Che strano chiamarsi Federico (2013)

Un film di E. Scola – ITALIA - Drammatico. Documentario. Durata: 93', 2013

Con Giulio Forges Davanzati,Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Ernesto D' Argenio, Giacomo Lazotti, Emiliano De Martino

Da un Maestro del cinema, il commovente omaggio a Federico Fellini, in occasione del 20° anniversario della scomparsa. Il racconto dell'amicizia tra i due registi viene rivissuto a partire dalla loro conoscenza negli anni Cinquanta del Novecento al giornale "Marc'Aurelio". Innumerevoli incontri, amicizie comuni, visite sui rispettivi set, Cinecittà e il Teatro 5, hanno contribuito a cementare nel tempo un legame sincero e duraturo. Il film è un "memoir" sceneggiato dal regista ottuagenario Ettore Scola con le figlie Paola e Silvia, e interpretato fra gli altri da Tommaso e Giacomo Lazotti (nipoti di Scola) e da Vittorio Viviani nei panni del narratore. Mutua il titolo da un verso di García Lorca e si sfoglia come un album dei ricordi o uno zibaldone visionario, secondo la formula felliniana del regesto di pensieri, aneddoti, sodalizi, amori.

CRITICHE
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
C’eravamo tanto divertiti... Ettore Scola a Venezia 2013 era incredulo della commozione suscitata da Che strano chiamarsi Federico, Fuori concorso alla Mostra. La loro amicizia, infatti, nacque e prosperò sotto il segno dell’ironia e dell’autoironia, dei vagabondaggi notturni,
di un disincanto non privo di tenerezza. «È una festa la vita, viviamola insieme», diceva Mastroianni in 8 1/2. Il film è un memoir (in italiano, amarcord) ed è un tributo all’amico nel ventennale della scomparsa, sceneggiato dal regista ottuagenario con le figlie Paola e Silvia, e interpretato fra gli altri da Tommaso e Giacomo Lazotti
(nipoti di Scola) e da Vittorio Viviani nei panni del narratore. Mutua il titolo da un verso di García Lorca e si sfoglia come un album dei ricordi o uno zibaldone visionario, secondo la formula felliniana del regesto di pensieri, aneddoti, sodalizi, amori (per pudore v’è giusto
un accenno a Giulietta Masina). Fellini era nato a Rimini nel 1920, Scola è del 1931, originario di Trevico nella Campania irpina. Due provinciali a Roma madre matrigna mignotta. Si riconobbero grazie alla comune passione per le vignette, le storielle e i sogni in celluloide, nella redazione della rivista umoristica “Marc’Aurelio”. Eccoli poi affermati e infine invecchiati, mai privi di curiosità, «a caccia» di incontri e personaggi: Sergio Rubini è un madonnaro scettico sul cinema; Antonella Attili impersona la prostituta di La dolce vita con un’eco di Le notti di Cabiria. Gli episodi ricostruiti nel mitico Teatro 5 di Cinecittà si alternano a immagini di repertorio, stralci dei capolavori di Fellini o delle sue interviste con la vocina reticente o menzognera. Una chicca? La sequenza, esilarante e un po’ crudele, dei provini ai quali si sottoposero Sordi, Gassman e
Tognazzi per il Casanova, mentre Federico aveva già scelto Donald Sutherland! Fellini sempiterno Pinocchio, nonostante i cinque Oscar vinti e l’affetto della gente che in lui intravide un riscatto simbolico dell’Italia perbene. Ed è degno di Collodi il finale di Che strano chiamarsi Federico: durante l’ estremo saluto dei romani, il
morto risorge e scappa, inseguito da due carabinieri in alta uniforme fra le scenografie di Cinecittà
(Oscar Iarussi Film Tv)

Il sottotitolo “Scola racconta Fellini” dice tutto: questo e' l'omaggio di un altro grande, una lettera d'amore e d'amicizia non solo a un artista amatissimo, ma a un’idea di ci-nema (e d’Ita-lia?) che sembra drammatica-mente passata di moda. C’erano tutte le premesse perché Che strano chiamarsi Federico fosse un film intriso di nostalgia, ma non è solo così. Scola è riuscito a rompere gli schemi del documentario
biografico per comporre un film a molti livelli, in cui i materiali di repertorio si incrociano con l’invenzione più pura e poetica. Il risultato è miracoloso, un breve viaggio nel mondo di Fellini (e di Scola) che strappa risate e lacrime in egual misura. A Venezia, dopo la proiezione, in tanti eravamo commossi. E Scola, con il suo consueto sarcasmo, ribatteva: «Non credevo di aver fatto Catene (vecchio, celebre melodramma di Matarazzo, ndr), incontro solo gente che piange…». Scola e Fellini si sono conosciuti nell’immediato dopoguerra in un luogo che è stato la placenta del miglior cinema italiano: la
redazione della rivista satirica «Marc’Aurelio». Federico (classe 1920) era un veterano: il «Marc’Aurelio» era stato uno dei primi ambienti dove era andato a cercar lavoro appena arrivato a Roma, nemmeno ventenne, prima della guerra. Ettore (classe 1931) era invece un
neofita, quasi un enfant prodige: mise piede in redazione nel ’47, a soli 16 anni, quando stava appena cominciando a scrivere macchiette radiofoniche per Alberto Sordi (i leggendari personaggi di Mario Pio e del Conte Claro). La ricostruzione del «Marc’Aurelio», dove lavoravano
anche futuri sceneggiatori come Age & Scarpelli, Maccari, Metz & Marchesi è la parte più inedita e interessante del film: è una storia che il cinema non aveva mai raccontato, e che è stata seminale per tutta la nostra cultura, oseremmo dire per la nostra «identità» di
italiani così avidi di risate. Ma la scommessa del film si gioca altrove: la lunga sequenza con Sergio Rubini, nella parte di un «madonnaro» che Fellini e Scola caricano in auto e si portano in giro per Roma, poteva essere anche tecnicamente un disastro, invece è bellissima. Qui Scola utilizza in colonna sonora vecchie interviste di Fellini (quindi, con la sua vera voce) che vengono «sceneggiate», diventando parti di un dialogo in cui Ettore doppia se stesso e Rubini parla con due fantasmi. Ma Sergio, di fantasmi felliniani, se ne intende: da ragazzo ha interpretato l’alter ego di Federico in
Intervista , e del resto è noto a tutti che il personaggio di Mastroianni nella Dolce vita si chiamava Marcello Rubini. E Fellini, che credeva nei maghi e nei sogni, non poteva certo pensare che fosse una semplice coincidenza.
(Alberto Crespi - L'Unità)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010