Nebraska (2013)

Un film di A. Payne – USA - Drammatico. Durata: 110’, 2013

Con : Will Forte, Bob Odenkirk, Bruce Dern, Stacy Keach, Devin Ratray, June Squibb, Angela McEwan, Rance Howard, Missy Doty, Anthony G. Schmidt, Kevin Kunkel, Melinda Simonsen

Woody, un anziano scorbutico che vive a Billings, Montana, scappa ripetutamente di casa nel tentativo di raggiungere il Nebraska dove è convinto di ricevere un ricco premio della lotteria. Preoccupati per il suo stato mentale, i familiari discutono a lungo su come risolvere il problema fino a quando il figlio Dave decide di accompagnarlo nel folle viaggio. Lungo il tragitto i due parlano, si raccontano, si scoprono e, nel cuore di un'America dolce-amara, si ritrovano.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Torna Alexander Payne, il regista di Sideways, A proposito di Schmidt, Paradiso amaro, con il suo humour crudele e insieme capace di incredibili chiaroscuri, come se disegnasse i personaggi col
carboncino. Torna il sarcastico ma pietoso cantore di quelle vite comuni e forse sprecate, il regista che più di chiunque ha lavorato sul sentimento subdolo e oggi così diffuso dell'irrilevanza, della mancanza di senso, della piattezza che da un momento all'altro rischia di
inghiottire vite, affetti, ricordi, orizzonti. Torna il suo sguardo divertito e insieme stupito sugli angoli più anonimi dell'America (perfino le Hawaii di Paradiso amaro concedevano ben poco alla bellezza dei paesaggi). Come se solo abolendo ogni seduzione visiva, e smascherando la retorica sempre in agguato dietro il bello come dietro il brutto e l'insignificante, potesse abbattere le ultime difese dei suoi personaggi, sempre così inermi e disperati da risultare familiari e addirittura irresistibili. Anche se la gabbia formale in cui li costringe diventa sempre più evidente film dopo film. Bianco e nero, inquadrature semplici ma studiate al millimetro, attori meravigliosi ma indiscutibilmente attori. Alle prese con dialoghi sapienti e spesso esilaranti che sono il suo marchio e mettono a nudo senza riguardo debolezze e illusioni. Il tutto per far emergere poco a poco la catena
infinita di errori, omissioni, incomprensioni, rancori, e malgrado tutto questo di indefettibile affetto, che lega i membri di una famiglia e in particolare un figlio a suo padre. Un vecchio svanito (magnifico Bruce Dern, premiato a Cannes), convinto di aver vinto la lotteria, che vuole andare dal Montana a Lincoln, Nebraska, passando per la sua sperduta città natale, abbandonata tanti anni prima per incassare il suo milione di dollari. E ci andrà scortato da David (Will Forte), il figlio sensibile. (...) Un bellissimo film sul tempo, a ben
vedere. Il tempo che passa mentre il passato non se ne va e i conti restano in sospeso, le vecchie ferite anche se invisibili sono sempre aperte. Ma il tempo al cinema si racconta con lo spazio. E Payne usa a meraviglia i grandi spazi vuoti dell'America profonda, le case di legno
che si stagliano contro i vasti paesaggi vuoti, gli edifici bassi di quelle piccole città senza storia. Pagine quasi bianche su cui scrivere
l'ultimo capitolo di una vita ancora da raccontare, prima che sia troppo tardi. Con tenerezza e ferocia, schivando il pathos ma anche l'irrisione. Come merita quel padre che il figlio forse non avrebbe mai pensato di conoscere tanto da vicino.
(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)

Già sul piano visivo Nebraska si caratterizza come un film retrospettivo, che guarda indietro, al passato del cinema e a quello dei personaggi. Tutto farebbe pensare ad un’elegia, ad un omaggio all’America che fu, ma Nebraska non è L’ultimo spettacolo, cui pure è stato frettolosamente paragonato. Parte anzi da una prospettiva opposta: il passato non è migliore del presente, ne costituisce semplicemente, se guardato con gli occhi degli anziani, una versione più vitale e spudorata. Su questi ultimi il cinema recente punta
parecchio, almeno da quando ha realizzato che gli ultrasessantenni sono rimasti pressoché gli unici spettatori al mondo a non saper scaricare un film per vederselo comodamente sul divano di casa. Per fortuna
Nebraska canta fuori dal coro, perché qui i vecchietti non sono arzilli e simpatici (Dio ci scampi e liberi da Irina Palm e Philomena), ma appesantiti e inaciditi dagli anni. Quando si voltano indietro, all’orizzonte non vedono nulla di buono: la gioventù non è stata migliore della vecchiaia. Una volta che il protagonista approda
nella cittadina dove ha trascorso buona parte della sua esistenza, scopriamo come in passato della sua buona fede si siano approfittati tutti, esattamente come avviene ora che è invecchiato. Infischiandosene dei toni vellutati propri del cinema della nostalgia, Payne costruisce un film memoriale caustico e feroce, solcato da una retrospettività piena di sgradevolezza e rancore. I ricordi sollevano il velo su un passato meschino, fatto di piccoli dispetti e soprusi inutili, che il presente peraltro non ha emendato né sopito. Un repertorio di negatività assortite che - nelle mani di uno sceneggiatore di talento come Payne - genera una comicità surreale, sempre sull’orlo della crudeltà. E’ per questo che Nebraska a tratti sembra il doppio comico e stralunato di Una storia vera, con cui ha diversi punti in comune, in primo luogo un protagonista anziano e un viaggio nel midwest che sa di
rimpianto e occasioni perdute. Ma laddove in Lynch il road movie contemplava un atto d’amore per il paesaggio americano, qui il tragitto si inceppa quasi subito, per fare spazio alla rappresentazione di una
provincia gretta, meschina e addormentata, fatta di tinelli e tanta, troppa televisione. Col sorriso sulle labbra, venando d’ironia la sua furia iconoclasta, Payne fa a pezzi due cardini della mitologia americana: la small town come culla dei valori comunitari e la strada come principio obbedisce il finale, struggente e memorabile, che rivisita in chiave comica la figura – fondamentale nel road-movie – dell’uomo alla guida solitaria della propria automobile. Riuscendo miracolosamente a far scaturire dalla situazione un’altra forma di lirismo, legata alle condizioni particolari del suo “eroe”. Un eroismo
residuale, un residuo di eroismo: l’unico possibile in un film nel quale sono stati precedentemente azzerati gli orizzonti della comunità e l’utopia di un passato migliore del presente.
(Leonardo Gandini - Cineforum)

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