Il capitale umano (2014)

Un film di P. Virzì – ITALIA - Drammatico. Durata: 110’, 2014

Con Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Vincent Nemeth, Luigi Lo Cascio, Gigio Alberti, Bebo Storti, Pia Engleberth,Giovanni Anzaldo, Guglielmo Pinelli, Matilde Gioli

I progetti faciloni di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice, il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose e a infittire la trama corale di un film dall’umorismo nero che si compone come un mosaico. Paolo Virzì racconta splendore e miseria di una provincia del Nord Italia, per offrirci un affresco acuto e beffardo di questo nostro tempo.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il degrado culturale e civile di un Paese è un fenomeno che si può decifrare nella corporalità degli individui e in tutta la materia (oggetti, ambienti, rituali etc.) che costituisce il loro mondo. L'interesse de Il capitale umano - di gran lunga il film migliore di Paolo Virzì – ci sembra consistere anche nel suo tentativo di raccontare il clima malato della penisola passando attraverso la
fisicità di individui dalle diverse origini sociali, calati in una trama che fonde felicemente il noir alla commedia all'italiana e deriva dal romanzo omonimo del 2004 di Stephen Amidon, ambientato nel Connecticut. Virzì e i suoi sceneggiatori, Francesco Bruni e Francesco Piccolo, hanno scoperto che la storia si adattava come un guanto
all'Italia berlusconiana (e non solo) dei vitelli d'oro e della frode legalizzata. L'hanno ambientata in un immaginario paese dell'Italia settentrionale, Ormate Brianza, che - contrariamente alla stupida polemica improvvisata da uno dei più beceri fogliacci della
“macchina del fango” - costituisce soprattutto un quadro esemplare dell'Italia di oggi. La storia ruota intorno alla morte accidentale di un uomo (un povero cameriere, “capitale umano”, quindi, equivalente ad un valore economico modesto), investito da un'automobile mentre ritornava a casa in una notte d'inverno. Il delitto colposo coinvolge due famiglie di diversa estrazione – i ricchissimi Bernaschi e i piccolo-borghesi Ossola – di cui vengono narrati gli eventi che precedono e seguono il fattaccio dai punti di vista di tre personaggi: l'agente immobiliare Dino Ossola, sua figlia Serena, studentessa di liceo, e la signora Carla Bernaschi, consorte del fortunato broker Giovanni. La maschera di Ossola (uno stupefacente, bravissimo Fabrizio Bentivoglio) è un ghigno untuoso e opportunista, perennemente incrostato
ai lineamenti di un individuo che si affretta a sfruttare la relazione sentimentale della figlia Serena con il rampollo dei Bernaschi per entrare a far parte del loro fondo fiduciario, nonostante non ne abbia le possibilità finanziarie (e non si fermerà qui). Di fronte a lui,
un'altra maschera, quella cinica e proterva di Bernaschi (l'ottimo Fabrizio Gifuni) che, succhiando il midollo al Paese, ha guadagnato enormi ricchezze con le speculazioni e incarna la crassa e feroce ignoranza di quella borghesia italiota che fa scempio dei boschi
secolari per costruirci ville dal lusso pacchiano e che trasforma i teatri storici in appartamenti. Terzo e più marginale emblema del parassitismo è il laido zio di Luca, sfortunato diciottenne di talento, di cui si innamora Serena (Matilde Gioli, una rivelazione), l'altro
personaggio di adolescente già adulta su cui Virzì ripone le speranze di un'Italia migliore. Anche la classe intellettuale non è risparmiata dal regista, che ironizza con intelligenza sul nichilismo apocalittico e arido di una giornalista, critico di teatro, e sulla meschinità di un
professore che dopo avere intessuto velleità di scrittore intorno all'amore adulterino con la moglie di Bernaschi (Valeria Bruni-Tedeschi, che aggiunge nuove sfumature all'abituale ruolo di nevrotica), non esita a insultarla quando lei lo lascia. La signora Carla, infine, con la sua fragilità e inadeguatezza di nullafacente viziata e madame Bovary dei poveri, un po' troppo oscillante fra
sprovvedutezza e consapevolezza, è il contraltare della Valeria Golino) che si prodiga ogni giorno per capire i problemi degli altri ma non riesce a riconoscere la miseria morale del marito. Rispetto al romanzo di Amidon, il regista ha reso più implicito il rapporto conflittuale fra la figlia di Ossola e suo padre, e ha preferito un finale ottimista, cui arriva con qualche inverosimiglianza stridente (il pc di Serena lasciato acceso con la mail scottante in bella vista). Ma anche
grazie alla fotografia spesso notturna di Jérome Alméras, sa rendere evocativi gli interni come gli esterni di un clima sfuggente e avvelenato e la dimensione del "giallo" è abilmente fusa nell'intreccio delle tre verità in una sola.
(Roberto Chiesi - Cineforum)

La commedia è finita. Così vien da dire quando si chiude Il capitale umano. Ambientato in Brianza, il film di Paolo Virzì e dei cosceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo riprende il romanzo omonimo dell'americano Stephen Amidon. Al posto del Drew Hagel del libro ora c'è Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio). Agente immobiliare dagli affari malmessi, Dino immagina di risolvere i suoi problemi investendo centinaia di milioni di euro (che non ha) nel fondo
azionario del potente e spregiudicato Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni). La figlia Serena (Matilde Gioli) è la ragazza di Massimiliano (Guglielmo Pinelli), suo compagno di liceo e figlio del finanziere. Questo a Dino sembra garanzia sufficiente per l'investimento. Il centro
del film è la villa fastosa dei Bernaschi. Lì, guidando la sua Bmw, un giorno Dino arriva con la figlia. La visita racconto si sviluppa così verso un epilogo drammatico, in cui si intrecciano interessi economici,
crisi finanziaria ed egoismi vari. Per sovrappiù, una notte un ciclista viene travolto da un Suv. La vicenda di Il capitale umano è raccontata, anzi è riraccontata dai punti di vista dei vari personaggi, da Dino a Serena. Ogni volta, il cambio di prospettiva è segnato dal ritorno alla
sequenza della Bmw che arriva nella villa dei Bernaschi. Da qui la sceneggiatura riparte, illuminando la vicenda da un'angolatura nuova e inaspettata. Quel che ne viene è un ritratto spesso crudele di questi nostri anni di volgarità morale e prepotenza finanziaria, dominati da
chi ha scommesso sulla rovina del Paese e ha vinto, come al marito Giovanni dice Carla (Valeria Bruni Tedeschi), non si sa se più colpevolmente ingenua o più stupida. In ogni caso, pare suggerire Virzì, ora la commedia è finita. È finita (forse) la messinscena di una
élite finanziaria che non riesce più a nascondere d'essere criminale. È finita la corsa verso il suo stesso modello di vita da parte dei vari Dino Ossola. E insieme è finita (per ora) la possibilità di raccontare l'una e l'altra con gli stilemi della commedia, appunto. Difficile non
concordare. P.S. Se così è, perché la sceneggiatura più di una volta si affida a stereotipi che ripetono stancamente, e con volgarità, l'italica commedia di costume? E soprattutto, perché si è indotto il povero Bentivoglio a recitare come un Alberto Sordi redivivo, fuori tempo e inverosimile?
(Roberto Escobar - L'Espresso)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010