Tutto sua madre (2013)

Un film di G. Gallienne – FRANCIA - Commedia. Durata: 85’, 2013

Con Guillaume Gallienne, Diane Kruger, Carole Brenner, Yvon Back, Yves Jacques, Oscar Copp, Pierre Derenne, Françoise Fabian

Guillaume, fin da bambino, viene considerato da tutti diverso da com’è: "Il primo ricordo che ho di mia madre risale a quando avevo circa cinque anni. Chiamò me e i miei fratelli per cena e disse “Ragazzi e Guillaume, a tavola!”. L’ultima volta che le ho parlato al telefono, mi ha detto “Ti abbraccio, mia cara”. È chiaro da queste due frasi che ci sia un malinteso con tutti e soprattutto con sua madre che dura circa trent’anni, finché incontra quella che diventerà la seconda donna più importante della sua vita.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Dotato di un talento da autentico clown e di una maschera da eterno ragazzo, Guillaume Gallienne (classe 1972)non poteva rimanere confinato nei ruoli di caratterista che il cinema gli ha riservato a lungo. La sua
formazione è squisitamente teatrale, prima come pensionnaire (allor giovane), poi come membro della Comédie-Francaise, con un repertorio che spazia dal balletto (ha curato la drammaturgia del Caligula di
Camus, diretto da Nicolas Le Riche nel 2005) a Sartre (Huis clos, messo in scena al teatro Tessenkai di Tokyo con successo), da Dario Fo (Lu santo jullare Francesco, L'attore ha evidenziato, così, una precisa volontà di misurarsi con registri diversi, delineando una fisionomia
nutrita di gloriosi ed eclettici antesignani: la follia lunare e imprevedibile di Michel Serrault, l'egocentrismo autoironico di Pierre Brasseur, l'arte di giocoliere affabulante di Fabrice Luchini e perfino la bonarietà surreale di Bourvil. Ma forse è semplicemente il brillante
erede di una tradizione di mattatori francesi, amati dal pubblico colto come da quello popolare. Al cinema, dove debutta nel 1992 (un anno dopo le prime prove sulle scene), interpreta oltre una ventina di piccoli ruoli di carattere sotto la regìa di Lelouch, Dupeyron, Sofia Coppola, Mihaleanu, in commediole di successo commerciale come Jet set (2000) di Fabien Onteniente o Un po' per caso un po' per desiderio (2006) della
Thompson e solo di recente conquista ruoli da protagonista (come in Yves Saint Laurent, 2014, di Jalil Lespert, dove è Pierre Bergé). Nel 2008 scrive e interpreta una pièce originale, Les garcons et Guillaume,
a table!, che va in scena fino al 2010 con notevole successo. Gallienne interpreta tutti i ruoli e soprattutto la parte della propria madre, idolo adorato per un'intera esistenza al punto da imitarne la voce, le movenze e da sottomettersi ai suoi pregiudizi sulla propria identità
sessuale: la donna, infatti, è sempre stata convinta che Guillaume fosse una ragazza intrappolata in un corpo maschile e aveva sempre scambiato l'indole effeminata del figlio per omosessualità (e come lei l'intera famiglia). L'onnipresenza della figura materna autoreferenziale ha un precedente in un altro spettacolo umoristico di un certo livello, Claudine et l'éducation (1999), scritto e interpretato dal grande Philippe Caubère (il Molière di Ariane Mnouchkine) ma Gallienne affronta il tema con implicazioni autobiografiche nuove (l'identità sessuale, appunto). Il camaleontismo femminile gli è così congeniale che sulle scene ha recentemente interpretato un doppio ruolo uomo-donna (la nurse inglese miss
Betting e lo scroccone Chenneviette) nella commedia di Feydeau "Un fil a la patte" e dal maggio 2014 è, sempre a teatro, la Lucrezia Borgia di Hugo in un adattamento di Denis Podalydès. Il titolo originale (diventato nell'edizione italiana Tutto sua madre, che comunque, una volta tanto, non è infelice) corrisponde alla frase con cui la madre lo chiamava a tavola: sottolineando la sua diversità rispetto ai fratelli. È la spia di quanto fosse radicato il pregiudizio dei genitori e dei congiunti nei suoi confronti e costituisce l'ennesima conferma del
conformismo della buona borghesia. Il monologo racconta in tono autoderisorio e comico il processo di liberazione e affrancamento da quella ipoteca riduttiva grazie alla scoperta della propria attitudine a recitare qualsiasi ruolo (e non solo quello materno). Quindi la
commedia stessa - immaginata fin dall'inizio come sceneggiatura per un film - sancisce la condensazione finale di un processo di scoperta di sé e di liberazione da spettacolo era dominato dalla sua mimica corporale e dal camaleontismo della sua voce, nel film Gallienne ha
saputo valorizzare con intelligenza un altro elemento essenziale: la propria maschera molle e paffuta, in particolare il respiro dello sguardo, dove passano trasalimenti, trepidazioni, mortificazioni, gioia raggiante, sgomento, terrore. Sono i suoi occhi, nei frequenti primi piani, a contrappuntare le azioni del film e il ritmo stesso del montaggio si direbbe costruito intorno ai mutamenti della sua maschera espressiva, che imprime quindi la temperatura emotiva a ogni scena perché ci si attende sempre di vedere quali saranno le conseguenze sulla
vulnerabilità del povero Guillaume. Tanto più il protagonista viaggia, cambia ambiente o Paese, tanto più, anche quando le condizioni di vita per lui sono migliori (come in Inghilterra), egli rimane prigioniero
dell'identità omosessuale in cui genitori e fratelli lo hanno incasellato, sconcertati dal suo gusto per il travestimento (esilaranti le sequenze in cui, al chiuso della sua camera, con una coperta legata alla vita, immagina di essere contemporaneamente Sissi e l'arciduchessa d'Austria). È un'identità a cui egli stesso tenta di conformarsi con frustrante disagio, una prigione psicologica ideale per essere sfruttata in chiave umoristica, con echi di altri film e opere abilmente
dissimulati (...) La gag più riuscita è probabilmente tendenze sessuali di fronte a un medico dell'esercito: le parole non vogliono uscire dalla bocca, si deformano in balbettamenti che diventano addirittura contagiosi e 'contaminano' anche l'interlocutore. All'identità insicura e complessata di Guillaume, si contrappone la disinvoltura, l'autorità onnipresente di sua madre che è appunto magnificamente impersonata dallo stesso Gallienne, sempre credibile nella sua metamorfosi fisica
e comportamentale in un'elegante signora di mezza età, sicura di sé, tranchant, sboccata e poco incline alle tenerezze verso il figlio. È un modello da emulare che interferisce in ogni situazione della vita del protagonista, come uno spirito-guida che fa parte di lui e al tempo
stesso lo soffoca e inibisce, un teatro psicologico che Guillaume ha sempre dentro di sé. Alla fine, però, rimane il dubbio che questa idea non sia stata sfruttata fino in fondo (in modo più perturbante, per esempio), mentre la paradossale scoperta e affermazione finale della propria eterosessualità, è risolta in modo un po' semplicistico, pecca di retorica nel discorso pronunciato alla madre reale e rischia di essere intesa come un appello in favore della normalizzazione.
(Roberto Chiesi - Segnocinema)

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