Rush (2013)

Un film di R. Howard – USA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA - Sportivo, Azione, Biografico, Drammatico. Durata: 123’, 2013

Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino, Natalie Dormer, Lee Asquith-Coe, Tom Wlaschiha, Josephine de la Baume, Julian Seager, Jamie Sives, Patrick Baladi, Christian McKay, Alistair Petrie, Jay Simpson

I due dei più grandi rivali che il mondo abbia conosciuto— il carismatico pilota inglese James Hunt ed il suo avversario, il metodico e perfezionista Niki Lauda. Il film rivela le loro vite dentro e fuori dai box e segue i due piloti mentre mettono a dura prova la loro resistenza fisica e psicologica, in un mondo in cui non ci sono scorciatoie per la vittoria, né margini per un errore. Se sbagli, muori.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
L'eclettico Ron Howard si misura di nuovo, dopo le epiche scazzottate di Cinderella Man, con il biopic sportivo, ma lo fa stavolta attraverso la contrapposizione fra due campioni dell'automobilismo degli anni '70 che, nella loro ossessiva disfida, sembrano scaturiti da I duellanti di Ridley Scott. Oltre alle sfrenate contese sui circuiti delle gare, la rivalità fra i due personaggi assume da subito una valenza fisica (Hunt sottolinea pubblicamente lo scarso appeal del "topo" austriaco, quasi un'involontaria profezia circa l'aspetto del viso di Niki dopo le ustioni riportate nel tragico incidente di Nurburgring) e addirittura sessuale (Lauda è messo in guardia dal compagno di scuderia Regazzoni circa i rischi che potrebbe correre accettando il confronto con le
prestazioni tra le lenzuola del britannico, di cui sta corteggiando una ex fiamma...). I due piloti - moderne incarnazioni dei cavalieri medievali, a cui accenna esplicitamente Hunt per ben due volte - divergono come condotta di gara in pista, ma anche per differenti
personalità, visioni del mondo, valori, rispetto delle regole. Lauda affronta le corse e la vita con calcolo, disposto ad affrontare dei rischi (come teorizza con la futura sposa Marlene) solo di fronte a degli obiettivi precisi e appetibili; Hunt invece è più istintivo, più naif, e accetta il rischio in/per se stesso, per il puro gusto di
mettersi completamente in gioco, in una sfida perpetua con tutti (James Hunt compreso) da affrontare anche a costo della vita. Proprio questo fa confessare a Lauda che il suo antagonista di sempre è anche uno dei pochi individui che abbia meritato il suo rispetto e, addirittura,
suscitato la sua invidia. Ribelli senza motivazioni concrete, salvo vincere - e guadagnare - per potersi concedere ogni lusso come Hunt, o ambiziosi contestatori dell'affarismo della famiglia come Lauda, che intende comunque ricalcarne le orme verso la fama (e il benessere economico), ma in modo assai più "avventuroso", entrambi (in compagnia
dei loro concorrenti, come il baffuto svizzero Clay Regazzoni, per il cui ruolo il regista rinnova a Pierfrancesco Favino la fiducia accordatagli in Angeli e demoni), sono protagonisti di mortali caroselli dentro minuscoli abitacoli su quattro ruote che girano a velocità pazzesche e, molto spesso, si schiantano ai bordi delle piste esattamente come le macchinine-giocattolo con cui Hunt inganna il tempo tra una competizione e l'altra (e tra un eccesso e l'altro, senza freni: la sua vita oscilla di continuo tra liquori, sigarette e bellissime donne, sino a un prematuro infarto che se lo porterà via a soli 45 anni). Il montaggio nervosissimo, molto veloce che Howard utilizza sia per le gare che al di fuori di esse vuoi essere, forse, un
richiamo al ben più spettacolare Grand Prix di John Frankenheimer (lo split screen nel finale, che mostra Hunt mentre si gode la vita nelle attività che più lo hanno coinvolto fuori dalle gare automobilistiche - fumo, alcool, sesso - ne è un ironico omaggio). È proprio a questo valente professional hollywoodiano (tralasciandone il periodo iniziale, coi capolavori fantapolitici: era un altro tempo, era tutt'un altro cinema) che vale la pena di accostare la carriera registica di Ron
Howard. Non privi di ambizioni entrambi, manca loro però quel quid che poteva farne - come recitava una teoria oggi giudicata obsoleta - degli autori. Capaci del meglio (The Missing e Frost/Nixon - II duello per
Howard, Un uomo senza scampo e Ronin per Frankenheimer) come del peggio (gli indifendibili L'anno del terrore (1991) nel caso di Frankenheimer e
Angeli e demoni in quello di Howard, curiosamente ambedue trasferte italiane), i due registi utilizzano sovente cast non di prima scelta (come, di fatto, fa qui Howard: penso soprattutto alle attrici del film, ma neppure i protagonisti maschili possono essere considerati, ora come ora, star di prima grandezza), padroneggiano perfettamente le tecniche specifiche del linguaggio filmico, ma girovagano fra i generi più disparati senza mai riuscire a trovare un autentico centro di gravita. Il che non impedisce a Richie, antico sodale di Fonzie ai tempi di Happy Days, di attingere ottimi livelli di sensibilità cinematografica: lo sguardo fra Niki e la moglie dopo il ritiro dal troppo rischioso G.P. del Giappone (la felicità - ha confessato in precedenza alla moglie il pilota della Ferrari - è un handicap pesante per chi sfida la morte a oltre 200 km all'ora su circuiti rischiosissimi, perché ti mostra quello che hai da perdere...) sembra provenire direttamente dal melò fiammeggiante - da (ri)scoprire assolutamente - di Sydney Pollack Bobby Deerfield - Un attimo, una vita
(1977). Ben fatto, Mr. Howard!
(Mario Molinari – Segnocinema)

Così come la fantastica autobiografia di André Agassi, Open (Einaudi, 2011), è riuscita a conquistare il cuore di lettori digiuni di tennis, nello stesso modo Rush di Ron Howard non mancherà di appassionare anche gli spettatori che non hanno mai seguito una gara di Formula 1. Infatti - a dispetto di un lineare percorso narrativo giocato sull’arco di un quinquennio circa (1970-1976) - Rush è un film multistrato: intimista nel mettere a confronto le antitetiche personalità di due
campioni rivali, l’uomo Ferrari Niki Lauda e il pilota McLaren James Hunt; epico-drammatico nel ricostruire in giro per il mondo i vari scenari dei Grand-Prix, e soprattutto il gravissimo incidente del Nurburgring che quasi costò la vita a Lauda (…) a restare centrale nel
film è il ritratto a specchio di due uomini che, nonostante rivalità e differenze, si riconoscono nel comune fuoco che li consuma: forse più forte che la frenesia di vincere è l’azzardo di giocare una scommessa con la morte. Il tutto emerge con finezza nell’impeccabile sceneggiatura
di Peter Morgan, ma la regia di Howard non è da meno. Senza neppure spendere troppi soldi, la rievocazione d’epoca è vivida e le scene delle corse possiedono una suggestione pittorica che rende speciale la loro spettacolarità. I collaboratori (fotografia, costumi, musica, montaggio) andrebbero citati tutti, e quanto agli eccellenti interpreti, Chris Hemsworth sorprende per la finezza di sfumature con cui impersona Hunt; Daniel Bruhl si mimetizza nel corrosivo Lauda conferendogli un sottile, sotterraneo fascino.
(Alessandra Levantesi – La Stampa)

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