RASSEGNA 14/15 - Uomini contro (1970)

Un film di F. Rosi – ITALIA, JUGOSLAVIA - Guerra. Durata: 101’, 1970

Con Alain Cuny, Daria Nicolodi, Franco Graziosi, Giampiero Albertini, Gian Maria Volonté, Mario Feliciani, Mark Frechette, Pier Paolo Capponi

Sull'altopiano di Asiago tra il 1916 e il 1917 un giovane ufficiale italiano interventista scopre la follia della guerra: battaglie ed eroi sono molto diversi da come li immaginava. La pellicola, di chiara impronta pacifista e antiautoritaria, ripercorre le vicende della Divisione comandata dal generale Leone: Rosi mette in luce la follia della guerra, analizzando il conflitto come contrasti di classe tra ufficiali e truppa e accentuando la descrizione di un militarismo ai limiti della follia. Il film è ispirato a “Un anno sull'altipiano” di Emilio Lussu (1938).

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Ecco lo schieramento reale degli "uomini contro": da un lato i "morti di fame" chiamati a fare la guerra che qualcuno ha deciso per loro: dall'altro gli ufficiali superiori. i generali, i "comandi", braccio secolare dei potere borghese nato alla Rivoluzione francese. In mezzo
alle due entità contrapposte una massa fluida e in continua trasformazione, costituita dai giovani ufficiali subalterni che, partiti fanaticamente interventisti, stanno a poco a poco cambiando opinione e mentalità man mano che la convivenza con i soldati semplici li aiuta a sbarazzarsi dei falsi valori ai quali avevano con tanto
fervore creduto. Poche volte nella storia del cinema il risvolto classista delle guerre più o meno totali, di cui siamo stati vittime nell'ultimo mezzo secolo, è stato messo lucidamente a fuoco come in questo film di Rosi: un film senza eroi, ma anche senza mostri: senza casi particolari, insomma. Il protagonista è il meccanismo che mette in moto il cataclisma; i vari personaggi sono soltanto delle figure sociali. Ma per l'Italia Uomini contro non è soltanto un discorso sul fenomeno della guerra, è anche un film sulla prima guerra mondiale e
contro i miti che l'hanno dipinta con colori eroici e romantici. […] Il giudizio globale sul film non può non essere favorevole. Anzi, sotto molti aspetti, può abbandonarsi tranquillamente all'entusiasmo.
Calisto Cosulich – ABC, 25 settmbre 1970)

Uomini contro è il primo film italiano sulla guerra, mondiale, quella "vera", che dice tutte assieme molte delle cose che i nostri film precedenti avevano taciuto. Con una sola parziale eccezione di dieci anni fa: La grande guerra di Monicelli, dove significativamente gli episodi più forti (l'agguato al soldato austriaco inerme che si preparava Il caffè, per esempio) erano tratti appunto dal libro di Lussu, ma dove l'accento principale era posto sul pittoresco, sul dialettale, sull'abnormità dei due personaggi da commedia (sia pure da
commedia con risvolto tragico). Rosi e i suoi co - sceneggiatori Tonino Guerra e Raffaele La Capria sono stati invece molto attenti a togliere
ai loro soldati ogni venatura estemporanea, ogni caratterizzazione provinciale, per descriverli come uomini (e uomini in gran parte contadini) mandati a combattere una guerra non sentita e non capita. Vivendo accanto a loro nelle stesse trincee, costretti come loro a
obbedire agli stessi ordini demenziali, o a farli eseguire, soffrendo come loro la stessa inutile e miserabile strage, alcuni giovani ufficiali di complemento magari accorsi quali interventisti universitari (come lo stesso Lussu) e quindi prodotti di una ben diversa cultura borghese, prendono coscienza della realtà del campo di battaglia, e vi si ribellano, pagando di persona. Anche il generale e il
maggiore, naturalmente, escono dalla medesima cultura di classe: soltanto che l'accettano in pieno, la servono orgogliosamente e, pur essendo anch'essi (in ultima analisi) delle vittime, si trasformano in implacabili e folli carnefici. Uomini contro mostra dunque una guerra di
"morti di fame " (i soldati Italiani) condotta contro altri "morti di fame" (i soldati austriaci, che s'intravedono appena, e solo nella loro funzione di combattenti destinati anch'essi al sacrificio); una guerra che altro non è se non una sequela di carneficine senza senso comune, in un paesaggio assurdo, dove si cade a migliaia per conquistare una posizione che sarà abbandonata dopo qualche ora. Solo in questi ultimissimi anni, dopo un silenzio quasi totale, cominciano a uscire nella saggistica storica italiana le cifre esatte e agghiaccianti degli
autolesionismi volontari, delle decimazioni, delle denunce ai tribunali militari del tempo, dell'attività dei plotoni di esecuzione. Il mito della "grande guerra" comincia appena ora a sfaldarsi. E che un film come quello di Rosi, così energico a questo proposito, compaia appunto in questo momento, è già il segno della sua importanza civile, della sua estrema utilità per il nostro pubblico, avvezzo ad apprendere quella storia (anche se ricorda il numero dei morti e dei mutilati) in modo così lontano dalla sua tragica sostanza. […] Nelle retrovie, gli
ospedali rigurgitano di ospiti maciullati; e c'è una commissione d'inchiesta, presieduta da un ufficiale superiore, che in modo spiccio giudica i sospetti autolesionisti e li spedisce sotto processo.
Contemporaneamente, sul campo di battaglia, un maggiore scambia un ripiegamento per ammutinamento e impone la decimazione. Ma il plotone spara in aria e c'è invece chi spara sul maggiore. Sarà quest'ultimo
episodio a causare la punizione mortale del tenente Sassu. Il generale Leone, che ha appena finito di guardare con affetto le fotografie dei familiari, lo interroga a proposito della guerra e della pace. "Sono per
una pace vittoriosa", rispondeva il tenente Lussu nel libro e se la cavava. "Sono per una vera pace", risponde l'ufficiale del film e viene fucilato. Mark Frechette, la scoperta di Antonioni in Zabriskie Point, è Sassu, fin troppo bello nel finale che ricorda esteticamente, il finale di Senso. Gian Maria Volontè, che non si tira mai indietro quando c'è un personaggio serio da interpretare (sia la parte lunga o breve), è Ottolenghi. Con gli occhialetti dell'epoca, Franco Graziosi è il crudele maggiore, Pier Paolo Capponi una delle sue vittime. Su tutti spicca, com'era giusto, Alain Cuny, nel ruolo del generale fanatico. Rosi, che ha dovuto prodursi il film oltre che dirigerlo (quasi tutto in Jugoslavia), lo ha preferito ai grossi attori americani che gli offrivano, e che certamente gli avrebbero spalancato tante porte. Ma
nessuno aveva la "faccia" giusta: la faccia di un uomo che è convinto di fare il proprio dovere di soldato mandando allo sterminio i suoi simili.
(Ugo Casiraghi – L'Unità, 1 settembre 1970)

Quando si opera una falsificazione, primo requisito propria abilità di falsificatori a qualcosa di totalmente estraneo alla propria passione e alla fede religiosa o politica del momento. Rosi, nel falsificare lo spirito del diario di guerra di Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano,
s'è invece comportato in un modo decisamente opposto. Cosi non s'è neanche accorto, probabilmente, di compiere un falso. Travolto dall'orgasmo ideologico non s'è reso conto che diventava un film fanatico al limite della comicità, con questo senza rendere un servizio
onesto al libro di Lussu, ma ha trasformato il personaggio del generale Leone semplicemente in un burattino a carica continua, che spara le sue battute tutte prevedibilissime sul filo di una comicità da avanspettacolo, e l'altro, il tenente contestatore Ottolenghi in un esagitato precursore dei "cinesi" di oggi, ma la cosa fa poi ridere perché la sua morte è dipinta con la retorica dell’eroismo antieroe.
Anche il terzo, il tenente Sassu, muore in modo troppo plateale tanto da ricordare un personaggio di De Amicis. Ecco, tutto l'equivoco del film sta qui. Rosi cercava di dare alla guerra un senso tragico, come atto di infamia collettiva, però distinguendo nettamente tra chi la fa e
chi la subisce. Queste distinzioni troppo nette hanno fatto sì che i personaggi più emblematici del film, cioè i più importanti, vengano degradati al rango di macchiette, e assumano importanza gli altri che nel diario di Lussu non ne hanno e non ne debbono avere, perché rimangono ai margini dei fatti narrati. Questo è Il più grosso appunto che si può muovere al film di Rosi, ché per il resto, cioè fotografia, direzione di attori, scenografia e tecnica di ripresa, rimane eccellente. Tuttavia è un film interessante e sincero nella sua faziosità. Attori allineati alle parti e con cornice ambientale di eccezionale realismo. […] Resta sempre il dilemma se sia stata una
guerra voluta e condotta in modo risoluto e con animo virile oppure condotta con fiacchezza morale e disordine mentale. Saperlo è molto importante, perché è la sola guerra che abbiamo vinto.
(Onorato Orsini – La Notte, 1 settmbre 1970)

Sull'altopiano di asiago tra il 1916 e il 1917 un giovane ufficiale italiano interventista scopre la follia della guerra: battaglie ed eroi sono molto diversi da come li immaginava. Dal bel libro Un anno sull'altipiano (1938) di Emilio Lussu (1890-1975) sceneggiato da Tonino
Guerra e Raffaele La Capria un film che ne ha sfrondato la chiarezza politica a vantaggio di una polemica antiautoritaria e pacifista. L'indubbia efficacia spettacolare di molte pagine riscatta solo in parte la demagogia di fondo.
(Il Morandini – Dizionario dei Film, Zanichelli)

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