Gloria (2012)

Un film di S. Lelio – SPAGNA - Drammatico. Durata: 110', 2012

Con Paulina García, Sergio Hernández, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora, Coca Guazzini, Hugo Moraga

Gloria è una cinquantottenne che si sente ancora giovane. Cercando di fare della sua solitudine una festa, trascorre le notti in cerca d'amore in sale da ballo per adulti single. La sua fragile felicità viene però a galla il giorno in cui incontra Rodolfo. L'intensa passione che nasce tra loro spinge Gloria a donare tutta se stessa, come se sentisse che questa è la sua ultima occasione, facendola volteggiare tra speranza e disperazione. Gloria dovrà ritrovare il controllo di sé e attingere ad una nuova forza per scoprire che ancora una volta riuscirà a brillare più che mai.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il finale sulla canzone di Umberto Tozzi (in spagnolo), che porta lo stesso nome della protagonista e dà il titolo al film del cileno Sebastián Lelio, è l’emozionante coronamento di un film emozionante. A maggior ragione in quanto la scommessa è quella di rendere perfino
accattivante, e travolgente come un’eroina, una figura che a prima vista risulterebbe del tutto grigia e anonima, deprimente. Gloria viaggia verso i sessanta, è una donna piuttosto sola ma dotata di un serbatoio debordante di positività, ottimismo, affettività, amore e desiderio. Lotta come una leonessa con il sorriso sulle labbra. E sa
trovare il buono, il bello, il piacere di vivere. Per esempio nelle serate canore e danzanti che frequenta volentieri sballandosi un po’. È qui che conosce Rodolfo. Si piacciono e da amanti funzionano bene. Ma Gloria è una persona adulta capace di dare di più e che di più si
aspetta. Attraverso la delusione, la sua lezione di stile. Paulina Garcia è stata premiata con l’Orso d’argento di Berlino come miglior attrice. E speriamo di vederla correre con il film all’Oscar.
(Paolo D'Agostini – La Repubblica)

Gloria è un esempio di cinema d’autore borghese e adulto che per diverse ragioni si può considerare in via d’estinzione. Perché Hollywood non lo produce quasi più, salvo casi di registi un po’ furbetti e un po’ ispirati (Jason Reitman); perché in Italia il suo ideale bacino di utenti adulti e mediamente colti viene soddisfatto, specie se di bocca buona, dalle fiction televisive; o ancora perché di quel tipo di cinema se ne vede parecchio nei festival, ma sempre meno nelle sale. Con Gloria succede per fortuna il contrario, grazie al premio della Berlinale 2013 all’attrice Paulina García, ma soprattutto alla capacità del cileno Sebastián Lelio di tratteggiare un ritratto femminile capace di superare le barriere di genere ed evocare sentimenti di empatia. Gloria è una cinquantottenne di Santiago, divorziata e madre di due figli adulti, che nonostante la solitudine e l’età non ha smesso di sentirsi donna e di cercare il piacere. Ogni sera si mette in ghingheri, esce, cerca compagnia, e quando incontra un coetaneo gentile e interessato instaura una nuova relazione, godendosi il sesso, le serate a due, le vacanze e pure l’orgoglio di presentarlo in famiglia. Lui si chiama Rodolfo, è separato, ha due figlie, ma è incerto e spaventato, laddove Gloria è coraggiosa e libera. Lelio racchiude le infinite sfumature del suo personaggio nel volto e nel
corpo della straordinaria García, coglie in lei i sogni ingenui di una donna come tante, né bella né colta, solamente viva. Di conseguenza, lo stile è composto e senza svolazzi, ancorato a una quotidianità banale,
talvolta ironica e mai disperata. Ciò che si percepisce è però un'energia trattenuta, un desiderio che rischia di spezzare la medietà del tono. E per quanto alla fine tutto si tenga, è nello sfogo più banale e diretto che Gloria trova il suo compimento. Quando infatti il nome della protagonista diventa anche il titolo di una canzone (sì, quella di Tozzi), l’immediatezza del riferimento libera finalmente il film, gli regala un episodio di disarmante bellezza con l’espediente più scontato e inevitabile. Ma il cinema d’autore borghese e adulto è così, letterale ed esplicito, costruito per raccontare la vita vera nel modo più efficace e innocuo possibile.
(Roberto Manassero – Film Tv)

Pensavate che vi avremmo parlato di Aspirante vedovo, la commedia italiana del weekend? Giammai! Un film che osa rifare Il vedovo di Dino Risi, con Fabio De Luigi nel ruolo di Alberto Sordi e Luciana Littizzetto in quello di Franca Valeri, noi non vogliamo nemmeno sentirlo nominare. Faremo finta che non esiste. Il nostro cineconsiglio del weekend è invece, udite udite!, il cileno Gloria che non è un remake del vecchio Gloria di John Cassavetes. Semmai, è un omaggio a tante cose che hanno arricchito la storia del cinema, a tanti film che
hanno semplicemente scelto di pedinare un personaggio e di raccontarci la sua vita. Potrebbe persino essere considerato una versione al femminile di Umberto D. di Vittorio De Sica: la storia di una solitudine che incarna lo spirito di una collettività. L'America Latina era stata, negli anni '60, la nuova frontiera del cinema più estremo
del pianeta, dalle sperimentazioni brasiliane di Glauber Rocha ai film militanti «andini» di Littin e Sanjines. Poi, lunghi decenni di decadenza. Ma da diversi anni molto si muove da quelle parti. Il Brasile ha lanciato addirittura cineasti potenzialmente «hollywoodiani» come Salles e Meirelles, l'Argentina realizza le migliori commedie
all'italiana del mondo e in Cile c'è grande vitalità. L'ultima edizione della Mostra di Pesaro ha proposto un interessantissimo focus sul cinema cileno, e Sebastian Lelio (regista di Gloria) era uno dei protagonisti. Pablo Larrain (il regista di No, che di Gloria è produttore) è ormai un autore di punta del cinema mondiale. Sempre
in questo 2013 abbiamo potuto vedere in sala Violeta Parra Went to Heaven di Anders Wood e, più di recente, Il futuro di Alicia Scherson, girato a Roma e ispirato a un romanzo di Roberto Bolano. Ora la Lucky Red propone Gloria, presentato in concorso a Berlino dove Paulina
Garcia ha vinto meritatamente il premio come migliore attrice. In apparenza, Gloria potrebbe svolgersi dovunque. La protagonista è una donna di 58 anni, separata, con due figli che non si fanno mai vivi, ma
ancora bella e piena di vita. Adora ballare, e in pista non manca mai qualcuno che le faccia la corte. Una sera conosce Rodolfo, anche lui separato e padre di due ragazze. Scoppia una passione incontrollabile. Gli incontri fra i due si fanno roventi. Ma presto emerge una differenza: Gloria è libera, Rodolfo no. La sua famiglia è onnipresente al telefonino, per chiedergli soldi e aiuto: la moglie e le figlie non lo mollano mai. In più l'uomo ha una strana passione: gestisce una specie di campo giochi per adulti, dove si può fare bungee-jumping (lo prova anche Gloria, divertendosi un sacco) e sparare con armi finte. La sceneggiatura (minimale e molto sottile, dello stesso Lelio e di Gonzalo Maza) non lo dice mai chiaramente, ma emerge il sospetto che il pur affettuoso e gentile Rodolfo sia un nostalgico del Cile che fu, mentre Gloria frequenta ambienti chiaramente liberali in cui molti si lamentano delle ingiustizie sociali del Cile di oggi. Quel che è certo, è che Gloria guarda al futuro mentre Rodolfo è prigioniero del passato. Il loro amore non può durare. Ma la donna è una guerriera, ci vuole
altro per abbatterla. Anche per merito di un'attrice superba come Paulina Garcia (ben doppiata da Cristina Lionello), il film diventa pian piano la metafora di un Paese che deve fare i conti con molte memorie ingombranti, ma che nonostante tutto lotta per trovare
una propria strada nella vita. Il tutto senza minimamente appesantire il tessuto narrativo di una storia da vedere. P.S. La risposta alla domanda che tutti vi state facendo è «sì»: sì, la canzone Gloria c'è nel film. Quella di Umberto Tozzi, certo (a cosa pensavate, a quella di Van Morrison? Per cortesia). Il film è pieno di musica e nel finale impazza una cover spagnola del pezzo di Tozzi. È una delle canzoni più famose del mondo, e in America Latina spopola da anni. Se lo meritava, un film.
(Alberto Crespi - L'Unità)

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