richiede, ma si rivelano essere altro, proprio in virtù di tale intromissione. Unica soluzione possibile, resistendo dall’ addentare la mela, tornare ognuno nel proprio Eden, dove dar libero sfogo alla naturalità della propria essenza, ponendo fine al gioco del rimpiattino tra la realtà dell’ immaginazione e l’immaginazione della realtà.
(Antonio Falcone – Storia dei film)

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