Hanna Arendt (2012)

Un film di M. Von Trotta – GERMANIA-LUSSEMBURGO-FRANCIA - Drammatico, Biografico. Durata: 113’, 2012

Con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer,Julia Jentsch, Ulrich Noethen, Michael Degen

Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere La banalità del male, un libro che andrà incontro a molte controversie.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il titolo del film può trarre in inganno: non siamo infatti di fronte a una vera e propria biografia della filosofa tedesca Hannah Arendt, ma al racconto di un preciso momento della sua vita, quello che va dal 1961 al 1964. Gli anni in cui la donna elaborò e pubblicò “La banalità
del male”, celebre opera che contiene alcune delle sue più originali e controverse considerazioni sull’Olocausto. Il film prende le mosse dalla cattura a Buenos Aires del criminale nazista Adolf Eichmann ad opera del Mossad e dall’avvio del suo processo a Gerusalemme per crimini
contro l’umanità. Nel 1961 Hannah Arendt, ebrea tedesca scampata durante la guerra a un campo di concentramento francese e poi trasferitasi a New York dove vive e insegna come docente universitaria, è una stimata intellettuale, punto di riferimento per la comunità
ebraica e non solo. Per questo motivo il noto periodico New Yorker accetta la sua richiesta di assistere come inviata al processo che lei considerava un’occasione unica per conoscere da vicino l’origine di quel male mostruoso che tanto dolore aveva inflitto a lei e al suo
popolo. L’immagine dell’ex gerarca nazista, accusato di essere uno dei principali responsabili dello sterminio, è affidato a immagini di repertorio (già proposte una quindicina di anni fa da un notevole documentario, Uno specialista - Ritratto di un criminale moderno di Eyal
Sivan) che ne immortalano l’atteggiamento impassibile dinnanzi alle accuse della corte, dalle quali si difende sostenendo di avere solamente eseguito degli ordini dai quali era impossibile sottrarsi: nessuna richiesta di perdono, nessun apparente pentimento, solo una serie di numeri e rimandi a sigle e carteggi, come se si stesse
trattando di merce e non di uomini condotti a una fine tragica. Un atteggiamento da impiegato, quello di Eichmann, che stupisce la filosofa, che si era preparata a incontrare l’incarnazione del male
ideologico, feroce e bestiale, mentre scopre un uomo mediocre che “se ne
sta seduto nella sua gabbia di vetro, ha pure il raffreddore e È il nulla”. Questa considerazione diventa il cardine del suo pensiero e del lungo articolo che scriverà per il New Yorker: il male introdotto in Occidente dal totalitarismo non è più radicale e profondo ma frutto dell’opera di gente priva di pensiero che ha rifiutato di essere umana,
non si spiega quindi con l’egoismo di chi lo compie ma con la volontà di privare l’uomo di senso e di renderlo superfluo: la mediocrità dei carnefici non coincide con la profonda malvagità delle loro azioni. Parte del suo resoconto, inoltre, contiene un’aspra critica ai “capi”
della comunità ebraica e alla loro commistione con i nazisti: se gli ebrei non avessero avuto gerarchie, sostiene espressamente la Arendt, il numero di morti accatastati nei campi di concentramento non sarebbe
stato così alto. Si tratta di concetti duri da digerire per un popolo che ancora sentiva bruciare le ferite della Shoah e che vedeva nella posizione della donna (già in passato criticata per la sua relazione con il pensatore Martin Heidegger) un’assoluzione del criminale, quando invece la Arendt condannò sempre fortemente Eichmann, ma fu solo colpevole di guardarlo da un punto di vista filosofico, senza pregiudizi e sete di vendetta ma ponendosi delle domande per capire di più l’uomo e il senso del male. Quando la rivista newyorkese, dopo
diversi dubbi, pubblicò due anni dopo gli articoli (che costituirono poi la base per il libro della Arendt), si levarono da più parti dure critiche e attacchi che portarono la reporter, accusata di essere arrogante, priva di sentimento e nemica del popolo ebraico, a dover
lottare contro amici e nemici per affermare le sue idee coraggiose e originali. Lo stile didascalico, che pure a tratti risulta quasi eccessivo per il suo rigore, ha il pregio di affrontare con chiarezza un tema delicato e di delineare nitidamente i tratti di una donna acuta e risoluta (impersonata da un’ottima Barbara Sukova). E se mentre poco incisive appaiono le finestre che si aprono sul passato della Arendt e del suo rapporto con Heidegger, la sottile ironia che più volte affiora, specchio di un altro aspetto saliente della donna, riesce a rendere lieve il tratteggiare un’importante pagina di uno dei più
grandi drammi della storia.
(Pietro Sincich – Sentieri del Cinema)

Cinema didattico, didascalico e a tratti prolisso, questo di Von Trotta , che si appoggia alla complessità del volto della leggendaria Sukowa per raccontare il dramma di Hannah Arendt, incompresa tra due sistemi di pensiero (nazismo, sionismo) opposti soltanto all’apparenza.
Intorno a lei si distruggono i libri e si discrimina, si impedisce la libertà di opinione sulla base di una verità mai verificata se non proprio dalla Arendt, recatasi dagli Stati Uniti a Gerusalemme per assistere al processo Eichmann. Tra flashback del passato con Heidegger e feritoie sulla storia - colta nei filmati d’archivio del processo -, Von Trotta recupera una narrazione frontale della quale si è ormai persa traccia, dilatando i tempi fino a farli coincidere con quelli del pensiero e costruendo le inquadrature secondo geometrie rigide,
impaginando la narrazione sfruttando al meglio le potenzialità dei carrelli e della camera fissa. Niente fronzoli: l’elaborazione arendtiana di La banalità del male necessita di altrettanta, efficace banalità in regia, per poter affidare le chiavi dell’opera a una
sceneggiatura che adotta il punto di vista privilegiato e convinto della filosofa per ribadire quanto il male superi l’individuo e lo schiacci sotto il peso di un sistema malato. Dallo smascheramento del collaborazionismo ebraico alla riduzione di Eichmann al rango di «uomo
superfluo in quanto tale», Hannah Arendt si avvicina molto alle lezioni televisive di Rossellini giocate in sottrazione, ma solo di orpelli.
(Claudio Bartolini – Film Tv)

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