Vado a scuola (2012)

Un film di P. Plisson – FRANCIA - Documentario. Durata: 85’, 2012

Con Jackson Saikong e Salome Saikong (Kenya); Samuel J. Esther, Gabriel J. Esther e Emmanuel J. Esther (India); Zahira Badi, Noura Azaggagh e Zineb Elkabli (Marocco); Carlito Janez e Micaela Janez (Argentina)

Il film narra le storie di quattro bambini, provenienti da angoli del pianeta differenti, ma uniti dalla stessa sete di conoscenza. Dalle savane sterminate del Kenya, ai sentieri tortuosi delle montagne dell'Atlante in Marocco, dal caldo soffocante del sud dell'India, ai vertiginosi altopiani della Patagonia, i quattro protagonisti, Jackson, Zahira, Samuel e Carlito sanno che la loro sopravvivenza, dipenderà dalla conoscenza e dall'istruzione scolastica.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
“Dimentichiamo troppo spesso che andare a scuola è una fortuna. In alcune parti del mondo, arrivare a scuola è un’impresa e accedere all’istruzione una conquista. Ogni mattina, a volte a rischio della loro stessa vita, eroici bambini si incamminano verso la conoscenza. Questi scolari sono gli eroici protagonisti delle loro storie, storie
di vita vissuta…”. Questo lungo incipit apre Vado a scuola, documentario che racconta le vite di alcuni bambini, quattro in particolare, in diverse parti del mondo, e dei loro lunghi viaggi per arrivare a scuola. Jackson e la sorella attraversano ogni giorno la Savana del Kenya, partendo alle 5.30 di mattina e camminando per 15 km (e altrettanti a tornare) con il rischio di incontrare elefanti e altri animali feroci. Zahira, 12 anni, vive sui monti dell’Atlante in Marocco: la sua scuola dista ben 22 km, 4 ore di cammino, per cui lei e due amiche si fermano per una settimana in collegio, e ogni lunedì ripartono, tra valli e cime. Carlito, 11 anni, vive in Patagonia: ogni mattina con la sorellina va a cavallo per 18 km, un’ora e mezzo di viaggio. Ma il percorso più ostico è per Samuel (tra i pescatori del Golfo del Bengala), 13 anni, costretto sulla sedia a rotelle per la
poliomelite; ogni mattina i due fratellini lo trasportano per 4 km, e ci vuole un’ora e un quarto, su strade accidentate. Per ognuno di loro è così forte il desiderio di andare a scuola, ovvero di conoscenza, che affrontare lunghi viaggi e pericoli vari è perfettamente normale.
Sorprende la spinta positiva delle famiglie, pur in contesti così miseri che sembra strano non veder soppresso tale desiderio. E vien da fare i confronti con ragazzi occidentali che la fortuna di poter andare a scuola normalmente e senza fatica non la sanno apprezzare. Il regista francese Pascal Plisson, che ha girato il mondo e si è soffermato a lungo nelle quattro zone descritte, punta dritto alla commozione, alla
riflessione didascalica e pedagogica: e il “messaggio” è tale che una fruizione di insegnanti e allievi, soprattutto delle scuole elementari e forse delle medie (ma qui gli allievi sono già fin troppo disincantati) può essere auspicabile. Certo, però, la qualità tecnica fin troppo curata – le immagini sono spesso pulitissime, da documentario
del National Geograohic, le edificanti e sentimentali, la regia sovente
troppo “artistica” per un documentario che vorrebbe essere reaistico – rischia di togliere verità ai singoli frammenti, con i piccoli protagonisti che sembrano in vari momenti recitare una parte. Come il ragazzo paraplegico, che sul finale, afferma con parole troppo "da grande": “Veniamo in questo mondo con niente, lo lasciamo con niente; dobbiamo seguire questa logica”… Ma con tutti i dubbi che solleva, rimane un’opera interessante per gli squarci descritti di realtà lontane da noi e per la simpatica, ribalda espressività dei giovanissimi attori-non attori in scena.
(Antonio Autieri – Sentieri del Cinema)

Sono due gli elementi che fanno l'interesse di Vado a Scuola di Pascal Plisson: da una parte il rapporto tra documentario e finzione che sta alla base della messa in scena (di questo film, come sempre più spesso di tanti altri. A cominciare dal Leone veneziano Sacro Gra) e dall'altra, ovviamente, il suo argomento, il diritto all'istruzione che i quattro protagonisti del film inseguono con tanta determinazione. Scovati in quattro parti del mondo lontanissime tra loro, le storie del film sono legate tra loro dalla determinazione con cui i piccoli studenti scelgono testardamente di inseguire l'istruzione scolastica. Per primi facciamo la conoscenza di Jackson e della sua sorellina Salome: vivono in un microscopico villaggio nella savana del Kenya, distante quindici chilometri dalla scuola governativa Soi Oudo, e
l'unico modo che hanno per raggiungerla è quello di percorrere a piedi, ogni mattina (e ogni sera per il ritorno), la distanza che separa casa e istituto. Un «problema» che non comporta solo fatica fisica, ma anche rischi ben più consistenti, perché il territorio che devono attraversare è popolato di elefanti selvaggi (che ogni anno uccidono quattro o cinque bambini. E la scena dell'appello in classe, nella sua burocratica efficacia, non si dimentica) e altri possibili insidie, dalle iene ai serpenti ai predoni umani. Il che trasforma il viaggio in
una specie di scommessa quotidiana, con il fratello maggiore (Jackson aveva dieci anni quando è stato girato il film) che deve anche decidere la strada meno accidentata e pericolosa. Senza dimenticare che ogni
giorno i due piccoli allievi devono portare l'acqua da bere (la scuola non ne possiede) e un po' di legna per accendere il fuoco per il pranzo (offerto dal governo quando le finanze lo permettono: il che non succede tutti i giorni). Sempre in Africa, ma tra le montagne dell'Atlante marocchino, vive la dodicenne Zahira, nel villaggio berbero di Douar Tinghrine. La scuola, per lei, dista 22 chilometri di accidentati sentieri rocciosi e per questo si ferma tutta la settimana in un collegio. Sul cammino per Asni, dove seguirà le lezioni (da grande
vuole diventare un medico), incontra le amiche Zineb e Noura e insieme affrontano i problemi di quel lungo viaggio, riuscendo a volte a ottenere per l'ultimo tragitto più pianeggiante un passaggio da qualche
compassionevole automobilista. L'undicenne Carlito, invece, vive in Patagonia e la scuola dista da casa sua più di venticinque chilometri: da piccolo li faceva a dorso di mulo, adesso il padre gli ha comprato un cavallo - Chiverito - su cui porta a lezione anche la sorellina di sei anni, Micaela. Non è un viaggio semplice (anche se non pericoloso come quello di Jackson) ma che può nascondere più di una insidia, a cominciare da certi passaggi a strapiombo o dal rischio che il cavallo si azzoppi. E intanto deve insegnare alla sorellina a cavarsela da sola perché, per diventare veterinario (il suo sogno), dovrà frequentare una scuola diversa da quella di Micaela. La quarta storia è quella del tredicenne Samuel, figlio di una poverissima famiglia di pescatori del golfo del Bengala, colpito in giovane età dalla poliomielite e non ancora riuscito a riconquistare l'uso delle gambe. Questo non ha però diminuito la sua voglia di imparare e ogni mattina i due fratellini minori Emmanuel e Gabriel lo spingono per 4 chilometri su una rudimentale sedia a rotelle costruita dal padre, attraverso sentieri sabbiosi, insidiose pozze d'acqua, strade trafficate. Senza dimenticare i possibili «incidenti» che possono accadere a quel rudimentale mezzo di trasporto. Quattro storie costruite intorno alla determinazione di questi ragazzi, intimamente convinti dell'importanza dell'istruzione
(anche grazie a delle famiglie che non li ostacolano) e che pur di ottenerla sono disposti ad affrontare pericoli che spaventerebbero moltissimi loro coetanei. Queste storie Plisson (che ha alle spalle moltissimi documentari) le filma con un coinvolgimento dichiarato. La tecnica è quella del documentario, anche se è evidente che alcune scene sono «recitate» o «preparate» per l'occasione, come la fuga precipitosa di Jackson e della sorellina davanti alla minaccia di un elefante imbizzarrito o l'episodio dell'autostop di Zahira e delle sue amiche o
ancora quello della gomma che si stacca dalla sedia a rotelle di Samuel. Ma sono episodi che non stonano con il resto del film, sospeso tra la realtà dei fatti raccontati e un approccio invece più emotivo, più coinvolgente, che vuole usare le tecniche della finzione per aumentare la forza del racconto. Piccoli espedienti che non inficiano
la potenza del film, anche per merito dei piccoli protagonisti che ogni tanto sanno bucare lo schermo con un sorriso o uno sguardo che nessuna regia saprebbe «ricreare» e che regalano allo spettatore l'emozione e la
verità di un mondo per cui vale ancora la pena di lottare
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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